Hans Hellmut Kirst.
...
.
...
E la giustizia, Capitano?
...
.
...
Parte 2.
...
.
...
Titolo originale: Sagten Sie Gerechtigkeit, Captain?
Traduzione di: Amina Pandolfi.
1950. Verlag Kurt Desch, Mnchen.
1970. Aldo Garzanti Editore, MILANO.
Romanzi Verdi Garzanti.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Il giorno che segue nasce con un fresco mattino. Un
mattino che arriva all'improvviso, come se le coperte venissero
strappate a un dormiente.
La giornata si annuncia calda, il sole sale alto, violento.
La notte precipita in un abisso.  come se si levasse il sipario
su una scena folgorante di luce.
Le montagne vibrano nell'aria luminosa e scintillano come
metallo liquido. L'ultima frescura della notte si annida
ancora negli angoli delle strade.
Dal campo numero 7 sembra salire un alito leggerissimo
di vapore, il fiato caldo di tanti corpi umani.
 nato un nuovo giorno.
Un nuovo giorno?
Sylvia sta davanti allo specchio nella sua camera e finisce
la sua toilette mattutina. Con gesto lento solleva l'onda
dei capelli e prova a ripiegarli dietro l'orecchio sinistro.
Si studia attentamente per vedere se quella pettinatura
le dona, ma alla fine trova che le lascia il viso troppo nudo.
Come un paesaggio che si apre troppo rapidamente allo
sguardo.
Bussano alla porta. Con un rapido gesto della mano Sylvia
lascia ricadere i capelli nel solito modo e poi dice: S?
che c'?
La padrona di casa infila la sua faccia da luna piena
nella fessura della porta. C' uno che l'aspetta.
Davvero? fa Sylvia.
Adesso la padrona varca la soglia con tutto il gran petto
rigoglioso, e i cardini della porta cigolano dolcemente.
 uno yankee, dice, in un tono che lascia chiaramente
capire come lei non abbia niente in contrario; per
la verit non  che si usi in casa sua, ma lei  una donna
di larghe vedute.
Sylvia non si volta neppure. Si contempla ancora una
volta allo specchio e con sua grande sorpresa si accorge che
l'immagine riflessa sorride. Un sorriso un po' titubante,
fors'anche leggermente trasognato, ma chiaramente visibile.
 mister Harte? O qualcun altro? domanda.
Ahah! fa la padrona e il gran seno si colma d'aria.
Ne aspetta pi di uno?
E poich Sylvia non risponde, continua:  di media
statura e ha una gran faccia tosta. Lei per glielo deve insegnare,
che noi qui in Germania ci teniamo alle buone
maniere.
Allora dica a mister Harte che fra cinque minuti sono
pronta e scendo subito, esclama Sylvia di buon umore.
E il suo caff, signorina?
Non ne ho bisogno.
Gi, gi, capisco. Chi pu bere caff vero ci sputa sopra
alla nostra acqua colorata.
Cara signora, mister Harte fa parte del mio ufficio.
Se mi vuol parlare,  esclusivamente per ragioni di lavoro.
So che le sembrer strano, ma  cos.
Signorina Meiners, dice la donna, io non ho proprio
niente in contrario. Finch queste ragioni di lavoro
si limitano al fatto che la venga a prendere al mattino, per
me va benissimo. Ma se dovesse capitare che una sera resti
addirittura qui per paura di far tardi al mattino, allora
le far vedere chi sono. A proposito, dice poi per concludere,
questi americani hanno caff, scatole di conserve
e ogni ben di Dio. Io, se fossi al suo posto, gli straordinari
me li farei pagare in natura, cara signorina.
Poi si mette in moto e si allontana dondolandosi come
una buona anitra, molto materna.
Sylvia si guarda ancora una volta allo specchio, poi, seguendo
un impulso del tutto spontaneo, torna a respingere
i capelli dietro l'orecchio. Va bene cos? Si sorride. Sicuro,
cos va bene. Si liscia il vestito con le mani, prende la
borsa ed esce di camera. Cammina in punta di piedi, dondolandosi
leggera. E in tutto il corpo, dalla punta delle dita
fino ai capelli, avverte un fremito gioioso che si potrebbe
benissimo chiamare felicit.
Il corridoio  deserto. Pareti grigie e piene di macchie,
intonaco scrostato, scale sporche. Ma il sole del mattino si
posa dappertutto, sorride su quello squallore.
Sylvia scende le scale facendo i gradini a due a due. Tutto
in lei  leggero e lieve, di quella lievit che viene dalla
gioia.  tutta in attesa di ci che verr.
Davanti alla porta di casa c' Harte che la guarda venire.
Le sorride. Poi, allungando la mano verso di lei, dice:
Lei ha una nuova pettinatura, Sylvia. Le sta molto bene.
Sylvia ne  confusa. Questo Harte  davvero imprevedibile.
Fa sempre il contrario di quello che ci si immagina.
Tutto aspettava fuorch questo. Mentre era ancora in camera
sua e poi per le scale ha cercato di figurarsi che cosa
avrebbe detto: un accenno di scusa, o una delle sue battute
di spirito o magari un'osservazione velenosa, un'impertinenza.
E invece niente. Parla della sua pettinatura.
 una cosa molto insolita, dice Sylvia.
 insolito che io parli della sua pettinatura?
Ma no. Che lei sia venuto a prendermi per andare in
ufficio. Non era mai successo. E... aggiunge in fretta, voglio
sperare che rimarr un'eccezione.
Signorina Meiners, dice Ted Harte alla sua sinistra,
non vedo che cosa ci sia di insolito nel mantenere una promessa.
Ieri sera avevamo deciso di incontrarci una mezz'ora
prima del solito, perch lei mi doveva parlare... per ragioni
d'ufficio. Ecco tutto. Lei di solito arriva al campo alle otto
e trenta, il che significa che esce di casa alle otto. Ora sono
appena passate le sette e mezzo, vale a dire  mezz'ora prima
del solito.
Io intendevo mezz'ora prima del suo orario, non del mio.
Lei sa benissimo che io non ho orari fissi. Quando
non ho degli impegni particolari, faccio sempre quello che
mi salta in testa.
Poi si volta e alza gli occhi verso il casamento dove abita
Sylvia e fa un gesto affettuoso con la mano, come se salutasse
una persona cara e grida: Arrivederci, signora. La massiccia
figura della padrona di casa scompare in fretta dietro
le tendine.
Non ha una gran simpatia per lei, dice Sylvia divertita.
Non ancora. Ma pu cambiare idea. Un pacchetto di
caff e si scioglier come burro al sole. Ma non se lo immagini
alla lettera.
Lei sembra proprio ben riposato questa mattina.
Harte si finge stupito. Ben riposato? Cosa le viene in
mente? Non ha mai sentito parlare della mia vita di vizi
e di peccati? Ma se non sono neppure tornato a casa! Sono
stato in giro tutta la notte, mi sono ubriacato di whisky e
ho fatto discorsi viziosi. Tutta la notte. Che cos'altro avrei
potuto fare, del resto, dopo la edificante predica di ieri
sera?
Non stento a crederle.
Vede, lei mi conosce bene. Lei mi crede capace di alcune
cose, e io mi fido di lei. Tutto sta a intendersi. Reciprocamente.
Sylvia  sconcertata. Non sa che cosa rispondere. Non si
ricorda di nulla... o non vuole ricordare? Quell'Harte  come
una terra inesplorata. Eppure irradia un senso straordinario
di sicurezza.
Ma  possibile che con lei non si riesca mai a parlare
sul serio? domanda Sylvia.
Temo invece che sia possibilissimo.
Le strade della cittadina, per le quali si avviano insieme,
hanno ancora un'aria assonnata. Sono le stesse di ieri sera...
eppure tutto  diverso. I loro passi risuonano sul selciato
con ritmo regolare; come se per la strada passasse una
persona sola.
Si sente abbastanza forte per discutere con me una
questione di lavoro? domanda Sylvia.
Sembra proprio inevitabile. Avanti, butti fuori. Ma
non creda di colpirmi in pieno petto; io sono sempre preparato
al peggio. E poi, come lei sa, ho la pelle molto dura. 
Harte cammina accanto a Sylvia in silenzio.
Si sono lasciati alle spalle la citt e davanti a loro
si allunga il vialone che conduce al campo: perfettamente
diritto, fiancheggiato dagli alberi posti a intervalli regolari
e fra gli alberi ogni tanto una panchina.
A quest'ora le panchine sono deserte, tutte meno una,
dove sta seduto Slembeck, che Harte ha gi riconosciuto
da lontano. Slembeck aspetta. E Harte crede di sapere che cosa.
Rallenta il passo e dice a Sylvia che fino a quel momento
ha continuato a parlargli: Ma perch mi dice tutto
questo, Sylvia? Avr pure dei motivi.
E lei non se li immagina, questi motivi?
Harte evita di guardarla. Il suo sguardo corre lungo il
viale, verso la panchina dove c' Slembeck. Dice: Vuole
convincermi che i suoi motivi sono nobili e puri? Oppure
i suoi interessi sono puramente personali?
Ma che cosa pensa di me? Di che mi crede capace?
Sylvia lo fissa dritto negli occhi, con aria quasi di sfida,
ma lui evita il suo sguardo, infila le mani nelle tasche della
giubba e risponde: Io credo chiunque capace di tutto,
finch non  in grado di dimostrarmi il contrario. Sono
la diffidenza in persona. Sono i tempi che mi hanno reso
cos, il compito che devo svolgere qui, che fra parentesi mi
d il voltastomaco ogni giorno di pi!
E questa sua sfiducia generale si arresta invece davanti
al capitano Keller, vero? dice Sylvia con voce ferma. E
poi, con lieve ironia aggiunge: Soltanto perch  il suo
superiore!
Harte non risponde subito. Fissa sempre la panchina su
cui siede Slembeck, il quale evidentemente li ha riconosciuti.
Per guadagnare tempo risponde: Keller non  precisamente
il mio superiore. Allo stesso livello abbiamo compiti
diversi.
Esatto. Ma lui le porta via tranquillamente i compiti
che vuol tenere per s.
Mi facilita il lavoro. Si preoccupa della salute della mia
anima. Gliene devo essere grato. Non ho protestato, appunto
perch...
Perch  troppo debole per farlo, finisce Sylvia con
uno scatto impulsivo, senza riflettere alla portata delle sue
parole. Ha il solo scopo di colpirlo. In quel momento non
desidera altro.
Harte si ferma in mezzo alla strada e si volge verso di
lei. Sylvia si trova di fronte un volto che non sa decifrare,
un'espressione che non sa se  tristezza o ironia, stanchezza
o indifferenza, rassegnazione o pacatezza.
Debolezza? dice Harte e le sorride. E perch no?
Debole, stanco, indifferente, rivoltato, nauseato! Scelga quello che preferisce. Da mesi non faccio che cercare di mettere
degli uomini di fronte alle loro colpe. Crede forse che mi
diverta? Prima, fra le molte altre cose, ho fatto anche il
commerciante di sapone all'ingrosso. Quello era un lavoro
pulito almeno. Ma a questo mondo, chi ci domanda che cosa
vorremmo fare?
Sylvia  perplessa, confusa. La sua sicurezza, la sua ferma
decisione si sono dileguate improvvisamente. Dal momento
in cui l'ha fissata negli occhi. Adesso sa di averlo
ferito, di avergli fatto del male, e farebbe qualunque cosa
per dimostrargli il suo dispiacere. Mi perdoni.
Non ho nulla da perdonare, replica Harte. A lei
poi meno che mai. Sono successe e continuano a succedere
tante cose che non si possono perdonare. Ma io non sono
un giudice. Non lo sono mai stato. Non oserei mai erigermi
a giudice neppure di me stesso. Figurarsi poi degli altri!
Ora vede che Slembeck si avvicina. Piccolo, tarchiato, deciso.
Un duro. Si porta sull'asfalto della strada, trascinandosi
dietro un'ombra lunga e piatta.
Stia a vedere, dice Harte a Sylvia. Il mondo  pieno
di insidie. Ci vengono incontro a ogni angolo di strada.
Buon giorno, dice Slembeck. Posso parlarle? E
poich non ottiene risposta, aggiunge: A proposito di Hauser.
No, dichiara Harte con fermezza.
Slembeck gli si mette di fronte. Non la voglio disturbare,
mister Harte. E neppure lei, signorina. Oppure non
posso parlare perch la signorina  presente?
Sciocchezze. La signorina fa parte del nostro ufficio.
Conosce il suo caso esattamente quanto me.
Appunto, fa Slembeck. E il caso  importante.
Ma non per me, risponde Harte e riprende a camminare.
Sylvia si mette alla sua destra e Slembeck, dopo un attimo
di esitazione, si affianca a Harte sulla sinistra. Questo 
peggio di una piattola, non te lo scuoti di dosso, pensa
Harte. Sembra deciso come un toro. Potrebbe essere l'avvio
di una slavina.
Non creda, comincia Slembeck, che io mi diverta a
ballare venti volte... per un soldo solo. Voi avete voluto
che vi cercassi dei criminali di guerra e io l'ho fatto. Ma
perch, vorrei sapere, perch le mie dichiarazioni non vengono
messe a verbale, non vengono tenute in considerazione?
Con tanto di giuramento e documenti di legalizzazione
e tutto il resto! Forse che quello che dico io non viene preso
sul serio? Ma cos' che considerate importante?
Il verbale delle sue dichiarazioni, Slembeck, non  affar
mio. Non pi. Se ci che lei afferma debba venire preso o
no sul serio, lo decide ora soltanto il capitano Keller.
Senza neppure guardare l'uomo, Harte sente di averlo
colpito; Slembeck  perplesso, sconcertato. I suoi passi sembrano
farsi pi incerti.
D'un tratto, seguendo un impulso irrazionale, Harte si
ferma e fissa negli occhi Slembeck. Dica, sono il capitano
Keller? gli domanda.
Slembeck lo guarda senza saper rispondere.
E allora! esclama Harte. Io non sono Keller. Si rivolga
a lui. Lui  la persona giusta. Per lei soprattutto, direi.
Dietro alla fronte bassa di Slembeck sembra agitarsi un
tumulto di pensieri diversi. Rughe profonde gli si formano
sul viso. La bocca si apre leggermente. Persino quei suoi
occhietti di volpe, che di solito scintillano cos astuti, sono
acquosi e del tutto privi di espressione.
Slembeck, fa Harte come se, all'improvviso, si vedesse
davanti, ben chiaro, un obiettivo, che cosa sta cercando?
Che cosa vuole lei, realmente?
Poi ha la sensazione di dover afferrare quello che gli par
di vedere con tanta chiarezza. Agguanta Slembeck per il
bavero e le sue dita affondano come artigli nella stoffa, tirano
anche la camicia. Si sente le mani calde e umide, ma
non ci bada. Adesso so che csa vuole, gli dice. E scandendo
le parole, come per inchiodarlo alla sua verit:
Probabilmente un braccialetto di platino.
Slembeck fa un gesto istintivo per respingerlo, ma senza
molta forza. Scuote la testa, d una rapida occhiata a Sylvia
che lo fissa con occhi sgranati e poi volge di nuovo lo
sguardo su Harte, che ha gli occhi stretti, ridotti a due
sottili fessure, e due rughe fonde ai lati della bocca.
Ah! esclama Harte,  proprio cos, allora! Lei vuole
un braccialetto di platino.
Ora Slembeck, senza opporre molta resistenza, allontana
da s con un breve gesto la mano che lo tiene.
E va bene, dice. E se anche fosse? Voglio quello
che  giusto. E ci che voglio  mia propriet.
Harte si passa il palmo della mano sulla giacca per
asciugarvi l'umidit che vi si  accumulata. Il sorriso che
gli forma quelle pieghe intorno alla bocca si dilata, diventa
una risata. Com' questa storia, Slembeck? Lei ora fa valere
dei diritti di propriet su un bracciale di platino?
Sicuro! risponde l'altro ormai deciso. Quello che 
giusto  giusto. I diritti sono diritti. E quello che mi apparteneva
deve tornare nelle mie mani. Altrimenti che cosa
siete qui a fare, voi?
Harte  chiaramente divertito. Ride dando un'occhiata
a Sylvia, che lo fissa senza capire. Ride sulla faccia di
Slembeck, i cui occhi hanno ritrovato il guizzo astuto della volpe.
Splendido, Slembeck! La sua filosofia  davvero straordinaria.
Diritto... propriet... giustizia! E poi arriviamo
noi, gli americani, i vendicatori dei defraudati. Questa  una
autentica lezione di storia mondiale per le classi inferiori
che ancora si danno da fare perch ci credono.
E batte una mano sulla spalla di Slembeck, che rimane
leggermente perplesso.  un gesto cordiale, da colleghi quasi,
si potrebbe dire di ammirazione;  un gesto di saluto
fra anime gemelle che si ritrovano. Questo lo deve raccontare
a Keller, Slembeck. Lei non ha idea di quanto
gli far piacere.
Slembeck ritiene prudente riprendere il tono rispettoso.
Lei mi deve credere.
Ma Harte fa un gesto di rifiuto: Ehi, amico, mi chiamo
forse Keller? Mi guardi bene! E poi fili, a gran velocit!
Pianta in asso Slembeck che non riesce assolutamente a
capire che cosa gli succeda. Prende leggermente il polso di
Sylvia, come per guidarla e le dice: Venga, siamo stati
troppo al sole. Cerchiamoci un po' d'ombra.
E se ne va, tirando dolcemente la ragazza per il braccio
Si avvia verso il campo degli internati. Si avvia verso una
giornata di cui nessuno conosce ancora la conclusione.
Vede, Sylvia, dice, gentile, placato, ecco come stanno
le cose! L'uomo si fa chiamare Slembeck; ma se fosse il
vero proprietario del braccialetto dovrebbe chiamarsi Patocki.
Blatera tanto di giustizia e di diritto e vuole soltanto
impadronirsi di un gioiello. E lei, Sylvia? Lei mi viene a
parlare di cause giuste! Ma che cosa intende per causa
giusta?
Io non la confronto con Keller. E lei non dovrebbe confrontarmi
con Slembeck.
L'ilarit che si era improvvisamente impossessata di Harte
si spegne immediatamente. Lascia cadere la mano che teneva
ancora con dolcezza il gomito di lei.
Con molta calma dice: A chi vuole bene, Sylvia? A me,
dal momento che mi onora della sua fiducia? A Keller,
dal momento che  visibilmente gelosa di quella bella rossa?
Oppure a Gernsbach, dal momento che sostiene appassionatamente
la sua santa causa?
La sua causa  la mia, risponde Sylvia con voce ferma.
E aggiunge subito: Ed  certo anche la sua, vero?
E Keller lo lascia fuori gioco?
No, risponde lei pronta. Il suo scopo pu essere
anche il nostro. Ma i mezzi di cui si serve sono sgradevoli
e sinistri. Lei dovrebbe osservarli un po' pi da vicino.
E va bene, dice Harte. Vuol dire che parler con
Gernsbach.
Subito?
Se  necessario!
 necessario!
Va bene.
Signori, dice l'internato Mangel, e si alza con aria
solenne. Sono sinceramente desolato di dover procurare
loro un fastidio. Ma ho ritenuto necessario pregarli di aderire
a un colloquio interno che - dopo matura riflessione
- mi appare inevitabile.
Gli internati della camerata 29, blocco C, sono seduti
intorno a lui, le facce increspate in dignitose rughe. La stanza
 piena di attesa. Si tratta di uno di quei periodici colloqui
di carattere generale che sono diventati un'abitudine
e nei quali vengono discussi gli interessi della piccola
comunit.
Il sole del primo mattino entra a fiotti dalla finestra
aperta davanti alla quale sta, immancabilmente, il barone
von Hagen. Per lui quei caldi raggi di sole sono un
incomparabile piacere e vi si espone come al getto benefico
di una buona doccia. Laffrentz e Kurtz hanno preso
posto accanto a Mangel che, come al solito, troneggia a
capotavola, al posto che gli spetta nella sua qualit di capocamerata.
Trost sta appoggiato al muro in un angolo e osserva
pensoso le nervature del legno. Hauser  seduto sulla
sua cuccetta. Gli altri stanno sparsi intorno, sugli sgabelli.
Signori, ripete in tono energico l'internato Mangel,
un penoso e deprecabile incidente mi costringe a richiamare
la loro attenzione e in seguito a chiedere una loro
decisione. Scopo della nostra discussione sar di esaminare,
ammesso che tutti siano d'accordo, dove si sono fatti
- a dir poco - degli errori, e come si pu porvi rimedio. Il
fatto che ci comporta un severo ammonimento per un
membro del nostro gruppo  estremamente doloroso ma,
come ho gi detto, inevitabile. Spero sinceramente che tutti
lor signori vorranno intendermi nel modo giusto.
Il tenente colonnello Mangel si guarda intorno con occhi
indagatori e vede soltanto sguardi di approvazione. Laffrentz
esclama persino: Giustissimo!, cosa che il signor
Mangel registra dapprima con una certa seccata perplessit,
ma poi accoglie con un breve sorriso.
Devo quindi supporre, riprende il tenente colonnello
dopo una pausa, che nessuno di loro  contrario alla mia
proposta.
Io, esclama il barone von Hagen dalla finestra, dove
tiene le mani distese verso il sole, come se volesse bagnarle
nella luce. Io sono contrario. Contrario in quanto
non riesco a immaginare che nelle particolari circostanze
in cui ci troviamo, possa avere un senso individuare un...
per cos dire colpevole e presentarlo a tutta la camerata.
Trovo che sarebbe pi giusto esporre di che si tratta e avvertire
cos l'interessato - che evidentemente si presuppone
gi noto - perch in avvenire eviti di lasciarsi trascinare a
ripetere tali errori.
Invito allora, riprende Mangel, anche se non del tutto
soddisfatto, per sinceramente preoccupato di essere obiettivo,
invito allora lorsignori a considerare la proposta del
barone von Hagen.
Cos gli internati della camerata 29 prendono in considerazione
la proposta del barone von Hagen. Sembrano decisi,
ma molto abilmente non lasciano scoprire a che cosa.
Soltanto Hauser, snervato dalla nottata insonne, avverte
un tremito leggero nei polpastrelli.  convinto che si stia
preparando qualcosa contro di lui. Da ieri, almeno gli
pare, tutto sta rivolgendoglisi contro.
Kurtz, che cerca sempre di avanzare controproposte, perch,
a suo parere, le discussioni servono almeno a interrompere
la noia delle giornate, domanda ora in tutta seriet:
Posso permettermi di chiedere se il barone von
Hagen intende cos perseguire interessi suoi personali?
Come devo intendere la domanda? ribatte Mangel.
Kurtz strizza l'occhio e spiega: Se ho ben capito, qui
 successo qualche cosa. Qualche porcheria. C' un colpevole
che dovrebbe essere nominato. Ma a quanto pare il
barone von Hagen non desidera che lo si nomini. Perch?
Forse perch  coinvolto in prima persona?
Il barone von Hagen  sgradevolmente sorpreso dalla piega
del tutto inaspettata che va prendendo il discorso. Si
volge verso la camerata e dice a voce alta: Prego il tenente
colonnello Mangel di prendere posizione in merito,
rispondendo alla domanda.
E Mangel si affretta a rispondere: Il barone von Hagen
 al disopra di ogni sospetto. Per lo meno io dichiaro che
non ha nulla a che vedere con il caso ora in discussione.
Bene, replica Kurtz ostinato. Pu darsi. Supponiamo
dunque che non voglia proteggere se stesso, ma qualcun
altro. Avr pure un motivo per farlo.
Al che il barone von Hagen risponde: Non conosco il
caso, non so di che si tratta n di chi si tratta. La mia considerazione
era di carattere generale. E non dimentica di
aggiungere: Comunque, la ringrazio, signor colonnello,
per il suo cameratesco appoggio.
Mangel accenna una specie di inchino che dovrebbe sottolineare
l'assoluta naturalezza e spontaneit del suo intervento.
Ad ogni modo, insiste ancora Kurtz, qualcosa deve
averla pur indotta a fare quella obiezione, signor ambasciatore.
Il barone von Hagen sorride lievemente. La sua faccia
sottile e incartapecorita si china leggermente in avanti. I
capelli grigi tagliati a spazzola luccicano come argento antico.
Dice: La lezione che ho tratto dalla vita  dolcezza
e tenacia. Un'arte, e una delle pi difficili,  appunto questa:
non voler vedere sempre tutto quanto si offre allo
sguardo. E un'altra, non meno importante: saper comprendere
pi di quanto si possa vedere.
Ecco il tipo che ha rappresentato la Germania all'estero!
sussurra a voce bassa Laffrentz a Kurtz. Invece di
prendere quei disgraziati a calci nel sedere, lui ha cercato
con dolcezza e tenacia di vedere il meno possibile.
Ad ogni modo, risponde Kurtz in un sussurro, noi
non molliamo tanto facilmente.
Perfettamente d'accordo, dichiara Laffrentz a bassa
voce.
E l'architetto - ora a voce alta - replica con aria di dubbio:
Una tesi... niente di pi!
Il barone von Hagen scopre la dentatura ancora perfetta.
Fu, credo, nel 1927 - o forse era il '28 - che mi trovai
ad avere nella mia scuderia un tre anni assolutamente intrattabile.
Non si lasciava sellare, scalciava e mordeva. I miei
stallieri rinunciarono a ottenere qualcosa da lui. Ma io riuscii
a educarlo.
Con dolcezza e tenacia, commenta Kurtz a bassa voce.
E Laffrentz: Questo merdoso arrogante  capace di finire
col paragonarci ai suoi ronzini.
Hauser, che ha i nervi a fior di pelle, interviene con
voce tagliente: Mi pare che qui si stia pestando acqua nel
mortaio. Un sacco di chiacchiere inutili. Se questo  tutto,
io me ne vado.
Mangel ritiene giunto il momento di riprendere le redini
della discussione. Prendo allora nota che la proposta
del signor ambasciatore  stata esaminata e infine respinta.
Gli internati, che cominciano a sentire il caldo, non hanno
un'opinione in proposito, ma sanno darsi l'aria di averla.
Il barone von Hagen ha ancora davanti agli occhi il suo
esempio: quel tre anni, vincitore del derby ad Amburgo-Horn.
Uno splendido animale, gran razza, un corpo che pareva
una saetta. Le grida entusiastiche della folla, la sua
fierezza.
Ne valeva la pena, dice perduto nei suoi ricordi. Una
tenacia intelligente ha sempre il suo compenso. Tutti credevano
che il cavallo non valesse nulla, invece ha fatto molto
onore alla scuderia, e ha raccolto molti allori.
Gli internati restano in silenzio. Le prime gocce di sudore
brillano sulle facce. Tutti sentono un gran desiderio
di togliersi la giacca, ma hanno l'impressione che non sia
dignitoso proprio nel bel mezzo di una seduta. Inoltre,
pensano guardandosi il volto lucido, questa storia avr
pure una fine. Perch sollevare tante difficolt inutili?
Laffrentz sente che l'atmosfera si sta facendo stagnante.
Questi disgraziati, pensa, preferiscono dormicchiare, star
l senza far niente, mangiare quel che gli viene messo davanti,
e tengono la bocca chiusa. Tutti, meno Hauser. Quello no, quello  l che tamburella nervosamente con le dita
sulla coperta. Sembra che cerchi qualcosa da afferrare.
Laffrentz osserva Hauser come si guarda una fiera da baraccone.
Quell'uomo  una massa di dinamite. Basta trovare
la miccia giusta e ti esplode come una bomba. Allora
s che i topi si mettono a ballare. Una confusione d'inferno.
E la confusione serve a scavare il terreno sotto i piedi di
chi ha un buon posto. Se questo Hauser salta in aria, tutte
le teste sono in pericolo: il capocamerata, il capoblocco, il
comandante tedesco. Questo servirebbe a far posto. A
lui, naturalmente.
Laffrentz pensa a quell'idiota che lavorava come segretario
al ministero per i paesi dell'Est. Sopra la testa di quella
marionetta, ha fatto saltare il segretario di stato. Era
bastato fargli perdere un documento importante, a quell'imbecille,
un documento al quale il segretario di stato aveva
gi apposto la firma. Che poi quello fosse gi sospetto in
alto loco, aveva provveduto indirettamente lui da tempo,
l'Oberregierungsrat Laffrentz. Il documento perduto non
era stato che il tocco finale. Ma perch poi Laffrentz aveva
dovuto ricorrere a quei mezzi? Per il bene della Germania,
naturalmente! E anche ora la situazione non  sostanzialmente
diversa.
Hauser continua a picchiettare sulla coperta ed  sempre
convinto che ora Mangel lo metter alla berlina. Lo vogliono
diffamare, vogliono scorticarlo con le belle maniere,
metterlo a terra con eleganza, solo perch non vuol piegarsi
a tutte quelle loro scempiaggini di solidariet, codice cameratesco
e simili buffonate. Vengano allora, si facciano
avanti! Perch poi la tirano cos per le lunghe?
Credo, dice Mangel con rincrescimento dopo uno
sguardo circolare al gruppo, che i signori non si sentano
al momento di prendere una decisione. Ritengo perci
opportuno aggiornare la seduta a mezzogiorno.
Alcuni annuiscono con molta seriet. S, dice Trost,
mi pare una buona idea.
Il barone von Hagen si volge nuovamente alla luce, che
ora penetra pi forte nella stanza. Sempre lo stesso, pensa.
A prendere la rincorsa sono sempre in molti, ma pochi
sanno saltare. Alcuni poi non sanno fermarsi al momento
giusto e allora cadono in malo modo.
Protesto! grida Laffrentz che vuole battere il ferro
fin che  caldo. Questa  una tattica primitiva per tirare
in lungo le cose. Sistemi da contadini. Perch poi tante
storie! Fuori con la verit! Solo chi ha la coscienza sporca
non la pu sopportare.
Laffrentz  pieno di zelo; si passa il dorso della mano
sotto il doppio mento per sentire se  bagnato di sudore.
Io insisto! esclama infine in maniera categorica.
Gli internati, strappati al loro quieto sonnecchiare, lo
guardano senza capire bene. Tutto questo gridare in nome
della giustizia da parte di un Laffrentz appare quanto meno
sorprendente. Sorprendente al punto che tutti si risvegliano
come a uno squillo di fanfara.
Mangel osserva Laffrentz come se fosse un pupazzo del
tirassegno. Come? Lei insiste? domanda stupitissimo.
Ma certo, esclama Laffrentz.
Proprio lei insiste? Mangel non sa capacitarsi.
Sissignore, dichiara Laffrentz senza riflettere.
Mangel torna a sedersi. La meraviglia che gli si era dipinta
in viso cede lentamente il posto a un sorrisetto di
superiorit. Ma perch sorride questo scemo, pensa Laffrentz
e comincia a non sentirsi pi tanto tranquillo. Possibile
che si sia messo su un binario pericoloso? Sarebbe una bella
fregatura.
Dal momento che proprio lei, signor Laffrentz, insiste
per sapere la verit, dice Mangel deciso, non vedo pi
ragione per rimandare quanto deve essere detto. Si mette
in posa, appoggia gli avambracci sul piano del tavolo e
allunga il collo da un invisibile colletto alto da uniforme.
Signori, si tratta della razione di pane del mattino.
Come tutti sanno, noi riceviamo ogni mattina per i ventidue
uomini della nostra camerata due grosse forme di pane,
pi tre quarti. A ogni internato spetta un ottavo di pane,
quindi il conto torna perfettamente. Questo pane viene
regolarmente preso in consegna al deposito dal signor
Laffrentz e portato qui, dove io procedo alla suddivisione. Negli
ultimi tempi mi  saltato all'occhio che ai pani che mi venivano
consegnati mancavano gli angoli. Da principio pensai
che la responsabilit fosse da addossare all'ufficio distribuzione.
Ma ulteriori accertamenti hanno chiarito che alla
distribuzione i pani venivano consegnati al nostro incaricato
completi e in perfetto stato. Questa mattina ho potuto
personalmente convincermi che il pane era intatto al momento
della consegna. Pure, al suo arrivo qui, la crosta
alle estremit risultava spezzata. Come spiega lei questo
fatto, signor Laffrentz?
Laffrentz, che per tutto il discorso ha dato segni di inquietudine,
scivola con il largo deretano gi dallo sgabello,
eccitatissimo. Questa  una porcheria! grida.
Lo pu ben dire, conferma secco Kurtz. Come stanno
le cose, Herr Oberregierungsrat, ha rubato questo pane
s o no?
Non le permetto! grida l'altro, mentre chiazze rossastre
gli compaiono sul viso. Non permetto assolutamente...
Anche noi non permettiamo assolutamente una cosa
del genere, dichiara in tono molto energico Kurtz, pur
mantenendo la sua calma abituale.
Laffrentz si guarda intorno come in cerca di un appiglio.
Vede un sorrisetto di rincrescimento sul viso di Mangel,
vede Kurtz che lo guarda sbattendo le palpebre e Trost
che scuote la testa allibito, nota il sorriso ironico del barone,
il sollievo che spiana la faccia tesa di Hauser, la decisione
di tutti gli internati di unirsi nella riprovazione
generale.
Grida: Non lo permetto! Questi sono volgari sospetti.
Bisogna essere in grado di dimostrarlo. Insisto perch si
portino delle prove.
Evidentemente nel frattempo le prove sono state mangiate,
afferma secco Kurtz.
Questo  un intrigo! dichiara Laffrentz. Una vigliaccheria
senza pari. Questo non me lo lascio fare, succeda
quel che succeda!
In quell'istante la porta si apre e sulla soglia compare,
riconoscibile dal bracciale sulla manica, un uomo della
polizia interna del campo. Guarda nella stanza sbattendo
gli occhi, abbassa il naso su un foglietto e domanda: Si
trova qui l'internato Laffrentz?
Sissignore, risponde Mangel.
L'internato Laffrentz, dice il poliziotto, deve presentarsi
alle dieci dal comandante americano. Deve trovarsi
un quarto d'ora prima dell'orario previsto al cancello del
blocco C, dove verr preso in consegna dalla sentinella
americana.
Ma perch poi? domanda Laffrentz a fatica. Ha la
penosa sensazione di trovarsi su un transatlantico in balia
della tempesta.
Che ne so! risponde il poliziotto. Ripiega il suo
foglietto e se ne va.
Be', ha visto, dice Kurtz volgendosi a Laffrentz. Approfitti
dell'occasione per raccontare tutto quello che vuole.
Il corridoio degli uffici del campo 7  immerso in una
gradevole frescura.
Harte e Gernsbach si sono incontrati faccia a faccia proprio
accanto alla porta a vento che conduce alle scale. I
due battenti continuano a oscillare, poi si fermano.
Piacere di incontrarla, dice Harte. Le devo parlare.
Deve o vuole?
Qui non si tratta di volere o meno. Mi stia a sentire,
Gernsbach, ho bisogno di un'informazione. Ma le dico
subito che glielo chiedo a titolo strettamente personale, direi
meglio privato. Vuole rispondermi ugualmente?
Avanti, mister Harte, domandi pure.
Harte cammina su e gi per il corridoio. Fissa il pavimento,
la stuoia verde che vi corre in mezzo, le sue scarpe
non precisamente pulite. E accanto vede quelle di Gernsbach, con la tomaia sul punto di staccarsi dalla suola. Sono
lucidissime, trattate energicamente con spazzola e panno,
dappertutto dove il cuoio  ancora intero, dove non 
striato da innumerevoli taglietti.
Signor Gernsbach. ieri nel pomeriggio, se sono bene
informato, lei ha ricevuto l'ordine di preparare i documenti
per la cessione dell'albergo "Cavallino Bianco" alla signora
Hauser.  esatto?
Esatto.
E?
Mi rifiuto di preparare i documenti richiesti.
Harte si ferma di colpo, alza gli occhi dalle vecchie scarpe
nere che stava contemplando, sfiora i calzoni ben stirati, la
giacchetta blu e arriva a un viso fermo e immobile, a degli
occhi che non gli sfuggono. Non  una faccia particolarmente
ostinata o sicura;  piuttosto un volto triste, da cui traspare
per una chiara certezza.
Lei rifiuta? domanda Harte incredulo.
Decisamente, risponde subito Gernsbach, come se dovesse
confermarlo anche a se stesso. Ho molto riflettuto,
mister Harte. Il capitano Keller non ha il diritto di pretendere
da me l'obbedienza a un ordine di questo genere. Dal
dossier di cui disponiamo risulta che vi sono tutte le ragioni
per rifiutare ogni appoggio a una simile richiesta.
Harte lascia vagare lo sguardo lungo il corridoio, che 
ancora in ombra e appare spento, plumbeo, un budello
lungo e stretto che potrebbe prolungarsi all'infinito, troppo
scarsamente illuminato, porte chiuse su entrambi i lati.
Una via che sembra condurre nel nulla.
Gernsbach, dice Harte molto serio, ha ben riflettuto
alle conseguenze che pu avere questo suo rifiuto?
Il mio licenziamento da direttore della Special Branche,
risponde Gernsbach. Ma non lascer certo il mio
posto senza aver preso tutte le misure che giudicher necessarie.
E sta davanti a Harte come un uomo che porta un
peso di cui  difficile valutare il limite del carico.
Misure, dice? Che cosa intende per misure, Gernsbach?
E ammesso che esistano, lei  davvero convinto di poterne
fare uso? Qui in Germania abbiamo dovuto arrestare decine
di migliaia di persone... se in questo calderone dovesse
finirci anche lei, nessuno se ne accorgerebbe. Sa che cosa
significa resistenza diretta alle disposizioni del governo militare?
Con questa motivazione la possono mettere dentro
quando e come vogliono, prima che lei abbia il tempo di
dire una sola parola in sua difesa.
Povero Gernsbach, ancora cos indifeso e innocente,
pensa Harte; non vuol capire che ogni dignit pu essere
spezzata. Non esiste un tipo di resistenza che non possa essere
spezzata, quando chi vuol farlo  il pi forte.
Dignit? Convinzioni? Fermezza? Tutte chiacchiere, quando
incontrano cose tanto pi forti, pi prepotenti. Risultato:
uomini spezzati e martiri. Su un milione di uomini
spezzati, un martire. E su dieci martiri uno solo viene riconosciuto
come tale.
Harte ha l'impressione che il corridoio si allunghi davvero
all'infinito, diventi davvero come lui lo ha intravisto
qualche momento prima. E in fondo, lontanissimo, quasi
irriconoscibile, un fagotto che  stato un uomo: Gernsbach
o Hauser o Harte, il nome non ha importanza. E la vita
scorre via, filtrando attraverso le tavole del pavimento.
Misure? Ridicolo! Harte ha letto negli ultimi giorni i verbali
delle imprese compiute dai loro soldati, per giungere
a individuare, come si suol dire, elementi indesiderati.
Su cento casi, uno che  stato messo per iscritto. Un rapporto...
tutto quello che  rimasto di tali torture.
Per esempio un insegnante, il cui libretto militare portava
l'annotazione credente. Lo picchiarono fino a fargli
uscire di corpo ogni fede, lo misero al tappeto con perfetto
stile pugilistico, lo presero a calci, finch, dopo docce e
ceffoni, si profess nuovamente cristiano.
Per esempio un giardiniere, che sembra avesse chiamato
una tizia puttana yankee. Andarono a prenderlo. Dopo
tre ore baciava la mano della puttana yankee, la chiamava
gentile signora e sputava sangue.
Ma c' anche Copland, sergente qui al campo. Un bravo,
simpatico ragazzo del Texas, un tipo allegro prima di
cadere nelle grinfie della guerra all'et di leva. Questa guerra
maledetta lo ha perseguitato fino a ridurlo uno straccio.
L'invasione era cominciata da ventiquattro ore, quando si
trov a trascorrere una notte in una cantina sotto un bombardamento
incrociato, insieme a una donna urlante, che
moriva dissanguata dopo aver partorito; a quanto raccontavano,
dei soldati tedeschi ubriachi avevano ammazzato
a botte il marito e poi l'avevano violentata. Solo due giorni
pi tardi, suo fratello, al quale era molto legato, ebbe il
ventre squarciato da una granata tedesca proprio sotto i
suoi occhi; lui se lo caric sulle spalle e lo port fino al
prossimo posto di medicazione, senza accorgersi che trasportava
un cadavere. Una settimana pi tardi, per la prima
volta nella vita conobbe l'amore; era una ragazza francese.
Un contrattacco ributt indietro le truppe americane, e
quando la rivide tre giorni dopo, giaceva morta in un
fienile, con gli abiti a brandelli. Poi si trov fra quelli che
arrivarono per primi in un campo di concentramento. E
quello che vide, gli diede il colpo di grazia.
E poi c' lui, Ted Harte. Non osa neppure fare il suo
bilancio. Suo padre: morto. Sua madre: morta lentamente
di stenti e di dolore. Sua sorella: prima in un campo di
lavoro, poi dispersa. Suo zio, il critico d'arte: finito in una
camera a gas. Il suo amico, l'attore: prima fuggito a Vienna,
poi in Cecoslovacchia, infine in Francia, l preso e portato
ad Auschwitz. Il suo maestro, uno dei migliori slavisti
della sua generazione: prima in un campo di lavoro, poi
al comando supremo come specialista e, al momento in cui
il fronte invert la rotta, cacciato a lavorare in una miniera
e di l, dichiarato ufficialmente non ariano, destinato in
Polonia, dove mor, durante il viaggio, in un carro bestiame
sovraffollato.
Ma poi c' anche...
E Gernsbach, nel bel mezzo dei suoi pensieri, butta l la
frase: Qualcuno testimonier per me.
Ma non dica fesserie, amico, lo richiama Harte bruscamente.
Testimoni! Di che cosa? Per che cosa? Contro
che cosa? Ma crede proprio che oggi ci sia qualcuno che
brucia dalla voglia di buttare le braccia al collo dei tedeschi,
in un accesso di amore per il prossimo? Lei  un antifascista?
Bene, benissimo; io ci credo, Gernsbach. Io s. Ma
molti affermano che oggi l'antifascismo  di moda,  solo una
moda, appunto, e non di rado... un buon affare. Aspetti
qualche anno, e tipi come questi lei li dovr cercare con
la lanterna. Testimoniare per lei? Di quanti testimoni ha bisogno?
Oggi si possono comperare all'ingrosso. Ma non dimentichi una cosa: qui tutti hanno pi denaro di lei,
Gernsbach. Le sue offerte verranno battute come niente.
Le immagini davanti agli occhi di Halle sono scomparse.
Il corridoio  tornato a restringersi,  di nuovo tutto visibile,
nudo, reale:  tornato a essere un corridoio. Raramente la
verit  piacevole. Noi mentiamo troppo; e chi non mente
corre pericolo di non essere compreso. Ma l'ultima verit
su questo mondo non pu recare danno, meno che mai potr
danneggiare ora Gernsbach. Perch non avr mai la
forza di portare fino in fondo quanto si  proposto di fare.
Gernsbach no. Lui forse, Harte. Ma neppure lui si sente
nello spirito adatto per rischiare prove di forza.
Da fuori arriva lo stridere di freni di una jeep.
Testimoni, Gernsbach? Per lei? Ma chi? Io forse? Mai.
Crede che mi metterei contro i regolamenti dell'esercito che
riguardano un cittadino straniero? Deploro queste cose, naturalmente,
ma so che in guerra sono inevitabili. E Sylvia?
Ci sono molte cose del nostro lavoro che Sylvia, anche se ne
 venuta a conoscenza, deve assolutamente ignorare. E il
suo caso  certamente fra questi.
Harte sente passi rapidi che salgono le scale. Immagina
che sia il capitano Keller. Dice a Gernsbach: Lei  una
natura molto romantica, amico. Probabilmente  una malattia
nazionale. Davvero, non si pu definire diversamente
la sua cocciutaggine. Puro romanticismo. Perch non cerca
di ragionare in modo pi realistico?
La porta del corridoio si spalanca e il capitano Keller
entra a grandi passi. I battenti continuano a oscillare avanti
e indietro.
Buon giorno, dice Keller dirigendosi alla loro volta
con passo elastico. Sembra di ottimo umore. Come va.
Ted? e gli porge la mano.
Ottima cosa incontrarla qui, signor Gernsbach. A che
punto sono i documenti che le ho chiesto? Tutto pronto?
Ne ho bisogno con urgenza. La prego, porti tutto nel mio
ufficio.
Io non ho i documenti, mister Keller.
Keller, che sta per voltarsi, si ferma di scatto. La sua cordialit
svanisce. Che cosa significa? domanda.
Significa che mi rifiuto di prepararli.
I lineamenti di Keller, che fino a quel momento irradiavano
benevolenza, si raggelano. Lei si rifiuta? fa sbalordito.
Interviene Harte. Il signor Gernsbach me ne stava appunto
parlando.
Ah, fa Keller gelido. E poi, con inequivocabile tono di
comando: La prego di seguirmi nel mio ufficio. E tu che
cosa pensi di fare? domanda rivolto a Harte.
Andr anch'io nel mio ufficio, se non hai niente in contrario,
risponde Harte. Spero che non ti disturbi il fatto
di avermi a lavorare nella tua stessa stanza.
No di certo, risponde pronto Keller.
Non ne sono poi tanto sicuro, ribatte Harte. Comunque
si vedr.
Per Sylvia la giornata - almeno per il momento -  ancora
di quelle in cui si pu godere il sole senza soffrire il caldo.
Intorno a lei c' molta luce, ma non ancora la sensazione
che anche la luce possa dolere.
Il primo a entrare quella mattina nel suo ufficio - cio nel
locale che precede la stanza degli ufficiali -  il tenente
Colman. Si spinge avanti, lungo come un albero.
Buon giorno, signorina, dice a voce alta e cordiale, si
ferma sulla porta e si guarda intorno a suo agio.
Poi allunga il collo in direzione dell'ufficio di Keller e
fa: Presente?
Mister Keller non  ancora arrivato.
Il tenente Colman con tre soli passi raggiunge l'angolo
della stanza dove ci sono due poltrone e un tavolino. 
qui che si mette di solito quando deve aspettare. Siede
con cautela sul tavolino e allunga le gambe divaricandole.
Una positura che per lui significa: aspetto.
Sylvia Meiners, di ottimo umore, lo trova divertente.
Mister Colman, dice, non posso assolutamente dirle
a che ora arriver oggi mister Keller.
Colman si guarda le mani che gli penzolano fra le gambe,
all'estremit delle interminabili braccia. Che ne dice,
fa, crede che oggi piover?
 passato da molto il tempo in cui la conversazione di
Colman aveva il potere di meravigliare Sylvia. Le sue chiacchiere
sono come i salti di un canguro, e sulle prime riescono
a sconcertare tutti. Si direbbe che pensi da tre angoli
differenti. Chi lo conosce meglio, per, sa che Colman
non elabora processi mentali molto complessi. Dice semplicemente
quello che gli passa per la testa. Non  molto, ma il
pi delle volte riesce a stupire.
Pu darsi, mister Colman, che il capitano Keller si
faccia aspettare un bel po'. Non ha altro da fare nel frattempo?
Per esempio parlare con Gernsbach?
Ha mai visto un soldato americano con l'ombrello?
Sylvia sospira e risponde con un breve no.
Colman fa scivolare il suo lunghissimo corpo dal tavolino
in una poltrona. Se lei fosse la mia ragazza, dice ora
lentamente, che cosa vorrebbe che le regalassi?
Ma io non sono la sua Ragazza, mister Colman.
Ho detto: se!
Dove vuole arrivare? A un braccialetto di platino?
Braccialetto di platino? domanda Colman senza scomporsi.
Cos'? Roba buona per un museo, non per una
ragazza.
E se invece la sua ragazza volesse proprio quello?
Non credo. Le ragazze che frequento io vogliono altre
cose. Non mi domanda neppure che cosa?
La porta che d sul corridoio si apre di colpo ed entra
Keller seguito da Gernsbach e da Harte. Tutti e tre
attraversano la stanza diretti verso l'ufficio di Keller.
Colman si svita lentamente dalla poltrona fino a sollevarsi
in tutta la sua altezza, ma Keller non lo vede neppure
Sylvia prende dalla scrivania un fascio di carte e fa per
dirigersi verso il capitano.
Non voglio essere disturbato, dice Keller, e seguito
dagli altri due entra nel suo ufficio e si sbatte la porta alle
spalle.
Colman torna lentamente a sedersi e strizza confidenzialmente
l'occhio a Sylvia. Cos, dice, se lei fosse la mia
ragazza vorrebbe da me un braccialetto di platino.
Oggi fa molto caldo davvero, dice Sylvia, ed  lei a
raccogliere lo stile di conversazione di Colman, che sta
al gioco con un grande sorriso.
Lei mi piace proprio, dichiara con grande spontaneit.
Molto!
Sarebbe bello che venisse un temporale, replica Sylvia.
Un tipo come lei bisognerebbe sposare, confessa Colman
con franchezza.
Sylvia scoppia in un'allegra risata. E che cosa avrebbe
da offrirmi? Stabilimenti, una villa in campagna, ricchi
genitori con lo yacht, due cameriere negre e tre automobili
alla porta? E niente braccialetti di platino! Questa 
suppergi la vostra unit di offerta alle ragazze tedesche,
vero? Il moderno principe azzurro con la Crysler.
Colman, che sembra divertirsi molto, risponde: Trecentoventi
dollari.
Al giorno?
Al mese.
Troppo poco. Domanda respinta, decide Sylvia ed
entrambi scoppiano a ridere.
Lei  proprio in gamba!
Anche lei.
La seconda persona che viene da Sylvia quella mattina 
Brigitte Hauser. Arriva svolazzante, come una piuma portata
dal vento. Sylvia la squadra senza dire parola.
Brigitte indossa un abito bianco sportivo, molto attillato.
Le braccia nude sono abbronzate, le gambe, senza calze, pure.
La piccola testa  gettata all'indietro con aria di sfida
e l'onda dei capelli  fuoco vivo.
Colman ritira lentamente le gambe che teneva allungate e
si raddrizza. Attraverso il suo sorriso traspare una sincera
ammirazione.
Sylvia si rende immediatamente conto del gioco che
verr giocato l dentro. La fiduciosa speranza che la signora
mostrava ieri pomeriggio si  tramutata in autentica
superiorit. Brigitte Hauser ha raggiunto lo scopo che si
era prefisso.
Posso parlare con mister Keller? domanda a Sylvia,
e intanto sorride a Colman, brevemente, con cordiale benevolenza,
come si sorride a un dipendente. E al tempo
stesso come se fosse contenta di vederlo l.
Sylvia capisce subito che la situazione che si  venuta a
creare non  pi manovrabile con gli abituali metodi di
ufficio. L'eccezione che questa Brigitte Hauser indubbiamente
rappresenta, viene ostentata con una sicurezza che
non si pu fingere di ignorare. Il suo istinto glielo dice
chiaramente e neppure per un attimo dubita di aver colto
nel segno.
Mi dispiace, dice infine seccamente, ma mister Keller
in questo momento non pu essere disturbato. Ha una
seduta di lavoro.
Brigitte Hauser  abbastanza intelligente e tanto generosa
da sorridere compiacente alla signorina che le sta
di fronte. Prende un tono confidenziale e dice con tutta
naturalezza: E dove posso aspettare?
Il suo sorriso si fa pi profondo e si mescola a una
certa ironia, perch sente che la ragazza respinge freddamente
ogni tentativo di avvicinamento.
Prima ancora che Colman si sia alzato tutto, con l'intenzione
evidente di offrire alla signora un posto vicino
a s - cosa per altro degna di nota, perch sarebbe la prima
volta che Colman fa una cosa del genere - Sylvia dice: La
pregherei di attendere in veranda, e con un gesto invitante
della mano la precede verso la porta. Seguita da Brigitte,
Sylvia attraversa il corridoio e apre una porta a vetri
che d su una spaziosa veranda. Qui si ritrovano di solito
il comandante e i suoi pi stretti collaboratori per riunioni
di carattere privato oppure negli intervalli degli orari di
servizio.
Prego, dice Sylvia Meiners.
Brigitte si guarda intorno esaminando l'ambiente e poi
si dirige verso una comoda sdraio. Sono certa che non
dovr aspettare a lungo, dice con malcelata malignit.
Certamente no, ribatte Sylvia Meiners altrettanto
convinta. E aggiunge: Sul tavolo ci sono delle riviste. Devo
farle servire qualcosa di fresco?
Molto gentile, signorina, ma mister Keller sar qui
certo fra poco.
Certo, ripete Sylvia. E pensa: maledettamente scaltra,
la signora, non soltanto bella, ma anche furba.  una
che sa muoversi. Avrebbe potuto essere molto pi primitiva,
pensa Sylvia, e dire addirittura Frank. Ma si rende
conto che per il momento non  necessario; sa benissimo
che tutti capiscono anche cos.
Con una rapida occhiata Sylvia nota ancora la sicurezza
con cui la donna sa mettersi in posa nel modo pi attraente,
con un istinto sicuro dell'effetto... una visione affascinante
per chiunque apra la porta. Una sgualdrina di classe!
Sylvia torna di malavoglia nel suo ufficio dove Colman
si  di nuovo allungato nella sua poltrona.
Che domanda! esclama il giovanotto con ammirazione.
Sylvia va a sedersi dietro la scrivania, come dietro a uno
schermo protettivo. Se le piace tanto, dice, se la sposi.
Le piacerebbe tanto sposarsi, no?
Colman allunga il braccio in un ampio gesto. Troppo
cara, dice.
Aha! fa Sylvia, che ritrova lentamente il suo buon
umore. E invece me mi considera un tipo a buon mercato?
Ma  la carrozzeria che conta, o il motore?
Io non sono un meccanico, mister Colman.
Ma io s!
Colman si stira a suo agio, senza tanti riguardi e infine
si alza in tutta la sua lunghezza. Tira fuori dalla tasca
della giubba un foglietto e lo getta sul tavolo di Sylvia.
Per il comandante, dice.
Non vuole aspettare? domanda Sylvia. Spiega il foglietto
e lo posa sopra la cartella che tiene pronta per
Keller.
Non ho tempo, risponde Colman. Devo fare l'inventario
degli indumenti. Poi la palestra. Rieducazione musicale.
Allunga il mento in direzione della porta che conduce
all'ufficio di Keller. Occupatissimo, eh? dice in
tono sprezzante.
Pare, fa Sylvia. Ma l'occupazione pi importante
deve ancora venire.
Colman guarda Sylvia con un gran sorriso. Queste
donne! esclama. Sempre queste donne! Proprio come
nel vecchio Shakespeare. E scoppia in una fragorosa risata.
Se al nostro campione Keller avanza un po' di tempo,
aggiunge, farebbe bene a dare una bella lavata di testa
al tizio che ho scritto nel biglietto.
Si caccia le mani in tasca con grande energia, come per
impedirsi di afferrare qualcosa. Se dovesse avere bisogno
di me, dice ancora, mentre gi ha aperto la porta, basta
una parola.
Resta ancora un momento sulla soglia, girandosi pigramente
e infine dice, a mo' di conclusione: Lei sa che io
ho un debole per lei, eh? Senza impegno. Capito?
Capito, mister Shakespeare, risponde Sylvia e ride.
Quando verso le nove meno dieci il barbiere arriva sulla
porta della camerata 29, Laffrentz pretende con insistenza di
farsi tagliare i capelli per primo.
Giustifica la sua richiesta con la scusa che deve andare dal
comandante... da quel guardiano di penitenziario! e non
pu sapere quando sar di ritorno. Per allora il barbiere
potrebbe gi essere passato a un'altra camerata.
Ma potrebbe anche darsi che lei non tornasse pi indietro,
gli dice secco Kurtz.
Laffrentz lo guarda con occhi furiosi, come se volesse incenerirlo.
La sua aria paciosa di affabile grassone  scomparsa
di colpo. Adesso la sua faccia gonfia  fredda, liscia,
come a far scorrere via tutto quello che potrebbe impigliarvisi.
Il barbiere Mitscher ha sistemato uno sgabello nell'angolo
della finestra. Per favore, portare un asciugamano, possibilmente
pulito.
Quest'uomo possedeva un tempo un salone con cinque
poltrone da uomo e tre cabine per signora, due tagliacapelli
elettrici e un apparecchio per la permanente.
Il Landrat in persona veniva da lui tutte le mattine a
farsi fare la barba. Era un socialdemocratico,  vero, ma pagava
puntualmente.
La tragedia del barbiere Mitscher cominci quando il
Landrat ricevette in dono dalla moglie, per quel memorabile
Natale del 1931, un rasoio elettrico, per di pi importato
dall'America. La mancata comparsa quotidiana del notabile
nel suo salone fu per il maestro della forbice un'offesa
personale; ne soffr tanto che decise di fargliela pagare.
Di qui la sua decisione di darsi alla politica.
Ora Laffrentz prende posto, cercando, senza molto successo,
di contenere il volume del suo deretano sulla superficie
limitata dello sgabello. Porge al parrucchiere il suo asciugamano
azzurro e gli dice: Taglio sfumato, come al solito.
Il maestro Mitscher, salito grazie al movimento alla
carica di Kreisleiter con una carriera fulminea di cui ancora
oggi  il primo a meravigliarsi, gli sorride. Il suo tatto di
vecchio barbiere non gli permette di far notare che non 
praticamente possibile, tanto meno con i mezzi primitivi di
cui si dispone ora, eseguire un taglio sfumato su una
incipiente calvizie. In compenso si permette una piccola
battuta: Un asciugamano solo  un po' poco per la circonferenza
del suo collo, Herr Oberregierungsrat.
Laffrentz non reagisce, come se queste sciocche allusioni
non raggiungessero neppure il suo orecchio. Siede con difficolt
sullo sgabello troppo stretto, leggermente chino in
avanti, le braccia appoggiate sulle gambe massicce. Vede
tutto buio. Si guarda intorno come un toro in cerca del
drappo rosso.
Avverte un senso di oppressione allo stomaco. Ho buttato
gi il pane troppo in fretta, pensa, senza masticare, inghiottendolo
a pezzi. Nemmeno il pane uno pu pi mangiare
in pace. Ti guardano, ti spiano, ti contano i bocconi e hanno
l'occhio esercitato a misurare il volume del pezzetto che
tieni ancora nascosto nella mano.
Sospettare di lui, ecco tutto quello che sono capaci di
fare. Maledetta banda! Cercano un capro espiatorio, niente
altro. E pensare che ognuno di loro ha una coscienza che 
come un mucchio di letame. Ma lui li conosce, conosce i
loro sistemi e sa come fanno presto a gridare: al ladro! al
ladro! Ma con lui non funziona, con lui proprio no: se ne
cerchino un altro, un imbecille.
E stia un po' attento! grida al barbiere che si  avvicinato
un po' troppo alla cute con le forbici in movimento.
Il figaro si sente molto colpito da questo rimprovero, e
pi precisamente si sente offeso nella sua qualit di
Kreisleiter. Un barbiere che  soltanto un barbiere lo si pu anche
apostrofare in quel modo, ma un barbiere che  al contempo
un Kreisleiter assolutamente no.
L'uomo lotta con se stesso e intanto rallenta il lavoro. Certo,
lui fa il barbiere, ma  stato un'autorit; anzi, a voler
veder bene le cose,  un'autorit che attualmente funge da
barbiere: una posizione che ha ovviamente i suoi vantaggi;
non da ultimo quello fondamentale che tutti gli internati
delle camerate dove svolge la sua attivit sono tenuti a passargli
una razione extra, sia a mezzogiorno sia alla sera.
Il cibo  importante. E questo Laffrentz, a giudicare
dal tono, dev'essere un uomo piuttosto influente. Meglio star
zitti, allora. Questione di tattica.
Mentre l'attivit della forbice riprende il suo ritmo normale
e i capelli tagliati gli piovono sul vestito consunto,
Laffrentz continua a testa bassa a esaminare i compagni, che
evitano chiaramente i suoi sguardi. Aspettate, aspettate, un
giorno o l'altro ve la faccio pagar cara.
Quell'ipocrita, quell'impostore di Mangel. Sta l seduto e
disegna le sue reti ferroviarie; bravo, fidato, sempre pronto
a fare un piacere. Soltanto che non  chiaro a chi e perch.
Evidentemente anche lui sente che tira aria cattiva. E proprio
uno come lui si mette in cattedra e gioca a fare il giudice.
E poi si pu star sicuri che se c' un boccone grosso
nel pentolone va a finire nella sua gavetta.
E gli altri? Non certo migliori, per carit. Certo  stato
Trost a rubare ultimamente un po' di quel pane che quella
pertica di aristocratico ha tagliato a pezzetti e appeso a un
filo a seccare. E il barone, da dove l'ha preso tutto quel
pane, da fabbricarsi una collana che sar lunga almeno
quarantacinque centimetri? Per non parlare poi di Kurtz!
Quello non fa altro che mangiare; altrimenti come potrebbe
essere sempre cos vispo?
Lei dovrebbe farsi fare una tonsura, Herr Oberregierungsrat,
consiglia Kurtz. Ha tutto quello che occorre
per diventare un buon monaco. Specialmente i digiuni le
farebbero bene, gioverebbero alla sua faccia. Sempre partendo
dal principio che sia una faccia quella che lei si porta
in giro.
Laffrentz preferisce non raccogliere certe bassezze, ma si
rende conto con disagio che il barbiere, chino sopra la sua
testa, sta ridacchiando. Quel disgraziato ride! Ride di lui.
Che cosa  qui a fare, lei, a tagliare i capelli o a divertirsi?
Il ticchettio delle forbici ammutolisce. Il KreisLeiter, attualmente
barbiere, sbuffa incollerito dalle enormi narici.
Un ciuffo di capelli tagliati vola in aria e spiove sulla faccia
di Laffrentz, rimanendo appiccicato alle guance, madide
di sudore.
Laffrentz si sente offeso, personalmente insultato. L'ira
che gli ribolle dentro gli sale alla gola. Cerca affannosamente
una battuta feroce ma non la trova. Intanto la sua
furia aumenta. Ma non esplode ancora.
Spia intorno alla ricerca di un'occasione per attaccare,
sfogarsi; la nausea si mescola all'ira e l'una minaccia di soffocare
l'altra.
Dovunque guardi non vede che sudiciume. La sporcizia
calpestata da mille piedi  penetrata nei muri, nel pavimento,
 attaccata alle gambe delle sedie, al ripiano del tavolo,
 ricaduta sui vestiti degli internati,  ferma sui loro
volti, si annida tra le rughe. Gi, rughe, pieghe fonde da
orango. E da queste facce da orango gli altri lo guardano,
tutti guardano lui, con aria di riprovazione.
La corruzione che regnava nei quadri dell'esercito, indeboliti
dalla presenza di elementi borghesi, sta appunto spiegando
Mangel a Trost che lo ascolta con rassegnata attenzione,
era infinitamente minore della spaventosa mancanza
di senso della responsabilit di una burocrazia totalmente
contaminata dai bonzi del partito. Se si fosse prestata pi
attenzione al mio memoriale del febbraio 1943, si sarebbe
potuta affidare, come appunto io proponevo, la guida dei
ministeri a ufficiali di stato maggiore di provata capacit, e
di conseguenza...
A questo punto Laffrentz esplode veramente, come un
pallone toccato da un sigaro acceso. Se si fosse, se si fosse!
grida con voce rauca dall'ira. Se tu non fossi quel
perfetto idiota che sei, Mangel, ti avrei gi cambiato i connotati!
Nella stanza regna un profondo silenzio. Anche il ticchettio
veloce delle forbici  cessato di colpo. Mangel sembra
strozzarsi in cerca di parole. Trost  sbalordito. Ogni attivit
 spezzata, sospesa. Sulla faccia di Laffrentz si disegna
un sorriso di soddisfazione.
Fin dove gli  ancora possibile, Mangel perfeziona il suo
gi perfetto contegno. Lascia che la frase che ora vuole pronunciare
prenda bene l'avvio nel suo cervello. Infine, a voce
bassa, sforzandosi di mantenere una rigida calma, dice: Il
nostro compagno di internamento, Herr Oberregierungsrat
Laffrentz,  noto a tutti per la sua mancanza di tatto e di
sentimenti camerateschi, e sar bene che ciascuno di noi lo
tenga sempre presente.
Sputasentenze, dice Laffrentz a voce alta e chiara. Una
reazione di questo tipo, a suo parere, rende superflua ogni
altra presa di posizione. Quello  un vecchio cretino. Gioca
a fare il maestro di belle maniere. Non si pu pi neppure
riderci sopra.
Allora, figaro, esclama poi rivolgendosi al Kreisleiter,
lei  passato a miglior vita? O si vuole guadagnare il suo
margine extra standosene con le mani in mano? Dai, amico,
un po' di rapidit. Io devo andare dal comandante.
E intanto Laffrentz medita cupamente fra s, nel caldo
crescente del mattino. Un branco di porci. Oppure dei vigliacchi,
come quell'Hauser, che lui ha voluto aiutare e che
adesso non  capace di dimostrare un minimo di gratitudine,
non sa prendere una decisione. Tutti pecoroni. E lui
- perch proprio lui? - deve andare dal comandante.
Bisognerebbe poter parlare una buona volta anche con
lui, ma cos, da uomo a uomo, e spiegargli la situazione.
Bisognerebbe informarlo che razza di piante ha qui nella
sua serra, a cominciare dal comandante tedesco, per esempio,
e poi ai capiblocco, ai capicamerata fin gi, al magazzino
di distribuzione. Ce ne sarebbe abbastanza da farlo fumare,
ma fumare sul serio!
Il signor Mitscher, profondamente ferito nella sua dignit
dal nomignolo di figaro, sia come barbiere sia - a
maggior ragione - come Kreisleiter, crede per di aver finalmente
capito che questo Laffrentz ha una gran lingua lunga,
ma che in realt non  proprio niente di solido. Se le
cose stanno cos, non  certo il tipo che possa influire sulle
sue razioni extra.
Decide quindi di vendicarsi per le offese ricevute. A modo
suo. E ai lati del testone dell'internato Laffrentz incide con
grande cura due sottili scanalature a zig-zag, nel gergo di
caserma meglio conosciute come scalette dei pidocchi.
Il capitano Keller siede dietro la sua scrivania. Un gesto
secco indica a Gernsbach di prendere posto. Harte si  appoggiato
al muro. Nella stanza regna una piacevole frescura.
Keller siede rigido e teso, come pronto a spiccare un salto.
Tiene le braccia ripiegate sui braccioli e le palme puntate
contro lo spigolo della scrivania, come se cercasse un appoggio
e al tempo stesso si preparasse allo scatto.
Signor Gernsbach, dice con calma studiata, voglio
supporre, nel suo interesse, di aver capito male.
Mi dispiace, dichiara Gernsbach subito, in tono fermo,
lei ha capito benissimo.
Le palme di Keller premono nel legno. Lo spigolo tagliente
gli incide la pelle. Respira fondo, lentamente; si
sforza di mantenere la calma. Getta un'occhiata a Harte,
ma sente che l'altro lo osserva, senza lasciarlo un momento
con gli occhi.
Con voce fredda dichiara: Io la stimo molto, signor
Gernsbach, e mi dispiacerebbe sinceramente che lei mi fraintendesse.
Lei ha avuto un incarico che le permette di rimediare
agli errori di un passato particolarmente doloroso.
Tale possibilit lei la deve - e sembra dimenticarlo - al
governo militare americano.
Keller fa una piccola pausa, getta un'occhiata rapida all'orologio
e poi continua, un'ombra appena pi gelido e
distante: Si tratta, signor Gernsbach, di quello stesso governo
militare che qui, in questa citt, dipende da me...
amico... da me! Lei ha avuto la massima libert di movimento
e io finora ho sempre avallato le sue decisioni, perch
ero d'accordo con lei. Ma qui siamo davanti a un caso
particolare. Io lo dichiaro tale. Quindi la decisione da prendersi
spetta esclusivamente a me.
Le mani di Keller si staccano dallo spigolo della scrivania,
scivolano lungo i braccioli della poltrona e vi restano, quiete,
rilassate. A voce bassa e quasi casuale ripete: Signor
Gernsbach, le ordino di preparare immediatamente quei documenti.
Ora la voce di Gernsbach non  pi cos calma, ma la
sua fermezza  evidente. La fermezza di un uomo che tiene
fede alla decisione presa. Dice: Mi rifiuto di eseguire questo
ordine.  contrario alla mia coscienza.
Keller guarda davanti a s e il suo sguardo si perde nel
vuoto, come se non ci fossero pi pareti. Si butta all'indietro
nella poltrona, resta immobile a guardarsi le mani.
Bene, dice dopo un attimo di esitazione, come se toccasse
un tema di nessuna importanza. Voglio tenere in considerazione
i suoi scrupoli. Le concedo di passare a qualcun
altro del suo ufficio il caso in questione. Ci penser un suo
impiegato.
Questo non cambia praticamente nulla. La responsabilit
resta mia.
Gliel'ho gi detto, Gernsbach, mi assumo io ogni responsabilit.
Ma io non mi lascio privare delle mie responsabilit.
Keller congiunge le mani, come se vi appallottolasse in
mezzo un foglio di carta. Ora la sua voce ha il tono
impersonale di un annunciatore radiofonico. Dichiara: In questo
caso il governo militare  costretto a rinunciare ai suoi
servigi. La esonero dalla sua carica di direttore del servizio
Special Branche. Lei  dispensato da ogni ulteriore collaborazione.
Lei non pu farlo, ribatte Gernsbach.
Le mani di Keller si irrigidiscono stringendosi intorno a
quell'immaginario foglio di carta come se volessero polverizzarlo.
Ah! esclama con improvvisa durezza, secondo
lei io non potrei farlo?
Harte, che sta ancora appoggiato al muro, si intromette
in tono pacato: Posso proporre di dare al signor Gernsbach
una mezz'ora di tempo per riflettere? Gli sar indispensabile
pensarci un momento con calma.
E poich nessuno gli d risposta, Harte riprende: La richiameremo,
signor Gernsbach.
Gernsbach si alza incerto.
Harte guarda fuori dalla finestra.
Keller studia Harte come si guarda qualcuno che non si
sa se  amico o nemico. Allora Gernsbach se ne va. Capisce
che  meglio lasciarli soli.
Per un lungo momento fra i due regna il silenzio.
Keller sfoglia rapidamente la posta che Sylvia gli ha messo
sulla scrivania, ma tiene l'orecchio teso verso Harte che
sta alla finestra e guarda fuori.
Com' questa storia? domanda infine Keller impaziente.
Perch ti dai la pena di proteggere quell'individuo?
Mio caro Keller, Gernsbach non ha affatto bisogno di
questa pausa per riflettere. Sei tu che ne hai bisogno.
Keller ripone il foglietto che ha trovato sopra la posta e
al quale ha gettato soltanto un'occhiata. Caro Harte,
spiega in tono cameratesco, mi pare di averti gi detto
ieri che mi occupo io del caso Hauser. Io soltanto. E lo
chiuder. Con i miei sistemi! E con tutti i mezzi che ho a
disposizione.
Harte si stacca dalla finestra. Si avvicina, afferra lo schienale
di una seggiola, la solleva in un ampio cerchio davanti
a s e la posa davanti alla scrivania di Keller. Si siede e
appoggia gli avambracci sul piano del tavolo chinandosi in
avanti a scrutare attentamente il volto di Keller.
Non so quali strade tu voglia seguire, dice pensosamente.
E allora? esclama l'altro, che si sente sempre pi oppresso
anche fisicamente dalla presenza del compagno. Non
le conosci. Perch vuoi criticarle?
Sul volto di Harte passa un'ombra di stanchezza. Tenta
di sorridere, ma non vi riesce. Guardami, Keller! Sono un
buon ragazzo, sveglio, cordiale, non  vero? Ho proprio quest'aria,
no?
Ora pare che Harte sorrida, di un sorriso ampio e convinto.
Lo si direbbe soddisfatto di s, ma a osservarlo pi
attentamente, sotto quell'atteggiamento esteriore si nota altrettanta
insoddisfazione. Il suo  uno sguardo tormentato.
Otto anni fa, Keller, io ero ancora qui, in Germania, ed
ero un pugno di miseria. Un mucchietto di carne, ossa e
sangue, a pezzi. Mi ammazzarono quasi di botte. Pretendevano
che mi inginocchiassi davanti a una bandiera. E poich
mi rifiutavo, mi picchiarono finch non eseguii. Mi ordinarono:
Grida Heil Hitler' brutto porco. E io non
lo feci. Allora pensavo che questo fosse dignit, onore, orgoglio,
o come vuoi chiamarlo. Invece era soltanto suicidio.
Me ne accorsi quando il sangue cominci a uscirmi dal naso,
dalla bocca, dalle orecchie. E allora gridai tutto quel che
volevano, "Heil Hitler!" tutte le volte che volevano, a voce
alta quanto volevano.
Keller tenta di sottrarsi a quel discorso. Ha l'impressione
di sentirsi imprigionare e sente il bisogno di fuggire. Che
cosa vuoi dirmi con questo, Harte? Quali conclusioni ne
trai?
Io? Ma sei tu che le devi trarre. Vita nuova, Keller,
uomini nuovi, tempi nuovi... e vecchi sistemi.
Ti sbagli. Qui si tratta soltanto di mettere gli uomini
di ieri di fronte alle loro responsabilit, usando i loro stessi
sistemi.
Keller si tira indietro, per sottrarsi alla vicinanza di Harte.
Ma l'altro si fa pi avanti, spingendosi con le braccia
sopra il piano della scrivania. Ma tu riesci a giudicare,
cos a prima vista, se un individuo appartiene a quelli di
ieri o se non potrebbe essere dei nostri, quelli di oggi? Davvero
ognuno degli uomini internati qui dentro  tanto colpevole
da dover essere trattato da delinquente?
Ora Keller ha davvero la sensazione di dover lottare per
liberarsi. Gli sembra di nuotare contro una corrente impetuosa
che riuscir a fronteggiare soltanto resistendo a oltranza.
Sicuro che sono dei delinquenti! Hauser  certamente
uno di quelli!
Aha! esclama immediatamente Harte. di qui allora
il trattamento di favore per sua moglie.
Hauser e sua moglie sono due persone distinte. Completamente
diverse. Lei non  come lui.
Ma perch, Keller, mi chiedo, perch questo trattamento
di favore non dovrebbe un giorno favorire anche lui? Anche
se non subito, certo in futuro ne trarr anche lui i suoi
vantaggi! Non solo, ma non potrebbe darsi che a questo
tipo di indulgenza ne seguisse un altro? E perch poi un trattamento
speciale proprio per la signora Hauser? Tanti altri
ne avrebbero ben pi bisogno.
Keller ha l'impressione di aver guadagnato terreno, di
aver vinto la corrente. Con un sorrisetto ironico dice: E
chi ti dice che la signora Hauser non si sia meritata questo
trattamento?
Adesso Harte diventa pesante. Nei suoi occhi c' uno scintillio
minaccioso. Meritato? In che modo? Sei andato a
letto con lei? Strano modo di compensare favori di natura
erotica con propriet tedesche.
Keller diventa bianco come un cencio. Il suo viso si indurisce,
si chiude. Tu non hai il diritto di pensare a simili
bassezze.
Harte fa marcia indietro. Si rende immediatamente conto
di aver commesso un errore, e si infuria con se stesso. Si alza
bruscamente. Quella donna ti rovina. Bisognerebbe fucilarla.
E se l'amassi? dice Keller.
E tu questo lo chiami amore. E il "Cavallino Bianco"
non  che un commosso segno di questo sentimento.
Keller sorride: Ma che cosa ne sai tu dei miei progetti?
Harte si ritira. Non sono mai stato quello che si dice
un moralista. Ma confesso che non riesco pi a seguire il
tuo modo di pensare. A poco a poco mi prende la paura di
quello che pu causare questo caos che  la Germania. Keller,
ti do un consiglio da amico: lascia perdere! Chiudi questo
capitolo, il pi in fretta possibile. Falla finita. Questa
Germania  come una sterminata fossa comune. Ci si pu
cadere dentro con molta facilit; nessuno se ne accorge se
uno ci casca e gli altri la colmeranno di terra.
Keller sorride. Questa seriet di Harte, cos nuova e appassionata
e quasi patetica, gli d una sensazione di superiorit.
Ritrova la sua sicurezza. Decide di essere gentile,
amichevole. Puoi stare tranquillo, Harte. So benissimo
quello che voglio.
Pu darsi. Ma sei altrettanto sicuro di sapere quello
che gli altri vogliono da te?
Lascia che a questo ci pensi io, per favore. Queste parole
suonano piuttosto come un ordine celato dietro un
amichevole consiglio.
E Keller, nella ferma intenzione di concludere il colloquio,
prende il foglietto che Sylvia ha messo sopra le altre
carte. Un rapporto di Colman, dice in tono del tutto
professionale. Un internato di nome Laffrentz  stato segnalato
per scorrettezza durante l'appello di ieri sera. Fattelo
portare e sbriga questa faccenda al posto mio. Questo
 tutto.
Keller, dice ancora Harte e vuole avvicinarsi.
 tutto, ripete l'altro.
Sul pavimento dell'ufficio di Sylvia Meiners - ufficialmente
chiamato l'anticamera del comandante -  stesa per
traverso una folta passatoia che collega, come un largo nastro,
la porta dell'ufficio di Keller con quella che d sul corridoio.
Quel tappeto  come una passerella. Quando Sylvia sta
seduta al suo tavolo d'angolo ce l'ha proprio davanti agli
occhi. Le devono passare tutti davanti: quelli che vanno
dal comandante e quelli che escono dal suo ufficio.
Ora in quell'ufficio sono in tre: Keller, Harte e Gernsbach.
Lei  sola. Chi ci sia in corridoio, lei non lo sa. E
sulla veranda aspetta Brigitte Hauser.
Negli altri locali di quello stesso piano sono distribuiti
gli uffici pi importanti dell'amministrazione, l'archivio e le
stanze degli ufficiali inquirenti. Al piano di sotto ci sono le
camere di guardia, il comando di emergenza, gli uffici amministrativi
del campo e le celle per gli interrogatori. Nei
sotterranei ci sono i depositi, i magazzini e i servizi di comunicazione:
centralino telefonico e telescriventi: nel sottotetto
la sala radio.
Ci che si sta dicendo ora nell'ufficio di Keller non pu
essere udito in questa stanza. Grandi porte imbottite inghiottono
ogni parola, assicurando il segreto. Ma anche senza
questi accorgimenti, i discorsi fra Keller e Harte non sarebbero
ugualmente udibili. Entrambi evitano i toni alti,
non gridano mai, non usano nemmeno le imprecazioni in
voga fra i militari. Pu capitare tutt'al pi che Harte fischietti
qualche volta - con voce acuta e spaventosamente
stonata. Di tanto in tanto si sente qualche cordiale richiamo
di saluto. Una discussione, peggio una lite a voce alta,
finora non c' stata mai.
Sylvia Meiners riordina i rapporti quotidiani dei diversi
collaboratori e dei diversi servizi. Si tratta per lo pi di lunghe
colonne di cifre: uomini in forza al servizio di sentinella,
approvvigionamenti, effettivi del personale. Poi i verbali
degli interrogatori e delle indagini, che ogni giorno
vanno raccolti in una cartella e che Keller desidera gli vengano
passati in perfetto ordine ma senza commenti. Fa parte
invece dei compiti di Sylvia controllare con esattezza le colonne
di cifre, confrontarle con le cifre di base stabilite da
Keller e fargli immediatamente notare ogni differenza.
La porta dell'ufficio di Keller si apre e Gernsbach avanza
sulla passatoia. Sono nel mio ufficio, dice. Cammina a
passi lunghi, veloci, come se volesse ridurre al minimo il
tempo che impiega a traversare la stanza di Sylvia.
La ragazza lo segue attentamente con gli occhi fino a
quando si  richiuso la porta alle spalle, poi riprende a lavorare.
Nota che le cifre relative agli approvvigionamenti
si mantengono singolarmente costanti. Sembrano tante copie.
Si direbbe che il sergente incaricato dei magazzini faccia
le sue spese e di conseguenza anche l'elenco di conti a
turni regolari, ogni tre giorni. Sarebbe forse il caso, pensa
Sylvia, di farlo delicatamente notare a Keller. Si potrebbe
cercare di variare un po'.
La porta che d sul corridoio si apre lentamente e sulla
soglia compare Slembeck.
C' il capitano Keller?
S, risponde Sylvia.
Posso parlargli?
In questo momento no.  occupato.
E quando crede che non sar pi occupato?
Questo non glielo saprei dire.
Ma pu cercare di immaginarlo.
Difficile.
Provi, signorina, provi.
Un tipo ostinato, pensa Sylvia. Se vuol lavorare in pace
deve trovare il modo di liberarsene.
Signor Slembeck, spiega, non mi  possibile dirle
quando il capitano Keller avr tempo per lei. In questo
momento sta lavorando con mister Harte. Quando avr finito,
lo attende un altro impegno che probabilmente lo terr
occupato a lungo.
Pensa a Brigitte Hauser e il suo sorriso diventa ironico.
Ma  l'unico piccolo divertimento del tutto personale che si
permette sul lavoro. Un po' di cattiveria tutta per s. Fa
tanto bene! Il suo sorriso diventa sempre pi ironico.
Slembeck pensa subito che l'ironia si riferisca a lui e diventa
arrogante. Ehi, signorina, dice, guardi che non
sono io a voler qualcosa da loro. Sono qui a portare quello
che loro vogliono da me.
Naturalmente riferir appena possibile a mister Keller
che lei  stato qui.
Slembeck affonda la mano sinistra nella tasca dei calzoni.
Cosa significa:  stato qui! Io sono qui, signorina. E aspetto.
Dove posso aspettare?
Qui non  possibile, fa Sylvia. Questo  un ufficio:
si fanno telefonate e si svolgono colloqui di lavoro, qui ci
sono i nostri incartamenti. Tutte cose alle quali gli estranei
non possono avere accesso;
E va bene, concede Slembeck di malavoglia. Prendiamola
cos. E dove posso aspettare, allora?
Dove ha sempre aspettato le altre volte. Dabbasso. Nei
locali di guardia.
Cos Slembeck se ne va.  furioso. Ma cos va il mondo:
queste belle ragazze dai capelli d'oro si danno delle arie,
stanno in giro di notte e di giorno diventano arroganti. E
quelli come lui invece? Oggetti! Merce di scambio! Non
sarebbe poi cos grave, basta conoscere bene il proprio
prezzo.
Sylvia Meiners sfoglia ora, come fa quasi ogni giorno
quando le  possibile, i rapporti degli interrogatori del tenente
Lewis. Lewis  una specie di Salomone fra questi scrutatori
di coscienze del campo 7.  l'unico" a concludere
i suoi rapporti con dei giudizi tanto chiari quanto sconcertanti.
A quanto lei ricorda, gi tre volte Lewis si  espresso
laconicamente con queste parole: l'internato dovrebbe essere
immediatamente assunto in un servizio di denazificazione.
Harte esce in quel momento dalla stanza del comandante.
Anche lui cammina tenendosi nel mezzo della passatoia, come
se fosse molto importante non fare un passo fuori. Si ferma,
la guarda e le sorride... ma con il viso tirato, pensa Sylvia.
Bella bottega, questa, dice Harte, tanto per dire
qualcosa.
Sylvia non sa che cosa rispondere. Sente che anche lui 
irritato, ma ha abbastanza humour per ridere della sua stessa
irritazione. Una volta, pensa Sylvia, almeno una volta
vorrei veder scomparire ogni traccia di ironia dalla sua
faccia; allora dovrebbe affiorare quello che lui tenta sempre
cos accanitamente di nascondere: il sentimento!
Dove  andato a finire Colman? domanda Harte.
In questo momento dovrebbe essere gi in palestra, almeno
credo.
Aha! esclama lui e il suo sorriso si fa pi largo. Colman
ha il suo quarto d'ora culturale.
Oggi con la sua posta  arrivato un grosso pacco di musiche,
dice Sylvia. Per lo meno ha un ideale. Almeno
lui.
Che giornata! sbotta Harte. Prima cattivi sistemi,
poi cattiva musica e infine del buon whisky. Allora, io sono
in palestra. E pi tardi probabilmente alla mensa. Terza
sala, tavolo d'angolo a sinistra. E se non mi trovano al tavolo,
mi cerchino sotto il medesimo.
Non ha proprio niente di meglio da fare?
Harte fa un ampio cenno di diniego e nell'agitare.la mano
si accorge del foglietto che Keller gli ha dato all'ultimo minuto.
Lo guarda meglio e dice: Giusto. Prima ancora una
cosa: l'internato Laffrentz, del blocco C, deve presentarsi
da me. Lo faccia portare gi direttamente in palestra. Telefoni
a Reiter. Ci pensi lui.
Ed  tutto? domanda Sylvia.
Mi basta. Per me  davvero pi che sufficiente. A proposito:
via libera agli intraprendenti. In questo caso l'intraprendente
si chiama Keller. Via libera a lui e al caso
Hauser.
E lei sgombera il campo?
Io mi inchino ai pi vasti disegni e al pi alto stipendio.
La signora Hauser  qui che aspetta il capitano Keller.
Sylvia butta fuori le parole come se fossero l'ultimo mezzo
per trattenere Harte.
Lui  gi sulla porta, si ferma. Dove? domanda.
Sulla veranda.
Molto significativo, dice Harte. E poi aggiunge: Ma
come, non gli concede neanche questo po' di felicit? Sa,
Sylvia, come si chiama quello che lei prova? Gelosia. In fondo
si tratta di una reazione molto primitiva.
Ma che cosa deve succedere, mister Harte, perch lei
la smetta di considerare il mondo intero come un campo
da gioco per bambini?
Harte preme la maniglia, apre la porta e infine dice:
Forse per arrivare a tanto dovrei avere la sensazione di
essere amato.
Ma questa non  mai una faccenda cos unilaterale. Bisogna
per forza essere in due.
Appunto, Sylvia!  proprio quello che volevo dire. Ci
rifletta un momento. E si chiude la porta alle spalle.
Sylvia resta con gli occhi fissi sulla passatoia, sembra seguire
i passi di Harte da una porta all'altra, come se lui
fosse ancora l, se lo vedesse con le braccia penzoloni, il viso
intelligente sempre ironico, con quegli occhi melanconici
e le piccole rughe che gli si formano intorno alla bocca.
E per la prima volta ha l'impressione di conoscere ormai
bene questo viso, di capirlo.
In quell'istante entra Keller. I suoi gesti sono brevi, decisi.
Spira un'aria di soddisfazione, di sicurezza. Qualcosa
di nuovo, signorina Meiners? domanda.
La signora Hauser l'aspetta in veranda.
Bene, signorina. Altro?
Il signor Slembeck vuole parlarle.
D'accordo. Ma deve aspettare. Niente altro?
No, mister Keller.
Tanto meglio! Slembeck si tenga pronto. E anche il comandante
tedesco del campo. E anche l'internato Hauser.
Rimandiamo tutto il resto, per il momento. Dia lei le disposizioni.
Brigitte Hauser sente i passi che si avvicinano alla veranda.
Aspira profondamente e si impone di rilassarsi. Chiude gli
occhi. Una mano pende mollemente dal bracciolo della poltrona
a sdraio, l'altra riposa in grembo. Sa con precisione
che l'effetto  altamente decorativo.
Keller si dirige verso di lei. La donna apre lentamente
gli occhi e gli sorride. Un sorriso molto tenero. Gli porge la
mano.
Come stai? domanda Keller.
E tu?
Bene anch'io.
Le siede accanto. E per esserle ancora pi vicino, sposta la
seggiola. La sua mano scivola sulla nuca di lei, che vi si
posa, cerca la carezza.
Come stai? ripete lui.
Ancora bene.
Ora le dita di lui scorrono fra i capelli morbidi. Brigitte
chiude gli occhi, socchiude la bocca. Respira profondamente.
Il suo corpo sembra tendersi, scivolare verso di lui che
le si china sopra.
Il mattino pesa greve di calura sopra la citt. L'aria comincia
a farsi vitrea, scintillante. Oltre il filo spinato si
stende il verde spento dei prati, esausti sotto il sole implacabile.
I contorni delle montagne sfumano in un tremulo alone
luminoso.
Keller si stacca. Ha il respiro pesante. Sente il caldo che
 nell'aria e anche quello che sale dal corpo della donna,
misto a un profumo molto dolce.
Vogliamo parlare seriamente? domanda.
Sono qui per questo.
Brigitte si solleva e si ravvia i capelli con gesto sicuro.
Piega indietro la testa, chiude la bocca e cerca lo sguardo
di lui.
Gli dice: Mi dispiace, Frank, ma devo darti una grossa
delusione. Non ho il braccialetto.
Keller si china, come se fosse stato colpito con violenza,
di sorpresa. Si sforza di sorridere gentilmente, si passa una
mano sulla fronte quasi a controllare se l'afa crescente si 
gi tramutata in sudore. Ma la sua mano rimane asciutta.
E perch non hai il braccialetto? domanda infine.
Come ti ho detto ieri, era nascosto. Questa mattina sono
andata a prenderlo, come eravamo rimasti d'accordo. Il
bracciale non c'era pi.
Rubato?
No. Non credo. Deve aver cambiato lui il nascondiglio,
poco prima di essere preso.
Keller si appoggia alla spalliera come se ora sentisse davvero
bisogno di un punto d'appoggio. La conclusione di
tutto questo, fa Keller,  che tu vuoi parlare con tuo
marito.
Brigitte si gira ancora di pi su un fianco. Le braccia
puntate sui braccioli della poltrona, il corpo piegato verso
di lui. Non ho nessuna voglia di parlargli, Frank. Ma dovr
farlo per forza! Penso che ti importi, no, di avere il
braccialetto?
E come no?  alla base del nostro accordo.
Brigitte si piega ancora di pi, il corpo premuto contro
l'intreccio di vimini della poltrona.  ancora cos?
Naturalmente, risponde Keller. E sbalordito e sgomento,
ma deciso, aggiunge: Oppure credi che tutto sia...
gi pagato?
Gli occhi di Brigitte si restringono, la bocca si fa sottile.
Lentamente scivola indietro nella poltrona. Queste parole
non le ho sentite.
Perdonami.
Va bene.
No, grida lui impulsivamente, niente va bene. Io
devo avere quel bracciale.
Non vuoi dirmi il perch?
La donna guarda oltre la veranda, nell'aria luminosa. Ode
una risata lontana, poi il motore di una jeep che sbuffa e
ulula per poi acquietarsi in un tranquillo, monotono ronzio.
Non sente pi Keller, neppure il suo respiro.
Hai poca fiducia in me, gli dice infine.
Il braccialetto e il mio... amore per te sono due cose che
non hanno nulla a che vedere l'una con l'altra. Sono due
cose completamente distinte, capisci, Biggy. Ti prego, cerca
di credermi.
Brigitte ha la sensazione che il corpo di lui si sia fatto
di nuovo pi vicino. Dice in fretta: Potr allora... parlare
a mio marito? E aggiunge subito: Perch tu possa avere
il braccialetto.
Pare che non si possa evitarlo, risponde lui.
Da sola? vuol sapere subito Brigitte.
Impossibile.
In presenza d'altri non dar mai informazioni. Lo conosci,
 molto diffidente.
Keller, steso all'indietro sulla sua poltrona, contempla le
gambe di Brigitte e le trova molto belle. Eccitanti. Distoglie
lo sguardo e lo fissa sul pavimento di assi della veranda. Massicce
travi da costruzione.
E tu credi, domanda, che in questo modo riusciresti
a ottenere il bracciale?
Soltanto cos!
E non hai altri secondi fini per volere questo colloquio?
Quale ragione potrei avere? Per devi rispondere a
una mia domanda, dice ancora Brigitte con molta dolcezza,
questa volta. E senza aspettare risposta continua:
Se ti do questo bracciale... questo gesto influir in qualche
modo sulla situazione di mio marito, voglio dire sulla
valutazione della sua colpevolezza? Se il bracciale c', verr
dichiarato criminale di guerra?
Keller si alza e va ad appoggiarsi alla balaustra. Guarda
gi sul piazzale: un grosso veicolo in attesa, alcuni soldati
che siedono al sole e giocano a carte insieme a Slembeck,
una sentinella dall'aria annoiata, ghiaia bianchissima.
Si volta, appoggia la schiena all'inferriata e fissa Brigitte
negli occhi. Fissa quel volto liscio e bellissimo che gli sfugge.
Dunque lo ami ancora. Vuoi proteggerlo.
Brigitte scuote leggermente la testa in un chiaro diniego.
Ma sembra veramente turbata. Tu sai bene chi amo,
Frank. Ma non voglio sentirmi colpevole del suo destino.
Il suo caso  chiarissimo, dichiara Keller deciso. Te
lo assicuro, il bracciale non cambia assolutamente nulla.
E allora perch lo consideri cos importante? Ci ho molto
riflettuto. Non riesco a liberarmi dall'idea di darti in
mano con il bracciale una prova preziosa.
Keller sente che la donna ha colpito nel segno. Vuole
evitare che se ne accorga e volge altrove lo sguardo. Torna
ad affacciarsi al balcone.
Che cosa posso fare, pensa, per dissipare questa sua sfiducia?
Che cosa posso fare per riuscire ad avere quel bracciale?
La jeep  sul piazzale. La sentinella sembra ciondolare
incontro a un pisolino antimeridiano. E i soldati fuori servizio
stanno l raccolti intorno a Slembeck a farsi spiegare
come aver fortuna con le carte. Slembeck!
Slembeck, naturalmente!
Non ho bisogno di prove, Brigitte. Ho un testimone, un
testimone la cui deposizione  pi che sufficiente per farlo
condannare.
Davvero?
Te lo far conoscere. Potrai parlargli. Spero che questo
baster a tranquillizzarti.
Me lo auguro, Frank. Vorrei vederci ben chiaro, prima
di parlare con mio marito.
Se proprio ci tieni... volentieri.
Gi in palestra si sta suonando Gershwin. Rapsodia in
blu, per due pianoforti. Interpretata da internati che il
tenente Colman ha preso sotto la sua direzione artistica.
Prova antimeridiana.
Ogni settimana gli internati del campo - rigorosamente
divisi secondo i blocchi a cui appartengono - si riuniscono
per una serata musicale-letteraria. Nelle cantine della ex
caserma sono stati rinvenuti due vecchissimi e malconci pianoforti.
I pianisti che li usano sono gli internati Hgler, un
librettista d'opera lirica, e Flote, un insegnante di pianoforte
di un certo tono. Iscritti al partito entrambi. Che cosa
li avesse indotti a cercare, oltre alla gloria artistica, anche
gli allori della politica, oggi non lo ricordano assolutamente
pi.
Il tenente Colman si considera un temperamento musicale.
Non ce l'ha neppure con Wagner; il fatto che anche
Hitler lo tenesse in gran conto, lo considera un errore, e
nient'altro. Dopotutto anche lui doveva pur scegliere qualcuno.
Ma Colman  cos: tutto quello che  stato dichiarato
frutto del genio, sia pure a livello di libro di lettura, lui lo
apprezza, lo tiene su un altare. Un posto a parte  riservato
a Shakespeare, naturalmente.
Quella mattina si  portato gi un fascio di musiche: antichi
classici tedeschi. E ha scoperto che per la maggior
parte il loro nome comincia con una B. Ma ora  venuto il
momento di tirar fuori gli americani. Soprattutto Gershwin.
In particolare nell'arrangiamento per pianoforte, anzi
per due pianoforti. Uno ha la partitura del solista, l'altro
sostituisce l'intera orchestra.
Qui naturalmente Colman deve destreggiarsi con una certa
abilit. Gli artisti, si sa, sono nature sensibili, maledettamente
ambiziosi, per di pi. Adesso i due stanno litigando
ferocemente per ottenere la parte del solista. Ovviamente
ciascuno dei due  convinto di essere l'unico in grado
di eseguirla in modo degno.
Colman  tutto un sorriso. Ora pensa lui a mettere le
cose a posto. Da vero Salomone. Ognuno dei due deve suonare
una volta l'intera partitura del solista. Quello che pester
pi forte, avr la parte dell'orchestra.
Gli internati accettano senza protestare le sue decisioni,
per le quali egli del resto si guarda bene dal dare spiegazioni
pi approfondite. Si mettono subito a provare e sono
felici. Colman siede l vicino ed  contento anche lui. Si
sente un mecenate.
Harte arriva tranquillo, attraversando la lunghissima palestra,
e si siede accanto a lui. Dice: Fanno davvero della
musica o suonano soltanto cos, per divertimento?
Gershwin, spiega Colman ed  visibilmente risentito.
Non fa niente, risponde Harte ridendo.
Colman non solo si sente disturbato, ma vede anche incomprese
le sue migliori qualit. Ma lei non capisce proprio
niente di musica?
Pu darsi.
Triste, fa Colman. Con la punta del piede segna il
tempo sul pavimento di terra battuta.
Manca la cadenza del clarinetto, constata alla fine amareggiato.
A chi? domanda Harte.
Senza la cadenza del clarinetto non  possibile.
E cos Harte viene a sapere che l'interpretazione di Paul
Witheman della Rapsodia in blu  diventata famosa appunto
per la splendida cadenza introduttiva del clarinetto.
La cosa lo annoia profondamente. Bisogna dire che quando
il buon Colman si prende sul serio c' proprio da morir dagli
sbadigli.
Harte si ritira prudentemente.
Ciondola avanti e indietro per la grande palestra poco
illuminata; dietro alle vetrate sporche ribolle la calura. Le
pareti piastrellate sono coperte di un leggero strato di polvere.
Le note della Rapsodia salgono fino al soffitto e ne
ricadono con scintillanti cascate di suoni.
Alle sue spalle si apre una porta a vetri e compare un
uomo della polizia tedesca del campo. Dietro di lui un internato,
un ometto piccolo e grasso, che avanza balzelloni
come una palla di gomma.
Aha, pensa Harte, la mia vittima! E appoggiandosi ai
pioli di una spalliera aspetta che i due gli vengano davanti
e si mettano sull'attenti.
Il poliziotto si mette in posizione.  un po' curvo e nodoso,
come un salice da fossato.
Infine arriva la comunicazione: Internato Laffrentz,
blocco C, agli ordini. Come un orologio che srotola fuori
i suoni previsti.
Benissimo, dice Harte. Vada pure.
L'uomo batte i tacchi e fa un secco dietro-front.
Ma cos' questa storia! esclama Harte. Le ho detto
di andare, non di rompere le file!
Signors, fa il poliziotto e si ritira a passo di marcia.
Roba da matti, pensa, il poco stile che hanno questi americani.
Harte si volge verso Laffrentz, e vede un faccione tondo
e degli occhi pungenti. Gote gonfie e un gran deretano: il
classico incettatore da mercato nero, pensa Harte. Deve essere
calato ben poco di peso in questi ultimi mesi; ed  tutto
dire, perch il vitto qui non  davvero abbondante. Bisogna
saperci fare per rimanere grassi con questa dieta.
D'improvviso la faccia di Harte si illumina di un ampio
sorriso. Laffrentz, senza preoccuparsi di tenere un contegno
corretto di fronte all'ufficiale, annusa - o crede di annusare
- un'aria di benevolenza. Gli occhietti si aprono di pi e
scintillano interessati. Anche l'ultimo resto di contegno se
ne va. Pare che questo tizio non sia affatto male.
Il gran sorriso di Harte dipende invece dalle scalette dei
pidocchi che guarniscono la sua capigliatura e che non si
possono ignorare, tanto sono vistose. Sotto una pioggia violenta
oppure sotto una doccia, pensa Harte, questa testa diventerebbe
un torrente tutto a cascatelle. Come nudo potrebbe
far pensare a Rubens.
Be', fa Harte trattenendo a fatica il riso, che cosa
ha combinato?
Niente, afferma Laffrentz compunto e innocente. E
aggiunge subito: Niente comunque che io sappia.
E allora il fatto che lei sia qui  uno sbaglio, eh?
Non voglio dire questo, esclama Laffrentz conciliante,
ma io per lo meno ho questa impressione.
Anch'io, fa Harte.
Bene, pensa Laffrentz, anche per questa volta mi  andata
bene. Questo qui non ha l'aria del duro. Certo adesso trover
il modo di mettersi a gridare, dopotutto  il suo mestiere,
gli dar una lavata di capo e poi lo lascer andare.
Ma non lo tormenter. Una cosa  certa, quando uno ti vuole
cavare la pelle, comincia in tutt'altro modo.
Cos lei non sa perch  qui?
No davvero! Non so proprio di aver fatto qualcosa di
male. Mi creda. Probabilmente un errore, uno spiacevole
errore.
Harte, che giocherella facendo scorrere la mano lungo la
spalliera, non vede perch dovrebbe mettersi a tuonare per
una cosa da nulla. Vuol liberarsi alla svelta di questo insignificante
individuo e poi divertirsi un po' a irritare Colman
con osservazioni blasfeme sulla musica, fino a fargli venire
una buona sete di whisky.
Si pu sapere, allora, che cosa  successo ieri sera durante
l'appello?
Durante l'appello?
Questa volta Laffrentz  genuinamente stupito. Ha pensato
almeno a una decina di cose che avrebbero potuto imputargli,
ha gi passato e ripassato in rassegna le molte magagne
della sua coscienza e ha trovato parecchi punti che
potrebbero diventare sgradevoli. Ma all'appello non ci sarebbe
proprio mai arrivato. Mai. Tira un sospiro di sollievo
e la sua faccia si illumina come in pieno sole.
Harte nota immediatamente che questo visibile sollievo
 autentico. Evidentemente era una cosa da nulla. Sarebbe
ridicolo volerla gonfiare.
Allora, dice e intende farla finita al pi presto, lei
 sicuro di non aver parlato mentre era schierato per l'appello?
Ma certo, dichiara Laffrentz subito e con convinzione,
ne sono sicurissimo. Assolutamente! Io non sono stato di
certo.
Il foglietto che Harte ha in mano viene ripiegato e rimesso
in tasca. Un caso molto chiaro. E se non  chiaro,  comunque
molto banale, ridicolo addirittura.
Che cosa deve fare uno in una situazione del genere?
Prendere questo grassone a pedate, metterlo agli arresti di
rigore, e infilare un appunto nel suo dossier? O ridurgli la
razione di pane per qualche giorno? Sciocchezze! Quest'uomo
 la rclame vivente del buon cibo che ricevono gli internati.
E va bene. Chiuso.
L'istinto dice a Laffrentz che la minaccia  cessata. Il
pericolo immediato  scomparso! Pu tornare a galla! Tutti
gli uomini in coperta! Be',  o non  un conoscitore di
uomini?
Quando era ancora al ministero, sapeva sempre se un superiore
era o no di buona luna. E quando uno aveva il suo
quarto d'ora di prodigalit, lui gli si appiccicava addosso,
gli ammanniva le cose pi disgustose e quello firmava. Poi
quando se ne accorgeva, il buon umore naturalmente passava,
ma a lui, Laffrentz, non gliene fregava niente, ormai le
firme le aveva in tasca.
Ma qui la faccenda  diversa, molto diversa. Lui qui non
ha niente da dire. Ma proprio niente di niente.  completamente
nelle mani di questi disgraziati.
Questo yankee, per, questo Harte per fortuna  di buon
umore. Almeno a vederlo. Improbabile, per, che sia sempre
cos. Di sicuro ha dormito bene, con qualche bella
ragazza. Siano benedette quelle puttanelle che con la loro
fatica alleviano la dura sorte dei poveri internati. Venga
ancora uno a dirgli che non hanno una funzione sociale!
Salvatrici dell'umanit sono, quelle scaldaletto.
Davvero, Laffrentz si sente molto sollevato. Non  stato
poi un gran guaio. Liberato da un gran peso, si sente tornare
il coraggio. Proprio come quella volta, quando era
riuscito a farsi nominare Oberregierungsrat, dopo che al suo
predecessore avevano consigliato di fare il rappresentante
di bretelle. La soddisfazione gli fa trarre un gran sospiro.
No, assicura per l'ennesima volta con tutto lo slancio
possibile, non sono stato io, veramente. Molto probabilmente
mi hanno scambiato con Hauser.
Harte, che stava gi per andarsene, si ferma di botto.
 Con chi devono averla scambiata?
Con un certo Hauser.  anche lui della mia camerata.
Pu darsi benissimo che si tratti di lui.
Questa volta Harte osserva Laffrentz con attenzione. A
lungo, con occhi penetranti.
Ehi! dice poi, quello che mi dice  molto interessante.
Dovremo riparlarne un momento con calma.
Allora, lady, fa Slembeck con arroganza, che cosa
vuol sapere da me?
Brigitte, che gli sta davanti, ha un momento di esitazione.
Si guarda intorno, come a rassicurarsi che il loro colloquio
non venga ascoltato da nessuno.
Keller sta attraversando lo spiazzo diretto al cancello
che immette nel recinto degli internati. Arrivato al portone
d alcune istruzioni a un uomo della polizia interna del
campo, che subito parte al trotto.
La jeep  sempre l, abbandonata. I soldati che giocavano
a carte con Slembeck sono spariti. Keller li ha messi in fuga
senza fatica con tre frasi secche, buttate l come per caso.
Rimproveri: prima perch giocavano, secondo perch lo facevano
all'aperto, sotto gli occhi di tutti, terzo perch si
erano messi a giocare con un estraneo. Cos i ragazzi si sono
rifugiati nei locali di guardia, camminando in fila indiana
come oche e imprecando tra i denti.
Poi Keller si  rivolto brevemente a Slembeck, con un
tono che non ammette discussioni. Si tratta di un ordine.
Un ordine che costa un certo sforzo e perci viene dato in
fretta, come gettato l.
Keller ha messo Slembeck di fronte a Brigitte e gli ha
detto: Racconti a questa signora con la massima precisione
e con tutti i particolari tutto quello che sa dell'SS-Fhrer
Hauser.
Tutto? ha domandato Slembeck.
Tutto, ha confermato Keller.
Poi il capitano si  rivolto alla signora e ha detto:
Ritorno subito. Biggy. Devo soltanto preparare una cosa.
Tu sai quale.
E la signora ha annuito e poi ha detto: Ti ringrazio,
Frank.
Ah, siamo a questo punto. Un caso chiaro come il sole.
Slembeck sogghigna fra s e s. Biggy e Franky, che idillio!
E che centra questa storia con Hauser? Bah, tutto sommato
a lui che gliene frega! Quei due se la vedono insieme,
quindi far bene a raccontarle quello che vuole sapere. Un
caso pi chiaro di cos!
Allora, lady... che cosa vuol sapere? ripete Slembeck
per la seconda volta.
Indica alla signora una panchina proprio davanti alla
palazzina degli uffici, ma la signora non vuol sedere. E va
bene, si dice Slembeck, se non vuole, ne faccia a meno. Io
comunque sono stato gentile, come si conviene con una signora
che chiama il comandante per nome. Io la mia parte
l'ho fatta, se lei vuol stare in piedi, mi siedo io.
Si siede infatti, tira fuori un mazzo di carte da gioco e con
grande destrezza comincia a mescolarle. Ascolto, dice.
Lei conosce lo SS-Standartenfhrer
Hauser? domanda
Brigitte.
Conoscerlo? Slembeck alza gli occhi senza smettere
di mescolare le carte. Tipi come lui non si conoscono.
Io l'ho visto, capisce, come si vede uno quando si  presenti
come testimoni. E si vede schizzare il sangue. Ho perduto
tutti i miei parenti in quell'occasione. I miei documenti,
il mio patrimonio, ricordi di valore. Tutto. E a cose
finite tutta la tenuta non era che fumo e fiamme.
Butta gi sulla panchina le carte, taglia il mazzo, solleva
la met che sta sopra, la mette in disparte, afferra il mazzetto
che sta sotto e lo getta sull'altra met.
Lei quindi  in grado di testimoniare che Hauser ha
partecipato all'azione?
Partecipato? Sempre in prima fila, con la pistola in
mano! E la pistola fumava che pareva di essere al cinema,
sa quei western. E lui avanti, sparando a destra e a sinistra.
E poi fuori un bidone di benzina, pronti i fiammiferi
e avanti! Ecco, cos era Hauser.
Solleva la prima carta del mazzo e la butta rovesciata sul
legno della panchina. Fante di quadri. Un'altra. Dieci di
quadri. Quadri vuol dire denaro, dice. E poi, contemplando
le due carte: Bel campione davvero, quell'Hauser!
Io sono la signora Hauser, dice Brigitte.
Slembeck, che sta per girare la terza carta, ha un attimo
di esitazione. La mano rimane posata sul mazzo per un
lungo momento, come se vi fosse incollata. Poi, lentamente,
la ritira.
Slembeck alza gli occhi a esaminare la donna che gli sta
davanti. E la guarda come se la vedesse per la prima volta.
Lei dunque  la signora Hauser, dice. Lei! Molto interessante.
Alza un'altra carta e la guarda: dama di cuori. Niente
male! esclama.
Che cosa si ripromette da questa sua testimonianza,
signor...
Slembeck, l'aiuta lui tutto gentile. E dopo aver un
momento riflettuto aggiunge: Ripromettermi? Che cosa mi
riprometto da questa testimonianza? Io?
S, dice Brigitte e guarda come ipnotizzata le dita agili
dell'uomo che ora rimescolano le carte. Che cosa ci guadagna?
Le dita di Slembeck tastano il dorso delle carte, come
un cieco che cerchi un segno di riconoscimento. Ora prende
una carta con l'indice e il pollice, la volta: asso di cuori.
Mi stia a sentire, lady, fa Slembeck con dolcezza. Lei
parla di guadagno. Questo a lei non deve affatto interessare.
Non ha mai sentito parlare di giustizia?
E con le due mani butta insieme le carte. Davvero mai
sentito parlare di un sentimento che si chiama giustizia?
Sentito parlare s. Ma non ci credo.
Brigitte si dondola leggermente sulle sue scarpette, senza
destare particolare attenzione in Slembeck. Dunque lei,
ripete,  uno dei testimoni a carico di Hauser.
Uno? Ma lady! Io sono il primo e miglior testimone a
carico che ci sia. L'unico. E sono un testimone davvero
eccezionale.
Torna a dare le carte, con un solo rapidissimo gesto,
distribuendole sul legno della panchina. Dopo un attimo
di meditazione sceglie quattro carte e se le mette davanti,
le scopre una dopo l'altra. Sono le quattro carte pi basse,
una ogni colore.
Brigitte interpreta nel modo giusto questa esibizione.
Dice: In tutta franchezza, signor Slembeck... quanto costa
la sua testimonianza?
Lei vuole comprarmi?
Supponiamolo.
Sar difficile, risponde Slembeck con calma e sceglie
altre quattro carte. Temo che lei non possa proprio. Non
ha tanto denaro. Per me, deve sapere, sono in gioco grossi
valori. Beni preziosi di famiglia. Gioielli, lady.
Ah! esclama Brigitte impulsivamente. Un braccialetto
di platino.
Slembeck lascia cadere di colpo le carte che ha in mano,
come se si fosse scottato le dita. Come fa a saperlo? Chi
glielo ha raccontato? Harte? Keller? O chi?
Le si accosta, sospingendo via le carte che sono sulla
panchina. Dica un po', lady... lo ha per caso lei, il braccialetto?
Lo ha lei?
E se lo avessi io?
Slembeck si allontana di nuovo sulla panchina. Alcune
carte cadono per terra e lui si china a raccoglierle. Raccoglie
tutto il mazzo e lo ripulisce contro la stoffa della giacca.
Se ce l'ha, me lo dovr rendere. Questo  chiaro. Quel
bracciale  di mia propriet. Per questo sono qui.
Brigitte siede accanto a lui sulla panchina. Per questo
dunque  qui e per questo testimonia contro Hauser.  sicuro
che le serva?
Slembeck conta le carte. Devo riavere il braccialetto. E
stia tranquilla che lo riavr.
Brigitte posa un braccio sulla spalliera della panchina e
sorride all'uomo che mischia le carte, come a incoraggiarlo.
Lei dovrebbe riflettere un momento, signor Slembeck. Lei
dunque vuole il braccialetto?
Certamente!
E per questo testimonia contro Hauser. Ma se il braccialetto
le venisse dato per non testimoniare?
Il mazzo nelle mani di Slembeck si piega come se fosse di
gomma. Egli fa scorrere il pollice sopra lo spigolo delle
carte che gli scivolano sotto le dita con un rumore secco e
sottile. Poi si fermano e sono tutte riunite, silenziose, l'una
sopra l'altra.
Lei dunque vorrebbe corrompermi, lady. Me? E va bene.
Mi dia il braccialetto e io non dico pi niente contro
Hauser. Non una parola. Tutto dimenticato. Mai accaduto.
Non ricordo pi nulla.
Il sorriso di Brigitte si fa pi intenso. Lo spiazzo ghiaioso
su cui tiene puntati i piedi sembra assorbire tutto il
bruciante calore del sole, inghiottirlo voracemente. Il metallo
della jeep dev'essere incandescente; ci si potrebbero
friggere sopra delle uova. Slembeck ha l'aria molto soddisfatta,
addirittura felice.
Brigitte sente un imperioso bisogno di umiliarlo per quella
sua tremenda sicurezza.  una sensazione che prova sempre
quando si sente giocata.
Cerca un punto vulnerabile, e crede di averlo trovato.
Dice: E tutto questo lei riesce a conciliarlo facilmente con
il suo spirito patriottico di polacco?
Slembeck le ride in faccia, per nulla toccato. Fa passare
il mazzo di carte da una mano all'altra. Spirito patriottico
di polacco? La disturba? Se vuole pu anche considerarmi
un buon tedesco. Una specie di patriota che aiuta la
sua gente e ne strappa uno di mano agli americani. Se proprio
le fa piacere e se la tranquillizza: io sono nato in
Prussia e ho lavorato in Polonia. Sono cose che succedono
nelle migliori famiglie. E durante la guerra mi sono anche
impegnato a fondo per la vittoria finale. Che cosa vuole
di pi?
E se io dovessi raccontare a mister Keller il contenuto
del nostro discorso? Brigitte si sente perduta. Deve parlare.
Non pu sopportare un minuto di pi la boriosa sicurezza
di questo individuo che la tratta come una di quelle
carte che ora si  messo in tasca.
Ma l'altro fa un gesto di sprezzo. Che cosa crede di fare,
lady? Io sono registrato come profugo. Displaced Person, con
tutte le carte in regola. Sono sotto la protezione del governo
militare, che Dio lo benedica. E lei, invece, lady? Suo marito
 un criminale di guerra, un pesce grosso specialmente
se lo voglio io. E quanto a lei, certamente qualcosa a suo
carico si pu trovarla. Con quel personale! Tutto  contro
di lei, se le viene in mente di buttarmi fuori. Almeno per
il momento. Di questi tempi tipi come lei hanno poco da
dire... in compenso hanno vissuto anche troppo bene prima.
Ah, ragazza mia! Chi vuol mai che le creda?
Keller si dirige alla loro volta.
Gli ordini che ha diramato all'ingresso interno del campo
hanno messo in moto alcuni uomini della polizia tedesca.
Si manda a chiamare Hauser, Reiter  avvertito di tenersi
a disposizione. Keller ritiene opportuno spingere perch le
cose camminino il pi in fretta possibile.
Si rivolge a Brigitte. Bene, la conversazione  stata interessante?
Molto, risponde la donna.
E Slembeck aggiunge: Ho chiarito bene le idee alla signora.
Con tutti gli arzigogoli allegati, per cos dire.
Va bene, Slembeck. La prego ora di tenersi a mia disposizione.
Lasci detto al corpo di guardia dove posso trovarla.
Avr certamente bisogno ancora di lei.
Slembeck si porta due dita alla fronte, accennando qualcosa
come un saluto militare. Sempre con piacere ai suoi
ordini, signor capitano. I miei rispetti. Anche a lei, lady.
Le sono molto grata, dice Brigitte e si mette accanto
a Keller.
Molto lieto di poterle fare un favore.  mio vivo desiderio.
Sempre. E Slembeck si risiede sulla sua panchina,
tira fuori il mazzo di carte e si rimette a mescolarle.
Keller cammina accanto a Brigitte sulla ghiaia del piazzale.
I loro passi ora si sono fatti lenti, quasi incerti.
Consideri quell'uomo un testimone sicuro, Frank?
Tu no?
Si dirigono verso il grande cancello interno del campo
fatto di grosse travi di legno avvolte di filo spinato. Oltre
il cancello si allunga il viale centrale. Cemento di un bianco
grigiastro schiarito dal sole. Sulla destra i tre blocchi
dove vivono gli internati. A sinistra le cucine, la palestra,
i magazzini. Poche figure intorno, isolate, avviluppate in
abiti vecchi diventati troppo larghi. Non un volto che si
distingua dall'altro.
Brigitte rallenta ancora. Ma questo Slembeck, domanda.
ha gi messo per iscritto la sua deposizione?
Keller guarda lungo il viale, fruga con gli occhi il fondo
dove in quel momento un uomo della polizia interna apre
il cancello laterale che porta al blocco C e ne fa uscire un
uomo che potrebbe benissimo essere Hauser.
La deposizione scritta, dichiara Keller senza staccare
gli occhi da quell'uomo lontano,  una semplice formalit.
Sei pronta a incontrarti con tuo marito?
Brigitte si ferma. Lui sa che sono qui?
L'ho fatto preparare.
Brigitte punta i piedi sul terreno e stira le ginocchia che
cominciano a mancarle di sotto. Stringe le mani perch non
si veda il tremito.
Allora sa che sono qui. Che altro sa?
Vuoi dire di noi due?
No, non pensavo a questo. Sa perch sono qui?
Keller tace, e Brigitte cerca di capire a che cosa pensa,
alza gli occhi e segue lo sguardo di lui fisso in un punto
lontano. Sa che se suo marito deve venire, non pu uscire
che dal blocco C. E proprio laggi si muovono due figure,
una delle quali potrebbe essere lui, Manfred.
Non sa niente di preciso, dice Keller vicino a lei.
Ma  probabile che supponga qualcosa. Ha un'immaginazione
molto fervida, io per gli ho fatto soltanto dire dal
comandante che tu mi avevi pregato di potergli parlare. E
che io non avevo detto di no. Gli ho fatto inoltre sapere
che questa deve considerarsi un'eccezione e che la mia presenza
al colloquio sar inevitabile.
Ma non siamo d'accordo cos. Lo sai che in tua presenza
non dir nulla di veramente importante, esclama
Brigitte. Non sa staccare gli occhi dall'uomo grande e grosso
che ora viene verso di lei a passi lenti.
Ha la sensazione che intorno tutto sprofondi: il filo spinato,
che si attorce alle travi del pesante cancello, i casamenti
grigiastri dei blocchi, con l'intonaco scrostato, quelle
figure umane che si muovono come fantasmi sull'erba calpestata
dei prati. Non esiste pi nulla: soltanto quella figura
che conosce tanto bene.
Calcola la distanza. Ci saranno ancora un centinaio di
metri, forse pi; ma  una distanza che diminuisce rapidamente,
si dissolve, e i lineamenti di Hauser si fanno di secondo
in secondo pi grandi, pi distinti, pi forti.
Ripete ancora: Non eravamo d'accordo cos. Mi avevi
promesso di lasciarci soli.
Hauser conosce fin troppo bene per esperienza personale
i sistemi in uso. Se vi lasciassi subito soli, si metterebbe
immediatamente in sospetto. Ma ho provveduto perch
mi vengano a chiamare tra qualche minuto.
Va bene. E il colloquio deve avvenire proprio qui, al
cancello?
Nessuno vi disturber. Ti do dieci minuti.
Hauser si avvicina al cancello. Brigitte si porta a ridosso
delle grosse -travi e lo guarda. Keller le si mette accanto
senza dire una parola.
Gli ultimi passi di Hauser sono energici, decisi. Sul suo
viso appare un largo sorriso, Buon giorno, Brigitte, dice.
Allunga le mani attraverso il filo spinato, prende quelle
di lei e le stringe forte. Poi fa un passo indietro, come per
vederla meglio.
Non sei affatto cambiato, dice lei.
Lui abbassa lo sguardo sulla sua persona, Non sono un
bello spettacolo, dice. Un tempo eravamo pi belli. Ma
tu mi sembri in splendida forma. Guarda Keller che sta
l accanto, apparentemente distaccato.
Mi dispiace, Hauser, dice l'americano, ma non posso
liberarvi della mia presenza.
Molto spiacevole.
Inevitabile. Keller si accende una sigaretta con un certo
impaccio, poi si volta e contempla la palazzina degli uffici.
Sulla fronte di Hauser si  formata una grossa ruga. Si
volge a Brigitte. Posa una mano su quella di lei, allungata
fra gli spuntoni del filo spinato. Dunque stai bene?
Come si pu stare di questi tempi.
Lui sente le dita sottili, risale verso il polso. Le sue dita
sono bagnate di sudore, forse il caldo, forse l'eccitazione.
Credo proprio, dice, che tu sia sempre la stessa. Non
mi aspettavo altro da te, del resto. Non sei mai stata tipo
da piegarsi agli eventi, anzi, hai sempre saputo piegare gli
eventi alla tua volont.
Quello che hai alle spalle non sembra averti lasciato
addosso tracce profonde.
Peso quattro chili di meno...  tutto quanto ho perduto.
Lei gli guarda la bocca, nota la barba mal rasata che gli
d un aspetto ancora pi virile. Non gli sta male, gli d se
mai un'aria pi pericolosa. Il mento sembra pi forte, pi
aggressivo.
E gli affari? domanda. Hai ancora l'alberghetto dei
tuoi genitori?
Finora nessuno mi ha fatto delle difficolt.
Non ti hanno ancora messo sotto controllo?
Il fumo della sigaretta di Keller li sfiora. Brigitte dichiara: L'inchiesta preliminare sul tuo caso non  ancora
conclusa. Nessuna decisione pu essere presa prima d'allora.
Potresti benissimo venir trasferito in un normale campo di
prigionia.
Direi che ci si pu contare, afferma Hauser.
Da una finestra degli uffici si affaccia Sylvia Meiners.
Mister Keller, grida, una chiamata urgente. Il colonnello
Cord al telefono.
Va bene, grida di rimando Keller. Vengo subito.
Si volge verso Hauser. Sono costretto a lasciarvi soli. Ritengo
inutile farvi notare che sarebbe del tutto fuori luogo
inventare qualche sciocchezza.
Stia tranquillo, esclama Hauser. So benissimo quello
che intende dire.
Keller ha un attimo di esitazione, brevissimo. Guarda Brigitte,
poi Hauser. Chiama una sentinella e le sussurra rapidamente
alcune istruzioni, di cui si coglie soltanto: dieci
minuti. Il soldato annuisce tranquillo e si mette a circa
otto metri di distanza.
Allora avete dieci minuti, dice Keller prima di andarsene.
E poi si sente nelle spalle lo sguardo penetrante di
Hauser.
L'internato Laffrentz  di ottimo umore. Si sente come
rinato. L'uomo con il quale discorre, Ted Harte,  veramente
un tipo in gamba. Un simpaticone. Chiacchierano
come vecchi amici da pi di mezz'ora. Sono andati a sedersi
dietro la palestra, in un angolo tranquillo, e si raccontano
un sacco di cose.
Non che lui si lasci tirar fuori chiss che. No, lui  un
tipo che va sul sicuro. Per prima cosa si  fatto confermare
che quella storia dell'appello  definitivamente chiusa. Non
parliamone pi, l'ha rassicurato Harte. Il caso  chiuso.
Poi si sono messi a chiacchierare, del pi e del meno, niente
di speciale, cos alla buona, come si parla fra uomini,
qualche aneddoto, le esperienze che si sono fatte. Insomma,
una piacevole, banale conversazione.
Bisogna pensare che lui, Laffrentz, ne ha viste di tutti i
colori, e s' fatto furbo. Non  mica tanto facile pescarlo.
E poi  stato bene attento - e come! - per vedere se questo
Harte aveva per caso intenzione di fargli sputare qualcosa,
magari anche indirettamente. Quella specie di interrogatori
presi alla lontana, travestiti da chiacchiere. Ma no, invece
niente.
Questo ha soltanto voglia di chiacchierare. Niente di pi.
Probabilmente si annoia a morte, non sa come ammazzare il
tempo. E trova che lui  un piacevole conversatore. Be', in
fondo non ha tutti i torti. Non c' mai stata tavolata al
caff, serata in famiglia o in birreria con gli amici dove lui
non fosse l'anima della conversazione. Ma forse che  compito
suo, quello di far passare il tempo agli americani?
Intanto una cosa  certa: questo Harte da lui non vuole
niente. E questo  gi un bel sollievo. Ma adesso  lui che
pensa se non si potrebbe cavarne qualcosa. Prover a sondare
piano piano, cercher di portarlo sul suo terreno per
poi adoperarlo per i suoi progetti. Il giovanotto non  il
comandante in persona, ma dopo di lui  l'uomo pi importante
in questa maledetta baracca, il pi influente.
Laffrentz siede molto soddisfatto sul plinto, la cui imbottitura
si adatta gradevolmente al suo gran deretano. Vi si
dondola come una gallina.
Harte allunga la scatola delle sigarette. Con un gesto
molto spontaneo e cordiale.
Sono un po' indiscreto! esclama Laffrentz e ne prende
due. Se lei permette, una anche per il pomeriggio. E
se ne mette una fra le grosse labbra e l'altra sopra l'orecchio
sinistro.
Ma ne prenda una anche per la sera.
Molto gentile, fa Laffrentz, accetta e posa la terza sigaretta
sopra l'altro orecchio.
Troppo spreco di energie, in questo campo, esclama
Laffrentz. E subito aggiunge premuroso: Se naturalmente
lei mi permette di esprimere la mia opinione, mister Harte.
Prego, prego, dica pure.
Gi, fa Laffrentz, il fatto  che l'amministrazione interna
tedesca non va di pari passo con quella americana.
Vede, io di queste cose me ne intendo. Sono un esperto. In
questo modo si va incontro soltanto a intoppi e sprechi di
tempo. La scelta del personale, per esempio, non  fatta
in base alle capacit specifiche, ma  legata tutta al sistema
dei favoritismi, dei rapporti di amicizia.
Per esempio? lo incoraggia Harte con cortese interesse.
Per esempio il comandante tedesco.
Lo conosce bene?
Ma certo, mister Harte. Nei primi tempi era nella mia
camerata.
Aha! Nella stessa camerata con lei e con Hauser! Interessante.
Allora  chiaro che lei  la persona pi qualificata
per conoscere la situazione.
Lo credo anch'io, conferma Laffrentz profondamente
convinto.
Harte sta seduto con le gambe penzoloni. Finalmente ha
portato Laffrentz sul binario giusto e ha gi disposto anche
gli scambi. Ora per farlo viaggiare ha bisogno di una buona
quantit di carburante.
Sul comandante tedesco mi pare che non ci sia niente
da dire, fa Harte.  un caso chiaro. Ma... aveva nominato
un certo Hauser?
Giustissimo, conferma Laffrentz.
 un nome che mi sembra di avere gi sentito, fa
Harte dubbioso, con l'aria di cercare faticosamente qualcosa
nella memoria. Ma a che proposito? Forse l'avr letto
in qualche documento.
O forse, aggiunge Laffrentz con un sorrisetto di intesa,
avr visto una signora che si chiama Hauser.
Pu darsi, ma dove?
In compagnia di mister Keller...
Harte smette di ciondolare con le gambe. Questo grassone,
dunque, sa un sacco di cose! E se lo sa lui, perch
non potrebbe saperlo anche Hauser che sua moglie... Ma
che cosa se ne pu concludere? Che cosa pu saltarne fuori?
Il raggio in cui si muove questa storia  molto pi ampio
di quanto non supponesse dapprincipio.
Gi, fa Laffrentz con l'aria dell'uomo di mondo. non
bisogna pensare sempre e subito al peggio. Pu anche essere
la cosa pi innocente di questa terra. Una amicizia vera, nel
senso migliore della parola. O anche una semplice faccenda
di lavoro, passata poi su terreno privato. S, penso proprio
che si dovrebbe vederla cos.
Ma invece lei crede che non la si veda cos? sollecita
Harte.
Tutt'altro! Non fanno che stuzzicarlo. Ecco perch le
dico che l'atmosfera che si  creata nel campo per colpa del
nostro comandante,  diventata irrespirabile. Mi creda, mister
Harte, in questo modo si semina soltanto zizzania. Non
fanno che compiangerlo, gli fanno le condoglianze, tutto
trasuda compassione intorno a lui. E perch poi? Per un
malinteso.
Harte trova che comincia a fare un gran caldo. I due
pianisti in fondo alla palestra si sono tolti la giacca e
rimboccate le maniche. Il tenente Colman beve birra ghiacciata
e anche Harte prova ora un bisogno irresistibile di
birra ghiacciata. Ma i pettegolezzi che il grassone fa al suo
fianco lo interessano enormemente. Ha sempre pi l'impressione
che il caso, da lui ritenuto ormai definitivamente
chiuso, non sia chiuso affatto, anzi, molto probabilmente
bisogna impedire che si chiuda.
Si sente in un bagno di sudore, avverte i rivoli che gli
colano dalle ascelle e impregnano il tessuto. La faccia del
grassone accanto a lui  lucente come se fosse spalmata
d'olio.
Ora potrebbe anche piantarla, e ne ha una gran voglia.
Dare ordine che riportino via quel Laffrentz, andare al bar
della mensa, bere un bel po' di bibite ghiacciate e poi andarsene
a dormire nella sua stanza, nella penombra fresca
delle persiane chiuse. Keller si arrangi! Faccia quello che
vuole. Se combina dei guai, a lui che gliene importa? Se la
baracca va in malora... ci vada pure.
Per potrebbe anche continuare a lavorarsi il grassone.
Con calma e con tenacia. Per esempio, mettersi a parlare
del tempo o di donne, in generale, tanto per dargli corda,
poi nel bel mezzo offrirgli un'altra sigaretta, tornare
lentamente al tema Hauser, girargli intorno con molte abili curve,
lasciarlo andare e tornare a ripescarlo. Si va sempre pi
facendo strada in lui la convinzione che il capitano Keller
stia per insabbiarsi in una brutta faccenda che gli far fare
un grosso capitombolo.
Ma perch dovrebbe poi immischiarsene? Non pu lasciar
perdere? Perch rimetterci ancora le mani? Per Sylvia forse?
No, questo no davvero! A mescolare l'amore con la politica
non si combinano che guai. Per Gernsbach? O per Keller?
O per l'America? Per i valori morali? Tutte fesserie. Lo
lascino un po' in pace. Ne ha fin sopra i capelli di tutte
queste storie.
Infine dice: Cosa ne direbbe, Laffrentz... di una buona
birra ghiacciata? Possiamo fare ancora due chiacchiere. Oppure
ha qualcosa di meglio da proporre, con questo caldo?
Ma no certo, mister Harte. Quella della birra ghiacciata
 un'ottima idea. Una magnifica idea.
Di' un po', vuol sapere Hauser da Brigitte, lo conosci
bene questo ragazzo, questo capitano Keller?
Perch dovrei conoscerlo, Manfred?
Hauser preme la mano contro il filo spinato e con gli
occhi segue Keller che si dirige verso gli uffici. Come mai
ti ha dato il permesso di parlarmi? Non  affatto normale.
L'ho pregato e lui ha acconsentito.
E perch l'ha fatto? Qual  il motivo? Il ragazzo  una
volpe, e per di pi un tipo senza scrupoli. Quello non fa
una cosa se non ha il suo tornaconto.
Brigitte cerca la mano che lui ha ritirato. Tu vedi le cose
dalla prospettiva ristretta della tua situazione.
Oh, no! si eccita lui. Io cerco di ricostruire fatti in
base alla mia esperienza. Ti concede un permesso per un
colloquio, cosa che qui dentro probabilmente non ha precedenti.
Non solo, ma ci lascia persino soli. Vuol dire che
pu permetterselo.
Brigitte si sforza di fermare quella fuga di pensieri. La
tua fantasia fa salti mortali. Ritira la mano, offesa. L'hai
lasciata troppo tempo inattiva e ora ti gioca dei brutti
scherzi.
Hauser avverte un dolore acutissimo nel palmo. Apre il
pugno e vede che il filo spinato gli ha aperto un lungo taglio
nella pelle. Il sudore cola nella ferita e la fa bruciare
ancora di pi.
Fantasia la chiami? Idiozie! Dopotutto il cervello ce
l'ho ancora. E ti assicuro che funziona molto bene. Perch,
mi domando, quello ci lascia soli?
Lo hanno chiamato.
Ma  un trucco, quello, nient'altro che un trucco e
balordo per di pi. Un colonnello Cord gli vuole parlare, e
proprio adesso!
Ma pu capitare, no?
Di solito, quando non si pu sorvegliare un colloquio,
lo si interrompe. Oppure si d l'incarico a un altro. Sarebbe
bastato un cenno e almeno una decina di questi liberatori
sarebbero corsi qui a controllarci. Invece lui ci lascia
soli soletti, con quel soldatino di gomma che ci guarda da
lontano e che, garantito, non capisce una parola di tedesco.
Ma  ridicolo.  contrario a tutti i regolamenti di questo
mondo. Di queste cose io me ne intendo.
Brigitte  furiosa. E va bene, forse l'ha fatto apposta a
lasciarci soli.
E perch? La ferita nella mano di Hauser brucia come
fuoco. Il sole gli batte implacabile sul viso. Sente dei cerchi
di ferro opprimergli il petto. Perch, ti chiedo? Vai
a letto con lui?
E se cos fosse? Brigitte lo dice a voce molto chiara.
Hauser chiude gli occhi. Gli fanno male. Il sole glieli fa
dolere. E anche la mano gli duole terribilmente. E dappertutto
sudore che cola gi, gli sgocciola dagli angoli degli
occhi, sulle labbra, gli appiccica i vestiti addosso.
E se ci andasse davvero con Keller? Be', allora non rimane
che da chiedersi perch lo fa. Una vita umana vale qualunque
prezzo, questo soprattutto, che ben di rado rappresenta
un sacrificio e assai spesso un piacere. Lui lo sa bene.
Qualche anno prima era andato a trovarlo il suo diretto
superiore, un Oberfhrer, con la moglie. Lei era una bionda
robusta, con dei fianchi possenti e un gran seno: quando
venne la notte, lui risparmi la fatica all'Oberfhrer.
Non gli cost sacrificio, perch la biondina era giovane e
fresca, tutta da scoprire. E cerc di non vedere che
l'Oberfhrer - involontariamente - strappava il vestito a Brigitte.
Lui palpava le gambe della bionda e poi and con lei
in giardino. Quando torn, Brigitte e l'ospite erano scomparsi.
Tutti e quattro insieme trascorsero qualche giornata
piacevolissima. Poche settimane dopo venne nuovamente
promosso, non solo per quello, naturalmente, ma certo anche
per quello.
Bene, qui la situazione  un po' diversa. Anzi, molto diversa.
Ma anche la posta in gioco  ben pi alta.
E anche se andassi a letto con lui, Manfred, che vorrebbe
dire?
In questo caso, risponde lui brutalmente, mi interessa
sapere che cosa posso ripromettermi da questa situazione.
Mi sento molto sola.
Va bene, va bene! Se ti senti sola, cerca di consolarti
come puoi. Io non ho niente in contrario. Finch la cosa
non mi nuoce, puoi andare a letto con chi vuoi, come e
quando vuoi.
Non si pu dire che tu sia molto delicato.
Non lo sono mai stato. E tu del resto non me lo hai
mai chiesto. Non siamo pi degli scolaretti innamorati che
si tengono per mano e hanno il batticuore. Ragioniamo da
adulti. La vita non  pi un film romantico, ma un conto
che deve tornare. Finch mi  andata bene, te la sei passata
bene anche tu. Adesso siamo in un periodo di transizione,
ma finir presto, vedrai. Quando questa barzelletta della
caccia alle streghe sar finita, riprenderemo esattamente da
dove eravamo rimasti.
Brigitte ha la sensazione di riconoscerlo veramente, in
queste parole.  sempre lui, immutato! Fatti, soltanto i fatti
contano,  sempre stato il suo motto. Il mondo come strumento.
Chi sa manovrarne il meccanismo,  il padrone del
mondo. Ha la vita in mano. E allora viverla, questa vita!
Abbandonarsi agli istinti, prendere il piacere dove lo si
trova, non importa quando, come o dove. Sui gradini di una
scala o in ferrovia; nel mezzo di un ricevimento o fra due
battaglie al fronte. Cos era allora... cos anche oggi.
Non credi di fare le cose un po' troppo semplici?
Ma sono semplici! Quello che mi serve ora  soltanto la
mia libert. Il giorno che sono libero, trovo subito un'occupazione.
E con quella il mio guadagno. Chi conosce i
trucchi della vita, riesce sempre a cavarsela. Non cambia
nulla, n il materiale n i sistemi, cambia soltanto la
formula. Finora ho organizzato soldati, in avvenire organizzer
operai. Oppure fanatici politici. O che so io, quello che
mi capiter. E fino allora tu hai da vivere con le entrate
del tuo albergo. In pi hai le tue soddisfazioni personali.
Tu vivi.
Hauser vuol essere convincente. Dal momento che non
pu annientare la sua volont, vuole almeno condurla a
usarne come intende lui; vuole trasmetterle il suo spirito,
la sua decisione, la sua fiducia, la sua energia. Tutta la
forza che  ancora in lui, la raccoglie in quei pochi minuti
e cerca di trasferirgliela. Perch ha bisogno di lei, deve potersi
fidare di lei.
In alcuni punti la rete di filo spinato che  fra di loro
scintilla al sole. La donna la percorre con le dita tese, come
se volesse carezzarla. La mano ben curata si posa leggera
sugli spunzoni. Sente un formicolio, come un brivido che
le corre in tutta la mano.
Sei dunque cos sicuro del mio amore per te? domanda,
ritraendo cautamente la mano.
Amore? Sicuro del tuo amore? Ma questo  uno stile
da romanzo rosa! Amore! Ma fammi il piacere! Io conto sul
tuo buon senso. Le esigenze sessuali vanno e vengono. Come
lavarsi le mani. Se sei appagata e soddisfatta, non  una
buona ragione perch mi diventi anche stupida. In tempo
di guerra abbiamo vissuto per mesi e mesi lontano e nel
frattempo  pur successo qualcosa. Ma non contiamo storie,
Brigitte! Da nessuna parte. Finch  stato un autentico
piacere... ce ne ricordiamo volentieri. L'ho sempre trovato
naturalissimo. Perch dovrei cominciare a tormentarmi proprio
adesso? E chi poi dovrebbe preoccuparmi? Questo americano
arrogante? Questo oggi c' e domani se ne va. E
quello che combinate fra voi nel frattempo  del tutto irrilevante.
Importa soltanto sapere a che cosa pu servire.
Hauser osserva Brigitte attentamente. Ha la sensazione
di averla impressionata e l'idea gli d un certo sollievo.
Intanto io sono qui, fa Brigitte. E devo parlarti di
affari.
Fuori, sputa tutto, dice lui. Per discorsi normali sono
sempre disponibile.
Brigitte riferisce con calma e freddezza: Mi si offre una
buona occasione di comperare il "Cavallino Bianco".
Ottimamente.  il miglior albergo di tutta la zona. E
gli americani non fanno difficolt?
Frank appianer tutto.
Chi  Frank?
Il capitano Keller.
Avrei dovuto pensarlo. Sorvola su questo punto. E il
tuo denaro basta per l'acquisto? Quell'esercizio deve costare
un mucchio di soldi.
Brigitte gli fa presto il calcolo. Se prendo tutto quello
che abbiamo, vendo l'albergo e anche i gioielli... be', allora
s, potrebbe bastare.
Una ragazza in gamba, pensa Hauser soddisfatto. Sa quello che vuole. Sono d'accordo, dice. In altre circostanze
non saresti mai riuscita ad averlo cos a buon mercato. Queste
sono le gioie della liberazione. Dio assista i nostri liberatori!
Ora Brigitte posa di nuovo la mano sulla sua e le loro
dita si intrecciano. Lui la guarda avidamente; i suoi occhi
scorrono dagli occhi alla bocca, alle spalle...
Ma ho bisogno ancora di una cosa, dice Brigitte.
E cio?
Del braccialetto di platino che hai portato dalla Polonia.
Impossibile, fa Hauser. Assolutamente impossibile.
E dopo una breve pausa aggiunge: Chi lo vuole?
Keller, risponde la donna.
Hauser fa un passo indietro; le mani cercano un appiglio.
Stringe i pugni e li caccia nelle tasche della giubba. Nemmeno
da parlarne. Son ben felice di averlo messo al sicuro
al momento giusto. Che cosa credi, che mi metta su la
forca con le mie stesse mani?
Mi dispiace che tu la veda cos, replica lei in fretta.
Tu vedi soltanto la tua situazione attuale ed hai disimparato
a guardare pi in l.
Hauser stringe i pugni nelle tasche. Parla come se si desse
degli ordini: Mettere in mano a Keller il braccialetto!
Gettarglielo fra le zampe! Gli piacerebbe, eh? E che altro
ha in mano contro di me? Supposizioni? Sospetti? Fesserie!
Qualche morto di fame che viene a testimoniare chiss da
dove? Ridicolo! Quello lo sistemo io anche col peggior tribunale
di guerra, e con un avvocato di mezza tacca. Nessuno
pu provare niente, capisci. Nessuno. Hai mai visto dei
morti parlare? Ma quel braccialetto, bambina mia... quel
bracciale requisito... E poi per giunta un testimone. E magari
qualche documento che coincide. Sarebbe proprio la
corda per appendermi.
Brigitte scuote piano la testa. La sua voce  turbata. Dice:
Ammetto che il braccialetto abbia per Keller un grande
valore. Ma tu non hai capito di che specie  il suo interesse.
Tu lo vedi unicamente come una prova contro di
te. Ma io sono convintissima che Keller ci vede soltanto i
cinquantamila dollari che pu valere.
Hauser torna ad accostarsi al reticolato. Sul suo viso c'
stupore, incredulit. Vuoi dire... corromperlo, allora.
Non lo credi capace?
Oh s, risponde Hauser con convinzione. Io credo
chiunque capace di qualunque cosa.
Che cosa ci guadagna lui a farti condannare? Che significato
ha per lui? Un nome di pi su un elenco di molte pagine.
Ma che cosa pensi che gli renda un bracciale come
quello? Credi forse che nuoti nei dollari?
Gi, sicuro. Questi argomenti Hauser li capisce bene. Tutto
si pu comprare. Basta avere il giusto controvalore: donne,
denaro, decorazioni, titoli, gradi, oppure pubblicazioni,
ovazioni, banchetti. Discorsi che inebriano o che
tappano la bocca. Si allunga un bracciale di platino e si
ha in cambio la libert. E tutto il resto.
Benissimo, dice allora. Comperiamoci dunque il giovanotto.
E se in pi ci salta fuori il "Cavallino Bianco",
mi pare che la fine di questa prigionia valga bene un
bracciale di platino.
E dov'?
Al cimitero. Nella tomba di mio padre. Nell'angolo in
fondo a destra, proprio sotto l'incorniciatura di marmo.
Lo trover, dice Brigitte. E puoi stare tranquillo:
lo adoprer nel modo migliore.
L'umore dell'internato Laffrentz era davvero eccellente:
adesso ha preso forme indefinibili, nebulose.
Una buona dose di birra - e ghiacciata per giunta -
rende la vita degna di essere vissuta. Due lattine e mezzo ne
ha bevute, originali inglesi. Porter probabilmente, oppure
Ale. Prodotte e trasportate ad uso delle truppe di occupazione.
Ingurgitate da un Oberregierungsrat internato in un
campo! Ecco come devono andare le cose!
Questo Harte  un amico.  diventato il suo amico. Lo ha
proprio abbindolato a dovere. L'americano ha fatto portare
quattro birre, due per ciascuno. Questo significa che lui,
Laffrentz,  un uomo, uno dei pochi a cui si porta da
bere. Suo amico, sicuro. Ciascuno due birre, ma Harte,
che  suo amico, gli ha ceduto ancora met della sua seconda
birra. Cos Harte ne ha bevuta una e mezzo e lui
due e mezzo. E quelle lattine erano da un litro, c' da giurarci
che erano da un litro.
Sicuro,  stato trattato con i riguardi che si merita: birra
ghiacciata, cordialit, pacche sulla spalla. Amico
Laffrentz. lo ha chiamato. Gi, lui  qualcuno. Nemmeno qui
si ignora un uomo come lui. Sicuro, apprezzato e trattato con i guanti.
Vicino a lui trotta l'uomo della polizia interna del campo
che deve riportarlo al blocco C. Secondo i regolamenti.
Sempre secondo i regolamenti.
Ma per quanto ancora? Verr presto il giorno in cui i
regolamenti per lui non conteranno pi. Allora sar lui
a stabilirne di nuovi. Se sar necessario li cambier tutti.
Cos, cancellati con un tratto di penna. E ne studier degli
altri. Ma quelli li far rispettare. Gli ordini sono ordini,
per un prussiano  una regola che vale sempre.
Intorno a lui intanto il mondo si dissolve, si sfalda completamente.
Fa un caldo maledetto. Questa  una passeggiata
attraverso un forno.
 l'effetto della birra; vede tutto annebbiato. Due litri
e mezzo! Ridicolo. Prima era capace di buttarne gi cinque
senza sentirli. Dieci birre. Venti birre. Senza fermarsi. Una
dopo l'altra come se niente fosse.
Due birre e mezzo, e gi un po' brillo! Prima una cosa
simile non gli sarebbe mai successa. Mai!  proprio gi
d'esercizio. Bisogna che si riabitui. Perch questo non  che
il principio. Ce ne saranno altre, di birre. Certo, adesso che
questo Harte  suo amico.
Ragazzo in gamba, Harte.  ebreo ma non fa niente,
non fa niente. Lui  un uomo colto,  al di sopra di queste
cose.  di larghe vedute, lui. Oggi il motto : umanit.
E lui  un tipo umano, molto umano. E come! Al diavolo.
Tenere le distanze, giovanotto, dice al poliziotto del
comando tedesco. Sempre un passo indietro... e di lato. 
cos che si deve fare. E non guardarmi con quell'aria da
scemo. Hai tempo per impararlo. Te lo insegner io. Aspetta
che sia io il comandante qui dentro, e poi vedrai.
Il giovanotto borbotta qualcosa tra i denti, potrebbe
giurare che  una citazione di Goethe, opere giovanili. Ma
lui  generoso, fa finta di non sentire. Mon dieu, lasciamo
qualche piccola libert anche ai sottoposti. Bisogna sempre
permettere alla gente di imprecare.  la defecazione dell'anima.
Defecazione dell'anima! Ottima espressione!
Potrebbe benissimo essere sua. Invece quel Goebbels gliel'ha
fregata. Ma gi, quel gamba di legno si  sempre fatto bello
con le penne del pavone.
Be', questo campo non  poi nemmeno tanto brutto. Adesso
per lo meno non sembra squallido. Si potrebbe farne
qualcosa di decente. La situazione  seria, ma non disperata.
Questo per non dipende dalla birra, dipende dalle nuove
cognizioni acquisite. Non  certo l'influsso dell'alcool, no
davvero.  invece Harte, il suo amico Harte che per combinazione
 ebreo. Ma anche gli ebrei sono esseri umani. Sissignore
Ora sono di nuovo esseri umani.
La strada che attraversa il campo  sporca. Polvere e
cartacce. Si dovrebbe farla scopare. E con energia, anche.
E questi tipi che se ne stanno l al reticolato, guarda un po'
come lo fissano. Manco fosse Babbo Natale! Sull'attenti, si
dovrebbe metterli, e occuparli, farli lavorare duro. A furia
di non far niente, si ritrovano in testa le idee pi balorde.
Ora Laffrentz si dirige a grandi passi verso il cancello
del blocco C. Lei pu andare! dice al poliziotto. E aspetta
finch l'intreccio di travi e di filo spinato si  richiuso
alle sue spalle.
E la prossima volta si comporti meglio! gli grida dietro,
ma il giovanotto brontola qualcosa e dal tono non
sembrerebbero proprio gentilezze.
Ma Laffrentz non se la prende. Registra e basta. Non la
prende mica sul tragico. Neanche per sogno. Per il momento
almeno. Ma le cose cambieranno, alla prossima occasione.
E se ha capito bene il suo amico Harte, l'occasione
potrebbe anche essere molto prossima.
Impettito traversa lo spiazzo fino all'ingresso del blocco
C. Figure inerti, che giacciono pigramente tutt'intorno.
Fannulloni, con dei cervelli come filtri da carte. Ci passa
tutto quello che ci si mette dentro. Basterebbe metterci
il liquido giusto, calcola Laffrentz. Non  difficile, una
questione di abilit. E lui, Laffrentz,  abile, molto abile...
per tutti i diavoli.
La porta d'ingresso del blocco C sembra sfuggirgli. Si
sente il cervello come sotto una pressa idraulica.
Spinge da parte un internato che sta sulla sua strada, e
comincia a salire le scale.
Poi sbatte la porta a vetri e si avvia nel corridoio come
se fosse stato, costruito solo per lui. Davanti alla porta della
camerata 29 si ferma un attimo in silenzio. Soffia e sbuffa
un po', come una locomotiva ferma in stazione. Poi d
uno spintone alla porta, la spalanca e guarda dentro: infine
si incammina nella stanza senza chiudersi la porta alle
spalle.
Kurtz, che sta osservando Mangel intento a disegnare,
borbotta qualcosa a proposito di gente che avrebbe bisogno
di un portiere.
Laffrentz si volge verso Trost e gli dice: Ci pensi lei.
Trost. E Trost va a chiudere la porta senza reagire, come
fosse una cosa naturalissima. Come fosse pagato per fargli
da servitore.
Laffrentz ne  molto soddisfatto. Cos bisogna fare se si
vuol mettere in risalto la propria personalit. E quando uno
ha della personalit se lo pu permettere. Come in teatro.
Un cenno... e regni interi vanno in pezzi.
Meno soddisfacente  la reazione degli altri compagni di
camerata. Si aspettava un'accoglienza diversa. Ma quelli
alzano soltanto gli occhi, vedono che  arrivato e tornano
a occuparsi di quello che chiamano lavoro.
 una mancanza di riguardo per la sua persona! Questi
disgraziati lo ignorano. Ignorano lui, che ha appena finito
di spiegare a Harte qual  la situazione. Due birre e mezzo
ha bevuto. Porter probabilmente o forse Ale. Ma questi
fanno come se nulla fosse.
Uno schifo questa stanza, una vera stalla. Il pavimento
sembra quello di un porcile. Sui vetri c' uno strato di
sporcizia. L'assito delle cuccette dovrebbe essere fregato con
la spazzola. E anche il piano del tavolo, ma con energia. E
le orecchie! Quelle sembrano tutte piene di cerume.
Laffrentz si guarda intorno passando tutto in rassegna.
Da sinistra verso destra. Come se avesse la testa montata su
un tornio. Chi ha bevuto  lui, ma sono questi che sembrano
ubriachi. Al punto da non accorgersi di lui. Di lui, Laffrentz.
Ora li fotter tutti quanti. Due birre e mezzo! E neppure
ci fanno caso. Un'ora di conversazione brillante con
uno degli americani pi importanti! Ma a loro non interessa.
Fanno finta di niente. Continuano a sonnecchiare;
marciscono vivi. Adesso penser lui a svegliarli.
E si rivolge al barone von Hagen: Be', lei, fiore di
serra! Funziona ancora il suo cervello da cavallo? Me ne
rammenter con piacere al momento giusto. Quando arriver
la prossima fornitura di carne di cavallo, nominer
lei alla distribuzione.
E a Trost: Il giorno che sar io il comandante qui
dentro, dar ordine di costruire un cimitero privato e lei
potr scegliersi il posto pi bello. Non sono un pitocco
in queste cose. Lei creper probabilmente molto presto,
se continuer a comportarsi in questo modo.
E l'architetto Kurtz si sente dire: A lei, amico, tirer
le gambe finch saranno lunghe in proporzione delle orecchie.
Lei  un maledetto impertinente, ma le passer la
voglia, glielo assicuro io.
Poi apostrofa Mangel. E lei in avvenire lavori con un
po' pi di slancio, colonnello! La patria, la nuova patria
ha bisogno di lei. E non se la prenda comoda, perch i tipi
come lei sono molto richiesti. Anche se dovr trasportare
sassi con la carriola, lo sapr fare, spero, con tutta la dignit
di un ufficiale di stato maggiore. E con l'indispensabile
entusiasmo.
E poi a tutti, godendo visibilmente dello sbalordimento
generale: E voi non guardatemi con quell'aria da scemi.
La vita non  un gioco da bambini. L'esistenza  piena
di significato. Sta scritto anche nella Bibbia. Che cosa si
debba intendere per significato, ve lo far sapere in tempo
utile.
Li guarda fissi uno per uno, come per registrarli. Ma le immagini
gli si appannano davanti agli occhi, si confondono.
L'acidit gli fermenta nello stomaco, vuol salirgli alla
gola. Due birre e mezzo, maledizione. Due birre e mezzo.
Troppo. Troppo per uno stomaco vuoto. Non c' pi
abituato.
Si sente venir male. Nella testa gli ruota piombo fuso. Ha
l'impressione che decine di individui gli si appendano addosso,
gli si attacchino come sanguisughe, lo strappino gi.
Le gambe sono immerse in un impasto pesante e appiccicoso.
Non riesce pi a muovere un passo.
Sta male, ha voglia di vomitare. Si gira pesantemente,
si butta sul primo letto che trova, ci si rotola sopra e a fatica
tira su le gambe. Dalla bocca gli esce un gemito, un
rantolo. Cade di schianto nel sonno.
Non sembrerebbe possibile, osserva Kurtz, ma quello
 ubriaco. Ubriaco fradicio.
Mangel richiude la cartella dei suoi disegni e fa una faccia
molto seria. Signori, dice, li prego di riflettere al
significato che questo potrebbe avere. Gli ubriachi sono
notoriamente irresponsabili. Pensiamo a chi pu averlo
ubriacato. E pensiamo a tutto quello che pu aver detto
nello stato in cui si trova.
Guarda davanti a s con aria meditabonda. Signori,
dice poi in tono profetico, io vedo nero. Molto nero.
Keller entra nella cella dove Hauser lo aspetta per l'interrogatorio.
Avverte immediatamente l'atmosfera distesa,
la disinvoltura dell'uomo soddisfatto e in agguato, e questo
lo irrita e al tempo stesso lo sconcerta.
Hauser non si alza neppure dallo sgabello, ma volge la
testa e fissa Keller negli occhi. Il suo  uno sguardo di
sfida. Tiene le gambe distese e non le ritira neppure per
lasciarlo passare.
Keller registra ogni particolare nello spazio di pochi
secondi, con molta freddezza. Scavalca le gambe allungate
e va a sedersi al suo posto.
Hauser sta seduto immobile, le spalle larghe, le mani
affondate nelle tasche della giubba. Aspetta.
Keller, di dietro il tavolo, dice finalmente: E allora,
signor Hauser?
E l'altro, ribatte con calma: E allora, mister Keller?
Ha avuto un colloquio soddisfacente con sua moglie?
Molto soddisfacente, risponde Hauser con un certo
sforzo. Adesso potrebbe darmi una delle sue sigarette.
Hauser non  un fumatore. Keller lo sa, lo ha letto in
una annotazione che Harte ha accluso al dossier Hauser.
Una delle tante stranezze di Harte, una specie di giochetto.
Almeno finora le ha considerate un giochetto quella serie
di annotazioni accluse ai dossier: Non fuma. Ama le barzellette
spinte. Si nasconde volentieri dietro una maschera.
Gli piace bluffare e lo fa molto abilmente, come un buon
giocatore di poker. Queste e altre osservazioni che ora gli
tornano alla mente e che un tempo non prendeva sul serio.
Allunga verso Hauser un pacchetto di sigarette. Prego,
dice.
Hauser sceglie con voluta lentezza una sigaretta, ne inumidisce
il bocchino e dice: Ha un fiammifero?
Keller accende un fiammifero, si china in avanti senza
dir nulla e gli accende la sigaretta.
Ora Hauser si rimette comodamente al suo posto sullo
sgabello, tira una lunga boccata e poi soffia con forza il fumo
davanti a s, in direzione di Keller. Infine dice: Quando
posso contare sul trasferimento nel campo di prigionia?
Lei ci conta?
Hauser butta fuori un'altra boccata. Il fumo sale verso
il viso dell'americano e confonde l'immagine nitida di
prima. Hauser si impone di avere fiducia. La cella nuda in
cui si trova gli appare ora pulita, semplice, funzionale. Le
pareti, che gli erano sembrate grigie e sporche, sono candide.
Un bianco luminoso, abbagliante.
E come se ci conto! ribatte Hauser con sicurezza.
Dopotutto pago un prezzo molto alto!
Le nuvole di fumo che circondano il viso di Keller si dividono
a met, come se avesse respirato forte col naso. Davvero?
fa Keller. Questo mi torna nuovo. Di che prezzo
intende parlare?
Il braccialetto, dichiara Hauser indulgente. In America
varr una bella somma. Io glielo lascio volentieri e
senza rimpianti. Qui, in questo squallido paese, non sarebbe
pi neppure possibile ricavarne un bel po' di quattrini.
E il "Cavallino Bianco"  un buon cambio. Accettabilissimo.
Comunque lei ha la mia benedizione. Per quanto
mi riguarda l'affare  fatto. Allora... mister Keller! Quando
parto per il campo di prigionia?
Keller respira profondamente. I pensieri gli si accavallano
nel cervello mentre cerca un punto vulnerabile. Non
lo trova. Avrebbe dovuto parlare prima con Brigitte, appena
finito il colloquio. E chiarire molti punti. Quando  uscita
ha detto soltanto va tutto bene. Avrebbe dovuto domandarle
per chi, in che senso andava tutto bene.
Questo Hauser sta parlando di cose che lui non ha mai
fatto entrare in conto. Che cosa  accaduto? Che cosa si
sono detti quei due? Come pu essere cos sicuro, Hauser,
di finire in un campo di prigionia?
E come reagire adesso? Mettersi a urlare, buttarlo fuori,
interrompere il colloquio? Tanto per guadagnare tempo
dice: Io non ho tutta la premura che ha lei.
Mister Keller, continua Hauser con marcata benevolenza,
e fra una parola e l'altra sbuffa con forza il fumo
della sigaretta. Parliamo dunque in tutta sincerit, da
uomo a uomo. Mia moglie ed io siamo persone moderne.
I nostri affari di cuore - e tutta la nostra vita intima -
sono tab. Non siamo dei borghesucci. Mai stati. In qualunque
situazione, anche la pi delicata, io mi comporto
sempre da gentiluomo. Buona, vecchia scuola. Ma in modo
speciale nei suoi confronti; qui mi sento oltre tutto anche
in obbligo. Le assicuro che non le dar il minimo fastidio.
Mai. Ha la mia parola. Che cosa vuole di pi. Anche in un
campo di prigionia non hanno molta premura di rimandare
la gente a casa. La mia permanenza durer certamente
parecchie settimane. Fino a quel momento lei  sicuro di
stare tranquillo. E anche dopo. Lasci fare a me.
Keller avverte una pressione fortissima alle tempie. Ha
la nuca umida e calda. Preme le palme una contro l'altra.
Sono appiccicose. L'afa penetra persino in questa cella che
di solito conserva al mattino tutta la frescura della notte.
Passano molti minuti, si direbbe, prima ch'egli riprenda
a parlare. Nella sua voce c' tutta la stanchezza che gli viene
dalla delusione e dalla fatica che fa per respingerla caparbiamente.
Dica, Hauser, lei mi considera proprio un
porco del tutto corrotto?
Hauser tira ancora una boccata dalla sigaretta, poi la butta
via, sul pavimento, esattamente fra s e Keller.
Ma che gusto ci trova, ribatte Hauser, a venir fuori
con questi ragionamenti? Che cos' lei, un sadico mentale?
Un porco corrotto? Ma no, ma no. Io la ritengo un uomo
intelligente. E la ritengo capace di pensare con un certo senso
pratico.
Al fatto che io possa amare sua moglie, lei non ha neppur
pensato, vero?
Hauser fissa il mozzicone di sigaretta che si scava un solco
nel pavimento consumandosi con un fumo acre. Ma mi ha
sentito, dice, io ci conto addirittura.
Keller spinge avanti un piede di sotto il tavolo e schiaccia
il mozzicone.
Ma allora faccia meglio i suoi calcoli. Il possesso del
braccialetto di platino rappresenta, come lei sa, l'ultimo
e il pi convincente elemento di prova che lei  un criminale
di guerra. Se viene condannato come tale - e quali
sono le condanne, in questi casi, lei lo sa meglio di me -
sua moglie  libera. Libera, Hauser. Per me.
Il ragionamento colpisce Hauser. Ha la sensazione di doversi
liberare da un peso che lo soffoca. Questa calura inonda
tutto, sale sui muri come acqua bollente e gli scivola lungo
la schiena. Liberarsi da quell'uomo! Vuol liberarsi dalle
parole di Keller, scuotersele di dosso.
E va bene, mister Keller, lei ha fatto i suoi calcoli. Ora
li lasci fare a me. A mente fredda. La mia condanna come
criminale di guerra vale davvero cinquantamila dollari sul
suo conto in banca? Ma perch vuole buttarsi per causa mia
in uno spreco cos folle? Quando mia moglie  libera, comunque,
e tutta per lei? Mi pareva di averglielo gi spiegato.
Lei  uno sporco farabutto! grida Keller, con l'impressione
di dover spalancare la finestra, far entrare aria. E
nello stesso istante sa che  aperta, spalancata.
Hauser per insiste con voce contratta: Ma perch dice
"sporco farabutto". Lasciamo da parte i complimenti. Siamo
fra noi.
Di colpo Keller ha deciso. Questo non  pi un colloquio.
Questa  un'inaudita insolenza. Una umiliazione calcolata.
Eccolo l seduto davanti a lui, un internato, uno dei
quattromila, e si permette di trattarlo da delinquente. Lui,
Keller, capitano dell'esercito americano, che potrebbe far
correre tutti quei quattromila col frustino, solo che volesse.
Quattromila individui che per lui sono soltanto dei numeri.
Lei vuol vendermi, Hauser, dice con voce tagliente.
Ma crede davvero che io lasci a lei di stabilire il mio
prezzo? Non sar mai! Mai!
Si avvede che Hauser perde un po' della sua sicurezza.
Le spalle si insaccano leggermente. Respira a bocca aperta
e ogni respiro  un leggero ansito. Keller  soddisfatto.
Con un freddo sorriso agli angoli della bocca, dice ancora:
Se voglio tenerla in pugno come criminale di guerra,
Hauser, non ho bisogno del braccialetto: un testimone lo
abbiamo gi, forse riesco a trovarne altri due o tre, tanto
rientra tutto nelle spese d'occupazione. E quanto al braccialetto,
potrebbe anche darsi che sua moglie - ufficialmente
- non lo trovasse pi. Sparito. Non c' pi. E io
do poi a sua moglie - in privato - una grossa percentuale.
E per di pi siamo sicuri di restare veramente soli e
indisturbati.
I muri intorno a Hauser sono davvero grigi, come sciacquati
nell'acqua della rigovernatura o nel sudore. Sul
pavimento c' il mozzicone calpestato.
Lei  un maledetto delinquente! alita a fatica Hauser.
Keller, che ha ritrovato la sua superiorit, risponde con
malcelato trionfo: Questo lo aveva gi detto.
Hauser si guarda le mani, che ha appoggiato sulle ginocchia.
Sono lucenti di sudore, i peli sono appiccicati alla
pelle. Quella donna, mormora, potrei fracassarle le
ossa.
Non diventi troppo confidenziale, Hauser. Gliel'ho gi
spiegato: i nostri sentimenti privati non hanno nulla a che
vedere con questa faccenda.
 la sua ultima parola?
Le prove sono complete, ribatte Keller. Questo 
tutto quanto volevo. Quello che rimane da dire in proposito,
lo sentir probabilmente in veste di criminale di guerra
da un tribunale militare. Si tenga pronto a partire.
E lei crede che io incassi cos facilmente?
Keller si alza e si liscia l'uniforme. Non le rimane altro
da fare. O pensa che qualcuno oggi possa prendere sul serio
le affermazioni di un criminale di guerra dichiarato? Nessuno
vorr neppure starla a sentire. Faccia conto di partire oggi
stesso. Il tribunale di Dachau l'aspetta.
Dove si va? domanda Colman.
A bere, risponde Harte altrettanto laconico.
Alla Kommandantur forse? domanda Colman con
molta diffidenza.
Per prima cosa andiamo da Sylvia, spiega Harte. Per
avere un alibi, Colman. Non rida. Questa  davvero l'unica
ragione. Domandiamo se c' qualche cosa di urgente. Chiaro?
Non c' mai nulla di urgente. Ma noi abbiamo domandato.
Ufficialmente. Dopodich possiamo andare tranquillamente
a ubriacarci.
Benissimo, risponde Colman. Anch'io vedo Sylvia
sempre con piacere.
Lasciano la palestra. La sentinella apre il cancello interno
che divide il campo dal comando. Traversano lo spiazzo
di ghiaia bollente come se lo passassero a guado.
Colman si slaccia il colletto. Dice: Anche Keller ha preso
un colpo di sole.
Perch?
Mi ha fatto dire che ci pensa lei all'uomo.
Quale uomo, Colman?
Quello che ho annotato ieri.
Be', e allora?
Lo fa lui.
Lui chi?
Keller... quel Laff, o come diavolo si chiama.
Harte capisce bene. Colman ha un cervello che lavora a
spirali. Come un cavatappi. Non  facile seguirlo nelle sue
evoluzioni. Com' questa storia, Colman? Ha visto quel
grassone piccoletto che parlava con me in palestra?
Visto.
E?...
Niente: e...
Non lo conosce?
Perch?
Harte cerca di fissare su un determinato punto il cervello
di Colman che gira come una giostra. Sul suo foglietto,
Colman, c'era il nome di Laffrentz.
Pressappoco
E che aspetto aveva questo Laffrentz?
L'aspetto di un internato.
Qui fa davvero molto caldo, pensa Harte. Un caldo terribile.
Specialmente per Colman. Continua a sondare. Ma
quel piccoletto grasso che stava l a chiacchierare con me,
Colman, non era lui?
Perch?
S o no, Colman?
No.
Ma di chi parla allora?
Dell'uomo che Keller sta interrogando. Grande e grosso,
insolente.
E quello ha detto di chiamarsi Laffrentz?
No.
Che nome ha detto, allora?
Nessuno.
Ma dove diavolo ha pescato quel nome, Colman?
L'ha scritto Reiter.
Un momento, dice Harte. Blocca Colman contro lo
stipite della porta e domanda: Mi spieghi esattamente
com' andata. Un internato, grande, grosso ha parlato quand'era
in fila durante l'appello. Lei ha detto a Reiter: annoti
il nome. E quello ha scritto Laffrentz.  cos?
Precisamente, fa Colman. Si infila nella porta e si
trova nel corridoio. Harte lo segue cercando di raccogliere
il filo dei pensieri.
Davanti a lui Colman sale la scala facendo i gradini a
due a due; i suoi passi sono lunghi ed elastici, una forbice
che si apre e si chiude.
Strana situazione, in questa bottega, pensa Harte. Pi
nessuna traccia di quell'orologio di precisione ch'era prima.
Adesso  diventata una bottega da rigattiere, un mercato degli
stracci dove si- cerca in ogni modo di fregare i clienti.
Sembra che tutti abbiano il loro da fare a imbrogliarsi a
vicenda. Vogliono cavarci un guadagno, da entrambe le
parti. Non  il caso di meravigliarsi, del resto, se si pensa
che  il capo in persona a dare il via.
Colman entra nell'ufficio di Sylvia, dice: giorno, e
si lascia cadere in una poltrona nell'angolo dietro la porta.
Buongiorno, risponde Sylvia Meiners.
Harte si avvicina e vede che accanto alla scrivania di Sylvia
aspetta il comandante tedesco Reiter. Probabilmente
aspetta Keller.
Senza dire una parola Harte si dirige verso il gruppo di
poltrone, dove Colman ha preso posto. Si siede e trova
che il posto  particolarmente favorevole all'osservazione;
di qui si ha sotto controllo tutto quello che succede nella
stanza.
Sylvia sembra immersa nel lavoro. Colman si apre il colletto
qualche centimetro di pi. Reiter aspetta pazientemente.
Harte si sta chiedendo se non sarebbe il caso di fare a
Reiter un paio di domande che potrebbero diventare molto
sgradevoli, e nello stesso istante sa che le far. Ma il punto
essenziale delle sue riflessioni  un altro: individuare il momento
adatto.
Non volevamo fare qualcosa? lo incoraggia Colman.
Sylvia alza gli occhi. Si immagina benissimo quello che
sta per venire. La vogliono come testimone di uno zelo nel
lavoro che non esiste affatto. Sembra che Harte faccia veramente
di tutto per apparirle in una cattiva luce.
Allora, dice infatti Harte, c' qualcosa di particolare
per noi?
E se cos non fosse, mister Harte? ribatte Sylvia.
Be', in tal caso potremmo andarcene.
E dove? Sylvia  molto seccata. Sempre la stessa
storia! A quanto pare Harte si diverte a darle sui nervi.
Ma la cosa peggiore  che lei si arrabbia davvero!
Ed ecco pronta, puntuale, la risposta che si aspettava:
Andiamo a bere.
Sicuro, fa Colman. Come in Shakespeare. E ride
tutto soddisfatto.
In corridoio si odono dei passi, brevi e secchi. La porta
si spalanca e Keller entra nella stanza. Con uno sguardo
circolare abbraccia tutta la situazione. Con grande destrezza
e una rapidit che nessuno sospetterebbe in lui, Colman
si  di colpo riabbottonato il colletto. Keller ne prende nota
con una certa soddisfazione.
Si rivolge direttamente a Reiter. Ha qualche comunicazione
da farmi? domanda.
Reiter fa un cenno negativo.  evidente che la cosa gli
riesce molto sgradevole. Spiacente, dice rigido.
Ci rifletta bene, dice Keller. Lei dunque non 
in grado di procurarmi del materiale contro Hauser. Neppure
degli indizi?
Reiter ripete il suo gesto di diniego.
Bene, fa Keller. Se non vuole, pazienza.
Getta una rapida occhiata a Harte, che pare completamente
assorto nella contemplazione delle sue mani. Poi
si rivolge a Sylvia Meiners: Provveda a quanto segue:
l'internato Hauser  nella cella n 3; deve essere ricondotto
immediatamente al suo alloggio. Disponga inoltre per
il trasporto dell'internato Hauser a Dachau. Se ne occuper
Colman.
Prima ancora che Colman possa alzarsi per far presente
il sovraccarico di lavoro che gi lo affligge, Keller riprende:
Comunichi a Gernsbach gli ordini seguenti: i documenti
per la cessione dell'albergo "Cavallino Bianco" devono essere
preparati immediatamente e portati quanto prima nel
mio alloggio per la firma.
Harte lascia cadere le mani che contemplava con tanto
interesse. Guarda dritto davanti a s. Colman, in segno di
protesta per l'incarico del trasporto, e non da ultimo sopraffatto
dal caldo, torna a sbottonarsi il colletto. Reiter rimane
in silenzio, assente, come se non ci fosse neppure.
E Sylvia Meiners dice:  proprio inevitabile, mister
Keller?
S.
Ma se Gernsbach...
Se il signor Gernsbach, dice Keller con voce perentoria,
si rifiuta di eseguire gli ordini - cosa che nel suo interesse
spero non avvenga - sar costretto a farlo arrestare.
Glielo faccia sapere.
E qui, come se affermasse - una volta per tutte - il suo
punto di vista e impartisse istruzioni valide per tutti, aggiunge:
Questa  la mia decisione irrevocabile. Alla minima
opposizione faccio arrestare lui - e chiunque altro! -
per resistenza agli ordini del governo militare. Lo spieghi
al signor Gernsbach. Lei  la persona adatta. E mi aspetto
la massima rapidit nella esecuzione degli ordini.
Si dirige verso la porta che d sul corridoio. L si ferma,
si volta brevemente. Ancora qualche domanda? Non
aspetta risposta, apre la porta e sparisce in corridoio.
Si odono i suoi passi allontanarsi. I battenti della porta
a vento che d sulle scale vanno avanti e indietro. Per il
resto tutto  silenzio. Sembra di sentire il fruscio dell'afa
che sale e striscia dovunque.
Posso andare? domanda Reiter, rivolgendosi a Harte
dopo una lunga pausa.
Per conto mio, certo, risponde questi. Ho ancora una
domanda da farle, Reiter. Solo una domanda. Mi risponder
pi tardi, quando glielo chieder io.
Prego, dice Reiter.
Perch ha scambiato Laffrentz con Hauser?  chiaro
che non  stato per errore, lei lo ha fatto intenzionalmente.
A che scopo? Me lo dovr spiegare molto chiaramente.
Ma non ora, pi tardi. Per il momento pu andare.
E Reiter se ne va. Lentamente, con una certa esitazione.
Non capisco, dice Colman.
Non  necessario, ribatte Harte. Adesso lei mi precede
alla mensa e si fa preparare il solito. Ghiacciato.
Chiaro?
Chiarissimo, fa Colman e ride. Lei vuol restare solo
con Sylvia. Capisco benissimo.
Incredibile! gli grida dietro Harte, mentre l'altro 
gi sulla porta.
Harte si volta verso Sylvia, che  rimasta immobile e
sconcertata accanto alla sua scrivania. Ma che cos'ha? 
tutta agitata. Sembra un uccello in gabbia che sbatte le ali. Ha
una faccia come se qualcuno avesse tentato di violentarla.
L'agitazione di Sylvia per  autentica. Non raccoglie
neppure la volgarit di Harte. Ma insomma, mister Harte,
grida indignata. Gernsbach deve essere arrestato se
rifiuta di preparare i documenti per... quella donna!
Questa ragazza ha temperamento, constata Harte. Si infiamma
subito. Risponde: Ma che cosa l'indigna tanto,
Sylvia? Quella... donna? Il comportamento di Keller? Oppure
l'arresto di Gernsbach?
La sua dannata indifferenza.
Dovrebbe averne un po' anche lei, consiglia Harte.
Le farebbe molto bene.
Ma bisogna muoversi. Non possiamo lasciare che vada
tutto cos. Che cosa deve fare Gernsbach?
Preparare i documenti. Che altro vuole che faccia?
Vede che lei lo guarda con occhi increduli. Con gli occhi
di una persona che crede di aver capito male; che desidera
con tutta l'anima di aver capito male.
Mio Dio, dice lui infine, che altro pu fare, povero
uomo? Se preferisce lasciarsi mettere dentro... io non glielo
posso impedire.
E lei non prende nessuna iniziativa?
Certo. Io vado a ubriacarmi fino al collo. Se vuole pu
assistere all'operazione. Almeno la prima parte, che  sempre
la pi piacevole. Non ne sente il bisogno anche lei?
Io sentirei il bisogno di ben altro.
 mai possibile! Non mi dir che ha degli istinti sadici?
E come, risponde Sylvia, e come! Potrei picchiarla!
Ma perch non mi disprezza, invece, Sylvia?  molto
pi comodo.
Ma come si pu disprezzare una persona che si...
grida la ragazza impulsivamente.
Si interrompe di colpo, stringe le labbra, spinge indietro
con forza la poltrona e si mette a sedere.
Harte chiude gli occhi per un attimo. Ma si sforza di
non finire per s la frase che Sylvia ha lasciato a met.
No, non ora. Pi tardi, continua a dirsi. Pi tardi. Molto
pi tardi. Forse.
Si avvia lentamente verso la porta che conduce nell'ufficio
suo e di Keller. L si ferma e si volta a guardarla. E
la contempla come un'immagine rara e bellissima, e molto
preziosa.
Sylvia sfoglia nervosamente i dossier che ha davanti. Si
sente un groppo in gola, avrebbe voglia di piangere come
un bambino. Che brutta vita! Ma perch si vive? Per
registrare documenti e infilarli nelle cartelle? Per incollare
delle buste? Che cosa deve fare? Mettere lei ordine in questo
immenso disordine che si  tradotto in fogli  documenti?
L'arbitrio degli uomini... scritto a macchina e controfirmato!
Non vogliamo andare insieme a pranzo? domanda
Harte.
No.
Peccato, dice Harte. Nemmeno questo, allora. Non
ha una gran opinione di me, vero?
No. Avevo molta fiducia in lei, ma ormai  finita!
Il pentolone con il rancio di mezzogiorno  in corridoio.
Oggi tocca ancora al blocco C essere il primo nella distribuzione.
I cento uomini ai quali il tenente colonnello Mangel
assegner le porzioni sono gi in attesa nelle loro
camerate.
Ci sono alcune difficolt. Le cifre non corrispondono. I
capigruppo stanno intorno ai capicamerata e fanno i loro
calcoli.
Be', andiamo avanti! grida una voce in corridoio.
Altrimenti la broda si raffredda.
Sono l tutti nelle loro camerate, in agguato davanti alle
porte aperte, con un gran tramestio di gavette. Non appena
sentiranno il loro numero salteranno fuori e si metteranno
in fila. Allungheranno il loro recipiente, gli occhi diffidenti
fissi sulle mani di chi distribuisce, poi si fermeranno
a confrontare il contenuto, a discutere su quantit e
qualit.
Mangel per sta ancora calcolando.  abituato ormai
a questo stato di tensione, di inquietudine, che non riesce
minimamente a scalfire la sua fredda calma. Finalmente
 chiaro che il contenuto va diviso in novantatr porzioni.
Quindi d ordine ai furieri di sollevare il coperchio.
Forti ondate di vapore vengono incontro agli uomini.
C' nell'aria odore di dadi sciolti. Quelli che stanno sulla
porta aspirano avidamente il profumo. Si avanzano ipotesi.
I pi optano per una zuppa di patate.
Mescolare, ordina Mangel. Il mestolo affonda nel liquido
e rimuove con forza il contenuto del pentolone.
Grano brillato, annuncia Mangel.
E uno degli uomini commenta rabbiosamente: Molto
liquida. Acqua calda.
Uno dei capicamerata si volge verso gli inservienti: Ma
perch vi lasciate rifilare quest'acqua di risciacquatura?
Mangel difende gli uomini. La divisione viene fatta
imparzialmente.
Ah, storie, fa l'altro, si fanno solo imbrogliare imparzialmente.
E aggiunge: Chiedo che vengano cambiati gli
inservienti.
Magari sostituiti con degli specialisti della tua camerata,
eh?
Mangel non si lascia turbare da queste chiacchiere. Ormai
ci  abituato. Sono le lamentele, le critiche dei soliti brontoloni.
Capita ogni giorno, con la stessa regolarit con cui
lui fa i preparativi per la distribuzione del rancio.
Ora prende l'asticciola, la esamina davanti a testimoni
per controllare se  pulita e poi la immerge nella massa
liquida. Esattamente nel mezzo. Il bastoncino metallico batte
sul fondo del recipiente.
Mangel aspetta un momento, finch la superficie torna immobile,
poi ritira il misurino, legge la cifra e annuncia ad
alta voce: Quarantotto.
Il numero quarantotto si riferisce ai litri. Quarantotto
litri, dunque, per novantatr bocche. Mangel si toglie
di tasca la sua tabella, scorre le cifre verticalmente finch
arriva a quarantotto, poi di l orizzontalmente fino a novantatr.
Ed ecco il risultato che viene annunciato a voce
alta: 0,531 litri a testa.
Diventa sempre meno! Le voci corrono lungo il corridoio,
portate da quelli che spiano sulle porte.
E la broda diventa sempre pi acquosa!
Cibo da maiali!
Vuoi mettere! I miei maiali alla fattoria mangiavano
meglio degli ufficiali russi.
E gi... i russi!
I discorsi politici sono assolutamente vietati, grida
Mangel con voce stentorea lungo il corridoio.
Vecchia spia sovietica, gli grida dietro uno. Molti
ridono.
Mangel si  abituato a non sentire le cose spiacevoli. Dice:
Oggi la camerata 29 ha il primo turno. Si prega di affrettarsi.
Uno dei capicamerata che viene a controllare la distribuzione
del rancio, si permette un'obiezione. Tocca di nuovo
alla camerata 29?  possibile?
Mangel si toglie di tasca una lista. Prego, controlli
l'ordine di precedenza, dice.
Avviene il controllo accompagnato da calcoli molto complessi
e il risultato non fa che confermare l'esattezza delle
asserzioni di Mangel.
Ma state proprio l a covarvi la pentola! grida uno
che ha fame.
L'ordine viene ridato a voce pi alta: Camerata 29...
pronti per il rancio!
Kurtz, che stava in agguato sulla porta, si precipita
verso il pentolone munito di due gavette. Dietro di lui, in
fila, si affollano tutti i componenti della camerata 29. Da
ultimi vengono il barone von Hagen e il meteorologo Trost.
Ma cos' questa storia! grida uno dei capicamerata
con funzioni di controllo, un tizio con una faccia da coniglio.
Qui c' uno che vuole doppia porzione!
Che cosa intende dire? domanda Mangel in tono distaccato.
Ma non vede che il primo della fila ha in mano due
gavette?
Mangel lascia cadere il mestolo che affonda nella brodaglia
sollevando bolle d'aria. Mangel controlla scrupolosamente:
Mi vuol spiegare, signor Kurtt come mai lei si
presenta con due gavette?
 chiaro, risponde Kurtz. La seconda gavetta  per
Hauser.
Mangel accetta la spiegazione. Come vedono, signori,
dice, la seconda gavetta  per l'internato Hauser.
Ma gli altri non lo vogliono capire. Questa  una novit,
signor Mangel. Questo Hauser non pu venire di
persona?
O ha bisogno di un servitore? commenta un altro.
Mangel spiega con seriet: Signori, devo pregarli di
non turbare la calma e l'ordine al momento della distribuzione
del rancio. L'internato Hauser si trova in questo
momento alla Kommandantur per un interrogatorio.
Mangel si guarda intorno come per farsi venire in mente
se ha affidato il mestolo a qualcuno. Ma non lo vede.
Il capocamerata dalla faccia di coniglio interviene: E
se questo Hauser non tornasse pi? Eh? La camerata 29 deve
papparsi tranquillamente una porzione in pi? Proprio
la sua camerata, signor Mangel. Questo  un trattamento di
favore.
Kurtz si arrabbia terribilmente. La faccenda comincia ad
andar per le lunghe. Affronta il coniglio: Be', e allora!
Nessuno di noi, stia tranquillo, scoppier per aver mangiato
troppo. Diviso per cento un misero mezzo litro di broda
non sazia nessuno. Ma le assicuro che se servisse a chiuderle
definitivamente la bocca, le caccerei in gola non solo la
broda, ma anche la gavetta.
Mangel infine decide: La porzione per l'internato Hauser,
assente per l'interrogatorio, viene consegnata all'internato
Kurtz che si rende personalmente responsabile del
suo inoltro all'interessato. Le disposizioni vengono impartite
per calmare quel sospettoso capocamerata, che se ne
sta l come un coniglio dritto in piedi. Si chiama Faust,
Otto Faust ed  stato un poeta delle SA, che il partito
ha coperto di allori. Ora  terribilmente seccato e si sente
anche umiliato dalla precisazione di Mangel.
Ma dov' il mestolo? domanda Mangel.
L'inquietudine nel corridoio aumenta. Le porte si aprono,
gli internati si affollano sulle soglie. In corridoio non
possono uscire, i regolamenti non lo permettono. Ma il
brontolio di malcontento aumenta di intensit.
Che fate laggi, dormite? grida una voce in lontananza.
Se andiamo avanti cos quella schifezza intanto si asciuga.
Evapora.
Nel frattempo gli inservienti hanno ripescato col misurino
il mestolo sul fondo del pentolone. Mangel lo afferra con
due dita tese, lo tiene sospeso sulla massa liquida. L'aroma
di dadi si  intanto abbondantemente dissolto. Ora c'
intorno piuttosto un odore di avanzi freddi di cibo.
D'improvviso il poeta-coniglio si rimette a gridare: - Ecco,
guardate, eccone un altro che arriva con due gavette.
Due gavette. Sempre uno della camerata 29. Non si accontentano
di una porzione in pi, due ne vogliono!
Mangel, che si sforza di mantenere il suo impeccabile
contegno, solleva in alto il mestolo sgocciolante, guarda
il capocamerata che  stato uno dei poeti del movimento
e lo fissa finch quello ammutolisce.
Poi lo sguardo di Mangel scorre lungo la fila dei suoi
uomini finch arriva a Trost, che ha effettivamente in mano
due gavette. Anche lui, quell'infelice, maldestro Trost!
A questo punto Mangel teme, non tanto nella sua veste
di capocamerata, quanto nella sua funzione di capocenturia,
il crearsi di spiacevoli malintesi. Lo sguardo del barone, che
sta proprio davanti a Trost, gli d un consiglio: diplomazia!
E allora dice con il suo miglior garbo: Signor Trost,
 gi fatto. Grazie infinite per il suo aiuto. Ma per Hauser
ha gi ritirato la porzione il signor Kurtz.
Ma io non intendo ritirare il rancio per l'internato
Hauser, spiega Trost tutto gentile.
E allora per chi?
Per l'internato Laffrentz.
Mangel cerca una risposta adatta. Ma poi dice soltanto:
Ah! Va bene! E vuol cominciare a versare.
Ma il capocamerata di controllo domanda: Perch quel
Laffrentz non viene di persona? Qui ormai  la regola che
ciascuno ritiri per s. Soltanto cos si pu esercitare un vero
controllo e andare avanti rapidamente.
Certo, certo! risponde Mangel. Sicuro. Ma ci sono
delle eccezioni. Il signor Laffrentz, e qui si ferma e alza
gli occhi verso il barone von Hagen in cerca di aiuto... -
diplomazia! gli ha detto quello... il signor Laffrentz ...
malato.
Cosa! urla infuriato quello dalla faccia di coniglio.
Come sarebbe a dire? Malato? Ma quando mai! L'ho incontrato
io una mezz'ora fa. Arrogante e insolente! Quello
- ammesso che la cosa sia possibile - quello era ubriaco,
ubriaco fradicio. Ma il signor Mangel lo considera malato!
Era questa la definizione in uso fra gli alti ufficiali dello
stato maggiore?
Comunque, interviene l'altro, non possiamo accettarla.
Le chiediamo, signor Mangel, di far valere anche per
la sua camerata le regole che ritiene necessarie per gli altri.
Di fronte a queste parole Mangel non sa che dire. Se ne
sta l con il mestolo sgocciolante in mano e si sforza onestamente
di trovare una soluzione, ma non sa come cavarsi
d'impiccio.
Gli internati del gruppo Mangel, sempre nella vana attesa
del rancio, cominciano a farsi turbolenti. Gridano e si
agitano.
Massa di cretini!
Questo  sabotaggio!
Ma sono ancora peggio degli americani.
Non sanno far altro che piantar grane, ormai  una
abitudine inveterata!
Mangel allora ordina: L'internato Laffrentz deve presentarsi
personalmente a ritirare il rancio!
Rapido e deciso l'internato Kurtz sparisce all'interno della
camerata 29, accompagnato da altri due. Mangel, attorniato
dai controllori, aspetta.
Di l dalla porta risuona dapprima soltanto una voce
alta e vivace.  quella di Kurtz. Gli risponde un brontolio
sordo, profondo, un'imprecazione soffocata che sfocia in
uno strillo. Uno sgabello vola per la stanza, e poi ricade
sul pavimento. Gran scalpiccio di piedi. Rumore di un'asse
che si spezza. Poi silenzio.
La porta si apre. Laffrentz, con gli occhi gonfi e la
scaletta dei pidocchi tutta arruffata, viene sospinto avanti
da Kurtz. Con gesto meccanico riordina camminando i suoi
vestiti e infine si mette in coda. Dagli occhi ebeti traspare
soltanto ira, un'ira cupa da bestione.
Kurtz si riporta rapidamente al suo posto in principio
della fila. La distribuzione pu cominciare! grida. Due
porzioni per me, prego. Ma esattamente 0,531 litri. Ci tengo
alla precisione.
Mister Harte, chiama Sylvia e lo rincorre. La prego,
mister Harte, aspetti!
Harte si ferma. Che cosa vuole ancora? Lei continua
a trattenerci. Vogliamo andare a prenderci una sbornia,
ubriacarci... ma non di chiacchiere!
Io vado avanti, dice Colman con un largo sorriso.
Non mi piace disturbare. Attraversa il cancello del campo
e si avvia lentamente verso la citt.
Harte guarda Sylvia con aria interrogativa. La ragazza
ansima. Ha fatto una corsa fin quaggi e ha il volto leggermente
arrossato. La bocca  semiaperta; gli occhi scintillanti.
Gli parla piena di fervore, di slancio.
Perch non aspetta? Scusi se la trattengo. Lo so, lo so
che la disturbo. Io la disturbo sempre. Ma non fa niente...
voglio dire, non importa niente. Devo parlarle. Credo sia
importante. Non mi guardi con quella faccia da maestro di
scuola. Le devo dire una cosa.
E allora dica, Sylvia.
Il capitano Keller ha fatto ora una telefonata. La prego,
non prenda quell'aria annoiata. E si risparmi le sue osservazioni
velenose. Keller ha appena parlato con il colonnello
Cord, o meglio  stato il colonnello che lo ha chiamato.
 ancora dal suo amico, il generale, a dieci chilometri
di qui, villa Edelweiss.
Per conto mio pu restarci fino alla firma della pace.
Non parli cos, mister Harte. Deve proprio dire sempre
queste cattiverie? Quando parla con me si lascia sempre
andare. Non pu farne a meno? Mi tratta come... come...
Come, Sylvia?
Andiamo qualche passo pi in l. Lei  proprio sotto il
sole, le fa male. Venga! Mettiamoci all'ombra. E adesso mi
stia a sentire.
Ma se non faccio altro, Sylvia. Per quello che ha detto
finora non  particolarmente interessante.
Aspetti un momento! Non giudichi troppo in fretta.
Dunque: il colonnello era di ottimo umore. Ma non rida
cos, Ted. Se lo pu permettere e certo se lo  anche meritato.
Comunque ha fatto capire a Keller che lui si trova
qui in viaggio di ispezione... insomma, se Dachau telefona,
bisogna rispondere che il colonnello Cord sta ispezionando.
E che si trova qui per chiarire un caso delicato.
Non sar il caso Hauser, Sylvia?
Proprio! Appunto quello! Il colonnello vuol passare di
qui prima di rientrare a Dachau e vuol portarsi via il dossier
del caso Hauser, risolto e concluso. E il capitano Keller
ha detto: ma certo! Per lui il caso  gi risolto e concluso.
E se il colonnello lo desidera, ha detto ancora, pu portarsi
via anche Hauser in persona.
Un uomo in gamba il nostro capitano Keller.
Andiamo, Ted! Sediamoci ancora un momento su quella
panchina. Va bene? Non  tutto quello che volevo raccontarle.
E smetta quella faccia annoiata. Non le interessa
proprio? Ma si sieda una buona volta! Non mi diverto
a guardare continuamente in su. Mi capisce? Lei  pi
grande di me... come si dice:  pi alto.
Rimanga in tema, Sylvia.
Ma  lei che mi distrae continuamente. Stia a sentire.
E se ha caldo, si slacci il colletto. Non mi disturba. Venga
qui, Ted, l'aiuto io. Ecco, cos. Lei si stringe sempre la
cravatta come se volesse strangolarsi. Non tratti sempre la
sua roba con quella brutalit! Su, dia qui. Gliela stirer io,
la sua cravatta.
 tutto quello che aveva da dirmi, Sylvia?
Ma no! Un momento di pazienza. Stia tranquillo, al
suo whisky ci arriva sempre troppo presto. Dunque il capitano
Keller ha assicurato il colonnello Cord che il caso
Hauser  chiuso. Che ne dice?
Per il momento niente. Aspetto di sentire il resto.
Va bene. Cercher di fare in fretta. Dopo aver parlato
con il colonnello, il capitano Keller ha avuto un'altra telefonata.
E sa con chi?
Avanti, Sylvia. Che cos' successo con la signora Hauser?
Niente! Questo  il punto.  proprio quello che Keller
non si aspettava. Si pu immaginare la sua furia! Non riusciva
quasi pi a parlare. Si sentiva addirittura la rabbia
nel suo silenzio. E poi, quando si  un po' ripreso, tutto il
suo charme se nera andato, spazzato via. Niente pi parole
carine, niente darling o angel o questa roba.
Se non torna immediatamente a un discorso professionale,
Sylvia, mi alzo e la pianto in asso! Ma che cosa le
succede?
Bene, se proprio ci tiene, torner a essere professionale.
Dunque: Keller, prima gentile, molto gentile, ricorda alla
signora Hauser la sua promessa... il braccialetto. E vuol sapere
quando pu passare a ritirarlo. Ma lei non si ricorda
di aver promesso niente. Si ricorda soltanto che loro due si
amano. Ha detto proprio: amore. Riporto le sue parole
come sono. Mi sforzo di...
Avanti, Sylvia, avanti...
Subito, il capitano Keller continua a parlare del braccialetto
e diventa sempre pi nervoso. Infine lei dice: il
braccialetto  per loro due insieme, non per lui soltanto.
Dopotutto, dice lei, loro sono uniti, sono come una persona
sola. Loro due. E il braccialetto appartiene a loro due.
Ottimo. E Keller?
Senza parole. Alla fine dice, testualmente: Ti aspetto.
Vieni da me alle tre. Ne riparleremo.
Benissimo! Questo  davvero magnifico, Sylvia.
E allora? Tutto qui? Non vuole far qualcosa?
E come no! Per prima cosa adesso vado a prendermi una
bella sbornia. Ma non pi per la rabbia. Per la gioia!
Ma non si vergogna?
No. Perch dovrei vergognarmi? Va tutto bene, no?
Niente va bene, Ted. Questo  il punto. Perch alla
fine, dopo aver riagganciato, il capitano dice con aria seria
e minacciosa, molto deciso: adesso vado fino in fondo. Che
cosa ne deduce lei?
Ted Harte si  alzato e la guarda sbattendo gli occhi.
Che cosa ne deduco?
Appunto!
Che lei sta ad ascoltare dei discorsi che non la riguardano,
ecco che cosa ne deduco. Per il resto possiamo congratularci.
Meglio di cos non poteva andare. Lei lo ha preso
per il naso, quella furba di tre cotte. Ma gli sta bene. Gli
servir di lezione, una lezione ben meritata.
Sylvia scuote con forza la testa. Ma se ha detto che
adesso vuole andare fino in fondo!
S, lo ha detto! E allora? Che cosa significa? Lo lasci
giocare a fare il feroce, povero Keller. Perch  tanto inquieta?
 preoccupata per lui?
Ma proprio non vuole capirmi, Ted? Non vuole darsi la
pena di capirmi, per favore?
Questo non me lo posso permettere, dice Ted Harte.
E aggiunge rabbiosamente: Io... io ho un debole per lei,
Sylvia. Lei lo sa molto bene. Non ne approfitti! Mi lasci in
pace! Mi creda, Keller ha bisogno di questa lezione, un
bisogno urgente... e gli passer. Non impicciamoci di cose
che non ci riguardano. Superer questa crisi e tutto torner
normale.
Ma lei lo crede davvero, Ted?
Lei ha delle brutte rughe sulla fronte, Sylvia, rughe
molto profonde. Non le stanno bene per niente. Rida. O
sorrida almeno. La vita  una commedia, Sylvia. Non vuole
rendersene conto? No? Allora... che facciamo: andiamo a
mangiare insieme? Sylvia! No? E va bene. Allora vado solo.
Lei sa dove trovarmi.
Il capitano Keller  nel suo ufficio, in mezzo alla stanza,
con le spalle alla finestra. Sulla parete dietro le scrivanie,
sua e di Harte,  appesa una grande carta del campo.
Keller si toglie la giacca e la posa su una sedia, con gesti
lenti, quasi solenni. Alla giacca segue la cravatta. Si apre
il colletto con gesto brusco. Si slaccia anche i primi bottoni
della camicia. E tutto senza staccare gli occhi dalla carta.
Vi si avvicina, lo sguardo sempre fisso, come se il disegno
lo attirasse con una forza magnetica. Gli occhi di Keller
seguono il percorso dell'anello esterno di sicurezza del campo
7. Cercano le torrette di controllo, passano dall'una
all'altra. Ma lo sguardo torna continuamente a un punto
ben preciso.
La porta della stanza si apre e grosse scarpe pesanti varcano
la soglia. Keller, che non si volta, ode la voce di Hauser.
Ma che cosa faccio ancora qui! dice la voce. Ed  carica
d'ira. Ma non  soltanto ira. C' anche qualcosa d'altro,
forse disperazione. Forse una disperata decisione.
Chiuda la porta, Hauser, ordina Keller.
Sente lo scatto della serratura. Ordina ancora: Venga
qui. Si metta al mio fianco.
I passi pesanti si avvicinano. Il corpo massiccio  ora
accanto a quello del capitano. Keller sente l'odore acre
del sudore che impregna i suoi abiti. Sembra che dalla persona
di Hauser si levi un vapore.
Venga pi vicino, dice ancora Keller. Molto vicino.
Osservi bene questa carta. Attentamente. Non trova anche
lei, Hauser, che questo sistema di sicurezza ha dei vuoti,
delle grosse lacune? Lei, se non sbaglio,  uno specialista
di questi campi, vero? No, non occorre che mi risponda.
Voglio darle una possibilit, Hauser; ma lei deve decidere
come sfruttarla. Cerchi di capirmi bene.
Nota che Hauser suda sempre pi abbondantemente. La
mano che ora si alza per andare a carezzarsi il mento  bagnata.
E trema leggermente.
Perch  cos agitato? dice Keller. Non ne ha motivo.
Veramente. Guardi bene questa carta. I sistemi di sicurezza
sono molto semplici. Nessuna sovrapposizione. Nessuna
zona di doppia protezione.
Ma perch mi dice tutto questo? Hauser si asciuga
il sudore che gli copre il mento. Malgrado la barba mal rasata, la pelle  liscia e bagnata. Come unta di glicerina.
Perch mi dice queste cose, capitano Keller?
Keller batte con le nocche sulla carta. Poniamo... ecco,
qui, per esempio... poniamo che la sentinella della torre
4 venga a mancare. Supponiamo che venga chiamata altrove.
Naturalmente da qualcuno che ha il diritto di farlo.
Nel momento stesso in cui si assenta nessuno pi  in grado
di controllare con sicurezza assoluta questa striscia, e indica
una parte del muro presso il blocco C. Questa, a
mio parere,  la lacuna pi vistosa di tutto il sistema.
Alzandosi sulla punta dei piedi traccia col dito una linea
lungo i contorni del campo, che, secondo Hauser, dovrebbe
essere largo nella realt una ventina di metri.
Ora Keller dice con voce molto lenta: Avrei una
gran voglia di dimostrarlo in pratica. Che cosa ne pensa.
Hauser, quanto tempo crede che prenderebbe un'evasione?
Hauser tace. Ha il respiro pesante.
Rifletta bene, continua il capitano. Rifletta molto attentamente.
Bene, vuol dirmi il tempo? Aspetto, Hauser.
Ma non per molto.
La voce che gli risponde  rauca. Cinque minuti. dice.
 quello che penso anch'io, dice Keller.
E dopo una pausa ben calcolata aggiunge, molto chiaramente:
Diciamo otto minuti. Per eliminare ogni rischio
ed evitare misure precipitose. Otto minuti pieni. Subito
dopo il pasto di mezzogiorno, fra le due e le tre. Il tempo
baster?
Credo di s.
Finalmente Keller si volta e guarda Hauser ad occhi
leggermente socchiusi, come si guarda una terra in lontananza.
Dice, sorridendo: Sono anch'io del suo parere.
Perch? Perch fa questo?
Non faccia domande. Agisca piuttosto.
L'afa del meriggio  scesa sopra l'imbuto in cui si adagia
il campo 7. Le montagne, dove il sole batte spietato sulle
rocce sbiancate, guardano inerti verso la valle.
Un torpore greve fascia i cervelli consapevoli soltanto
della pressione che batte alle tempie.
Il paesaggio intorno sembra un immenso vaso di vetro,
colmo di tutta la calura del mezzogiorno. L'aria  spessa,
irrespirabile. Un tremito di paura passa sulle pietre e sulle
rocce.
Si prepara un temporale.
Tutta la mia vita  stata un fallimento, dice Gernsbach.
Un fallimento perch era piena di grandi speranze.
Ho sempre posto troppo in alto le mie mele e non ne ho
raggiunta mai una. Mi sono detto: la colpa  delle circostanze!
E ora devo domandarmi: fino a che punto siamo
responsabili delle cosiddette circostanze?
Gernsbach fissa le montagne avvolte nella luce tremula
della calura. Persino le montagne tremano, pensa. Bisognerebbe
dipingerle. Cos, come si levano in questo momento: morenti, per l'ultima volta. Eppure, se una vita umana
finisce nello spazio di pochi secondi, nella natura la morte
ingaggia una lotta di secoli con le sue vittime, anche se alla
fine riesce sempre a piegarle, con spaventosa certezza.
Ora le guarda, queste sue montagne, seduto su una panchina
del campo, fra corone e ghirlande di filo spinato.
E accanto gli siede Sylvia, che lui non osa guardare,
e sa che cosa vuol dire sperare per tutta una vita e per
tutta una vita restare deluso? Tradurre desideri e nostalgie
in tele dipinte. La confessione di un'esistenza affidata
al pennello. E avere soltanto questo! Nient'altro!
Ma lei non  ancora alla fine! dice Sylvia.
Non c' pi nessuno a cui attingere speranza.
Neppure qualcuno in cui desiderare di credere?
Non lo so, risponde Gernsbach stancamente. Non
so nulla di me. Come potrei sapere qualcosa di altri? Mi
sento smarrito. Ho perso il senso dell'orientamento!
E lei non crede nell'America, vero, Gernsbach?
Ma che cos' questa America? Una fabbrica di succhi di
frutta... o che altro?
e Non lo so nemmeno io. Una cosa sola mi  chiara: Keller
non pu rappresentare l'America.
E io non rappresento la Germania! Io non mi conosco,
come potrei conoscere la Germania! Noi soffochiamo, Sylvia.
Nelle nostre speculazioni sbagliate e nel sudore. Un giorno
non esisteremo pi e nessuno sentir la nostra mancanza.
L'edificio davanti al quale sta in contemplazione Brigitte
Hauser  bianco. Una costruzione elegante e insieme imponente.
Agisce su di lei come una calamita;  un'attrazione,
una promessa. Sui lati corre una grande scritta invitante:
Hotel Cavallino Bianco.
Brigitte ha quasi la sensazione che la candida facciata si
sollevi come un sipario davanti ai suoi occhi, per rivelare
tutte le cose che ha sempre sognato: il grande atrio, il salone
da pranzo, la sala di scrittura, il giardino coperto, il
bar. E ai piani superiori, tutte uguali come le celle di
un alveare, sessanta stanze. Nei sotterranei le cucine, le
cantine, le dispense.
E in mezzo a tutto, lei, Brigitte Hauser. Sulla carta intestata,
negli annunci pubblicitari, dovunque sotto il nome
dell'esercizio, soltanto B. Hauser. L'ufficio della direzione,
mobili laccati di bianco e tappeti, imbottiture rosso vivo.
Una scrivania che riveli un'attivit intensa e ordinata;
alle pareti degli scaffali con i registratori che parlino di un
lavoro metodico, razionale.
Dietro l'ufficio il suo salottino privato, tutto in verde
pallido e una camera dominata da un letto immenso. E
poi una vita piena di lavoro e di divertimenti, piena della
energia che trabocca da lei come un torrente di montagna.
Le esigenze della vita sono sempre le stesse, soltanto i metodi
cambiano. E cambiano i partner, mutano secondo le
vicende della politica, le speculazioni economiche, le fantasie
artistiche. Soltanto gli istinti restano immutati e finiscono
solo col finire della vita.
La coglie un capogiro che la piega in avanti. Barcolla e
chiude gli occhi.  il caldo, si dice, questo caldo che mi fa
male. Poi si raddrizza e si avvia decisa verso la candida costruzione
che porta il nome di Cavallino Bianco.
Testa di cavolo, dice Colman e intende parlare del
capitano.
Keller  passato davanti a loro, Colman e Harte, alla mensa
ufficiali, come se fossero delle sedie. Non  che non li
abbia visti, peggio, ha finto di non vederli.
Sono gli effetti del clima, spiega Harte. Il caldo mette
il cervello fuori combattimento. Ai tropici la vita sessuale
 molto breve e intensa. Nelle regioni polari il freddo congela
i sentimenti, e gli uomini vanno a letto con le donne
solo per scaldarsi.
Ghiaccio, dice Colman. Ha fatto bene a ricordarmelo.
Tocca un bicchiere con l'altro. Compare un'ordinanza
e Colman ordina: Ghiaccio.
La predilezione per le bevande ghiacciate quando fa
molto caldo  frutto di un pregiudizio, dichiara Harte.
Il corpo umano normale funziona perfettamente. Troppo
liquido non fa bene e il corpo lo elimina attraverso attivit
che chiamiamo traspirazione e minzione. Si possono
naturalmente definire con parole meno scientifiche, ma
il risultato pratico  lo stesso.
 una testa di cavolo, ripete Colman con cocciutaggine
e si rimbocca i calzoni fino all'altezza dei polpacci.
Per me pu anche togliersi i calzini, fa Harte. Con
l'aria che c' qui dentro non cambier di molto.
Toglierseli e poi sbatterglieli in faccia, dice Colman
fra s e allunga la mano verso la bottiglia di whisky. Anche
lei, Harte?
Che cosa: calzini o whisky?
Whisky.
Pi tardi, forse.
Colman borbotta tra i denti parole incomprensibili e fa
scorrere nel suo bicchiere il liquido color ambra. Poi si
sprofonda in poltrona, porta il bicchiere alla bocca e butta
gi il suo whisky con volutt.
Ah, sospira soddisfatto. E poi dice un'altra volta,
sempre pi convinto: Una testa di cavolo. Per dirla per
pi chiara, una testa di cazzo.
Non necessariamente, dice Harte, che si osserva attentamente
la punta delle scarpe.
A calci nei coglioni.
Fargli fare la figura del coglione, tenente. Non guasterebbe.
Ma come?
Be', risponde Harte, ci sono tanti modi.
Slembeck si passa continuamente il dorso della mano sotto
il mento. La pelle brucia per il sudore.
Mi sono rasato con troppa energia questa mattina, pensa.
Mi sono raschiato come un suino, chiss perch poi.
Dev'essere quella la casa dove abita la lady. Poco pi
di un fienile. Ma dentro magari...
Slembeck sorride e la fronte gli si fa tutta a pieghe come
un'armonica. Sopra si forma una grossa goccia di sudore
che poi gli scivola gi nell'occhio destro. Si passa sul viso
la manica della giacca.
Siede sulla terra nuda e si appoggia a un tronco. Poi si
toglie la giacca e la butta nell'erba. Osserva la casa. Tutto
sembra immerso nel sonno. Chiss se la lady  rientrata.
Bisognerebbe forse domandare. Ma a chi e perch?
Lui ha tempo, pu aspettare. Ha aspettato cinque anni,
quasi sei. Ormai due o tre ore cambiano ben poco.
E lui la Hauser deve vederla da sola. Un piccolo affare
da concludere tra anime gemelle, per cos dire. La vita di
un uomo contro un braccialetto di platino. Una cosa onesta,
che non prende per il collo nessuno, dovrebbe potersi
combinare.
Guarda, sbattendo gli occhi assonnati, la casa che gli sta
di fronte. E intanto il corpo gli si appesantisce sempre pi,
si affloscia.  stanco. Niente di strano; ha passato la notte
giocando a carte, e per di pi carte cattive, una gran fatica.
Si  meritato un po' di riposo, ne ha proprio bisogno.
Il caldo lo tira gi, gli fa ciondolare la testa.
Fifi! Fifi! strilla una voce di donna. Dove sei, Fifi?
Una vecchia, lunga e secca come la penitenza, si aggira
intorno. Gli abiti le ciondolano addosso. Il naso appuntito
annusa l'aria e si allunga in tutte le direzioni.
Ha visto Fifi?
Slembeck, strappato all'attimo in cui stava per cadere
nel sonno, si inviperisce: Vada a farsi fottere! esclama
e riabbassa le palpebre.
E si mette a russare nella calura del mezzogiorno.
Keller sente materialmente l'ostilit intorno a s. Ha attraversato
la prima sala della mensa ufficiali e Harte e
Colman, seduti a un tavolo, hanno finto di non vederlo.
Come se non esistesse. L'hanno guardato come se fosse aria.
Si  fatto servire il pranzo nella sala accanto e ha mangiato
solo;  la prima volta, da quando, insieme a Harte, si
 preso sulle spalle il peso di questo maledetto campo di
internati.
Intanto nella prima sala quei due hanno continuato a
parlare, a ridere forte, con l'aria di divertirsi un mondo.
Ridevano di lui, si divertivano certo alle sue spalle. Ne
 sicuro.
Quando, mezz'ora dopo,  uscito per andare alla toilette,
Harte, il pi furbo dei due, ha preso un'aria da innocente.
Colman invece lo ha guardato ridendo, con insolenza. Gli
ha riso in faccia, a lui, capitano Keller.
Per giunta s'era mezzo spogliato, il giovanotto, la camicia
aperta dal colletto fino all'ombelico, i calzoni rivoltati fin
quasi al ginocchio. Non la minima traccia di reazione,
quando gli  passato davanti. E neppure quando lo ha fissato
con riprovazione. Niente. Soltanto quel sogghigno impertinente.
Ma lui deve metterlo in conto. Non ha certo bisogno di
dare spiegazioni o di elemosinare la loro simpatia. Loro
non devono fare altro che ubbidire. Sicuro. Eseguire gli
ordini e basta. Avranno occasione di stupirsi, i giovanotti,
e come! Questa banda di indisciplinati!
Sicuro,  questo che manca all'esercito americano: la
disciplina. Gente che mette in discussione il concetto di
disciplina come principio. E parlano di individualismo.
Ma l'individualismo  una sciocchezza. Non  con l'individualismo
che si vincono le guerre, che si tengono i territori
conquistati. No di certo.
Poi dice all'ordinanza di portargli del cognac.
Lasci qui la bottiglia, dice. E l'ordinanza lascia la
bottiglia.
E poi dice ancora: E adesso vada al diavolo. E
l'uomo sparisce.
Questo lo calma un po'; questa almeno  disciplina, pensa.
Ma subito lo riprendono i dubbi, cominciano a roderlo
nuovamente. Ha poi ragione di pensare cos? Quello che
ha in mente, quello che progetta di fare corrisponde davvero
agli intendimenti dell'esercito?
Oh, non vede l'ora che tutto sia finito!
Signori, dichiara l'internato Mangel, li pregherei
di rimandare a pi tardi la lavatura delle gavette. Abbiamo
cose ben pi importanti da discutere.
Faccio notare, interviene Kurtz, che pi tardi potrebbero
togliere l'acqua.
Si tratta solo di qualche minuto, ribatte Mangel impaziente.
Rimandare sempre! Prima rimandiamo la lavatura delle
gavette e poi anche la siesta. Cos passiamo da un ritardo
all'altro. Kurtz ride come se avesse detto una spiritosaggine,
si guarda in giro in cerca di consensi, ma nessuno sembra
badare alle sue parole.
Le facce grigie sopra i corpi stanchi sono vuote. Vuote
e deluse. Lo sono sempre, ma soprattutto dopo i pasti, dopo
che hanno buttato gi quel rancio che  sempre troppo
poco. Tre volte al giorno; senza la possibilit di saziarsi.
Sanno che bisogna lasciare tempo al cibo di nutrire il
corpo stanco. Quel poco di energia che si pu ricavarne
non deve essere subito disperso, bisogna lasciargli il tempo
di entrare nel sangue, nelle ossa.
Ma per questo lavoro ci vuole calma, quiete, sonno. Starsene
distesi e aspettare che i succhi gastrici attacchino
quel poco, che il processo della digestione elabori quel po'
di sostanza, per consentirle di entrare nel sangue, penetrare
nelle ossa, salire persino - chiss - a nutrire la sostanza
cerebrale.
Vogliono riposare. E Mangel vuol discutere. Ma loro
non vogliono muoversi, nemmeno lavare le gavette, se possibile.
Cos aspettano di vedere che succede. Parli il signor
Mangel, se proprio ci tiene.
Forse, quando avr finito, l'acqua non scorrer pi davvero
dai rubinetti. Cos non ci sar pi bisogno di lavare
le gavette. Tutti movimenti in meno; potranno ridistendersi
subito in cuccetta. Anche quello pu essere un vantaggio.
Mangel si guarda intorno e interpreta il silenzio generale
come un'espressione di consenso. Mentre mangiava si 
ripromesso la massima decisione. Poi ha avuto anche lui un
attimo di debolezza, quando il caldo lo ha sopraffatto.
Ma il suo pensiero  corso agli uomini del genio che lavoravano
con lui alle linee ferroviarie nel sud dei Balcani.
Una guerra in un clima subtropicale; eppure nessuno di
loro guardava mai il barometro, nessuno mai tentava di eludere
un ordine. Qui invece, nelle ultime ventiquattro ore.
ha visto accadere cose che intaccano gravemente i suoi principi
ed  ben deciso a portarne gli altri a conoscenza. Malgrado
il caldo soffocante.
Occorre dare un esempio.
Hauser non entra subito nella camerata.
Nel blocco C i corridoi sono deserti. I bidoni vuoti del
rancio se ne stanno sul pavimento di piastrelle. Da dietro
le porte chiuse delle camerate viene il russare pesante di
qualche internato che fa la siesta.
Soltanto al primo piano l'internato dottor Sprenger,
Oberstudienrat e Gauschulungsleiter della Hitler Jugend,  occupatissimo
a raspare gli avanzi dall'interno dei bidoni.
Hauser sa benissimo che si tratta del dottor Sprenger, anche
se scompare con tutto il busto nel bidone. Lui fa sempre
cos, dopo la distribuzione del rancio.
Secondo i calcoli, il bottino che riesce a mettere insieme a
ogni raspata non pu superare i settanta grammi di cibo.
E inoltre ci lavora una trentina di minuti o anche pi.
In base a conti molto precisi dell'internato professor dottor
Konradt, specialista di problemi dell'alimentazione, la prestazione
lavorativa a cui Sprenger si sottopone richiede un
consumo di calorie enormemente superiore al numero ingerito.
Una fatica, quindi, del tutto inutile, almeno quanto
a calorie.
Hauser si mette all'altra estremit del lungo corridoio
e precisamente dove ci sono i gabinetti. Anche senza sporgersi,
pu vedere, oltre la finestra, i prati calpestati, larghi
una quarantina di metri; poi un muro, ricoperto di filo
spinato. Questo muro  alto circa tre metri.
Hauser esamina attentamente il percorso del muro: il
disegno nell'ufficio del capitano Keller  esatto, corrisponde
al centimetro. Proprio immediatamente davanti al blocco
C il muro fa un gomito, quasi ad angolo retto, impedendo
la visuale alla sentinella della torretta a sinistra.
Tutto torna, dunque. E Keller? Perch Keller fa una cosa
simile? Per amor suo no di certo! Per Brigitte, allora. Brigitte!
Nient'altro che Brigitte. Chi lo sa che cosa hanno
combinato quei due, quale strano patto hanno concluso.
Hauser ha il respiro pesante. Il braccialetto di platino
lo preoccupa. Se cade in mani sbagliate pu costargli la
vita.  un pericolo... ed  stato proprio lui a cacciarsi in
quel guaio. Ma forse non  un pericolo... forse potrebbe
essere davvero soltanto un affare. Non riesce pi a pensare
con chiarezza. Per colpa di Brigitte non riesce a concentrarsi,
a ragionare con la calma necessaria.
Dietro a lui c' qualcuno. Non lo ha sentito venire. Allora
vuol dire che neppure il suo udito funziona pi come dovrebbe.
Niente funziona pi in lui.
Meno male che la trovo qui, dice l'internato Reiter, il
comandante tedesco del campo. Le devo parlare.
Ma io no, Reiter.
Hauser non stacca gli occhi dal muro di cinta che gli
sta davanti. Quel muro che lo divide dal mondo nel quale
deve tornare a essere vivo, se non vuol penzolare da una
delle tante forche senza le quali, a quanto pare, non si
riesce a fare della politica.
Mi stia a sentire, Hauser, ribatte Reiter impaziente.
Lei sembra all'oscuro di quello che si sta preparando
in questo campo. Per colpa sua, Hauser, soltanto per colpa
sua.
Ma a lei che cosa importa? Non vorr per caso aiutarmi?
Cos, da camerata a camerata? Ma non ne sarebbe certo
capace.
Io non voglio che succedano porcherie in un ambiente
di cui sono io il responsabile.
E allora, perch  lei il primo a farne? ribatte Hauser
cocciuto.
Reiter cerca di contenere la propria impazienza. La sua
diffidenza pu soltanto nuocerle, Hauser. A lei e a tutti
noi, e anche a me personalmente,  naturale. Ma perch non
dovrei essere in grado di aiutarla? Aiutare lei e insieme
anche tutti noi?
Che cosa vuole sapere da me, Reiter?
Mi dica che cosa sta succedendo qui dentro. Io come
comandante lo devo sapere. Posso prendere delle misure.
Fronteggiare la situazione. Se so di che si tratta posso
affrontare meglio ogni eventualit.
Per esempio?
Be', da stamattina Keller si comporta come un toro infuriato.
Quello  capace di tutto. C' qualcosa nell'aria. 
una sensazione molto precisa la mia, Hauser. Lei sa qualche
cosa. Si confidi con me;  la cosa migliore. Forse posso veramente
esserle di aiuto. Dobbiamo premunirci contro quel
Keller...
Reiter, dice infine Hauser deciso. Ai miei interessi
ci penso da me.
E si appoggia al davanzale. Fissa il muro incoronato di
filo spinato, proprio nel punto dove forma quasi un angolo
retto. Ecco, quella  la lacuna, pensa, fissando con ostinazione
il filo spinato. Quella  la lacuna.
Chiedo quindi con la massima decisione, conclude
l'internato Mangel alla fine della sua lunga esposizione,
che al nostro compagno di camerata Laffrentz venga espressa
la riprovazione generale per il suo comportamento sleale
e provocatorio. Premesso il consenso di tutti i presenti,
questo  un ultimo ammonimento. Nel caso rimanga inascoltato,
ritengo necessario ricorrere a provvedimenti straordinari.
Il richiesto consenso dei presenti  il silenzio. Un silenzio
che Mangel interpreta come affermativo. Mentre scruta
uno per uno i volti degli uomini che gli siedono intorno,
le sue labbra si piegano in una smorfia di disprezzo. Rassegnato
pensa: non ce n' uno che riveli una certa personalit.
Kurtz respira pesantemente, con la bocca aperta. Trost
sonnecchia spossato. Il barone von Hagen sta alla finestra
con gli occhi fissi nel vuoto, ed  stranamente assente. Gli
altri vegetano sui loro sgabelli, come se non esistessero.
Soltanto Laffrentz si sforza di partecipare a quella chiarificazione.
Si sente,  vero, la testa terribilmente frastornata,
ma cerca ostinatamente di dominare la situazione.  ben deciso
a non lasciarsi mettere con le spalle al muro da questi
quattro sputasentenze; e neppure pensa a difendersi. Piuttosto
- come diceva il vecchio Clausewitz? - attaccher.
Che cosa ha detto, Herr Mangel? Ha parlato di provocazione?
 tipico di uno come lei. Ma non venga da me con
quel suo gergo da comunista.
Ma come si permette! protesta Mangel.
Laffrentz si eccita artificialmente e passa all'attacco. Sicuro,
dichiara. Lei  infettato di marxismo, Mangel.
Quello  il suo mondo, eh?  in quella direzione che si
sente portato.
Ma questo  il colmo, protesta Mangel sinceramente
indignato.
 davvero il colmo, signor tenente colonnello. A questo
gli faccio passar la voglia, pensa Laffrentz; gli do una
di quelle battute che se la ricorda per un pezzo.
Lei, afferma e le sue parole suonano sicure, lei 
un comunista travestito. Quando lo racconto a mister
Harte, voglio vedere che faccia fa. Ma  tipico! Quelli dell'esercito
hanno sempre fatto l'occhietto a pap Stalin, fin
dal principio. Il partito comunista  una faccenda di cuore
per lei, signor colonnello, eh?
Mangel si guarda intorno costernato. Che cosa si pu
rispondere a un attacco cos velenoso? Un individuo sporco
come questo lo si pu soltanto sfidare a duello. Ma prima di
tutto qui non  possibile, e poi ci si batte con un uomo
d'onore, non con un vigliacco.
Mangel si guarda intorno come in cerca di aiuto, e infine
dice: Qual  la sua opinione, barone von Hagen?
Il barone von Hagen sussulta come destato da un sogno.
Be', che ne dice, barone von Hagen? ripete Mangel
indignato.
Di che cosa? domanda von Hagen, strappandosi alle
sue fantasticherie. Ha tenuto gli occhi fissi gi in cortile,
nella luce accecante, e ora tutto gli trema davanti agli occhi.
Quel poco spazio si  ingrandito,  diventato un giardino
circondato di bei colonnati. Come in Spagna, dove un suo
parente aveva un castello nei Pirenei. Ecco, trovarsi l nell'arco
delle grandi finestre, nei freschi saloni dove il silenzio
sembrava accucciarsi ai suoi piedi come un animale
addormentato. E davanti a s vedere lo scintillio del sole
che maturava e gonfiava di succo i frutti sugli alberi. E poi
sentirsi alle spalle la frescura delle grandi cantine dai soffitti
a volta, in cui riposavano i vini preziosi. La Spagna!
Quella Spagna dove proprio di questa stagione trascorreva
di solito le sue vacanze.
Questo Hagen, pensa intanto Mangel, non ha neppure
ascoltato. Naturalmente. E gli altri hanno degli sguardi
idioti, come vacche in mezzo a un pascolo senza pi erba.
Sonnecchiano tutti, sono esseri passivi, inerti. Nessuno che
abbia un po' di energia, un po' di carattere. Non ce n'
uno. Non uno. Ha scelto male il momento.  colpa sua.
Soltanto colpa sua.
Ne riparleremo, dice Laffrentz con insolenza. A proposito
delle sue tendenze comuniste non  certo detta l'ultima
parola. La cosa interesser molto mister Harte. E ci
sar dell'altro. Ma pi tardi. Pi tardi. Prima devo andare
alla toilette e poi mi riprometto di fare un bel sonno. E
non voglio essere disturbato.
La sentinella sulla torretta di controllo si sporge dal
parapetto. Se ne sta l chino, come una bambola di stoffa.
Ma non dorme.
Sbatte gli occhi nella luce intensa, segue con lo sguardo
il luccichio del filo spinato, fino alla torretta seguente. Poi
gli occhi scorrono indietro, fino a quella matassa bluastra
di filo di ferro arrotolata sotto il suo posto d'osservazione.
Il caldo sembra correre lungo i fili, bagna i muri, scivola
in ondate continue sugli spiazzi erbosi che circondano
stancamente gli edifici.
Quest'afa sembra sgocciolare da un cielo di piombo appena
fuso.
Verr un temporale, pensa il soldato sulla torretta. Bella
cosa un temporale.
In quel mezzogiorno infuocato Keller  forse l'unico a
trovarsi ancora nella palazzina degli uffici. Contava appunto
su quello. Fra le dodici e le quattordici gli uffici del primo
piano sono deserti. Tutti sono andati a pranzo.
Keller guarda l'orologio. Sono le tredici e qualche minuto.
La grande carta del campo appesa alla parete lo guarda
come una sfida silenziosa. Keller ha quasi l'impressione che
quella torretta abbia un profilo pi marcato delle altre.
Gli appare come un richiamo, questo posto di controllo n 4.
Va a uno scaffale e ne toglie una grande carta topografica
arrotolata. Con pochi gesti rapidi sgombera la scrivania,
poi srotola con cura la carta.
 la carta, in scala normale, della zona in cui si trova
il campo, per un raggio di venticinque chilometri. Ottimo
lavoro topografico. Soltanto un po' invecchiata -  del 1937
- e senza quindi edifici militari. Allora torna allo scaffale
e ne prende un classificatore in cui sono raccolte delle fotografie
aeree: eredit della Luftwaffe, completata da specialisti
americani.
Vi cerca l'alberghetto di propriet di Brigitte Hauser.
La costruzione, non grande,  ai piedi della montagna,
un po' fuori dal traffico dell'arteria principale. Un idilliaco
rifugio campagnolo. Facilmente accessibile e - le fotografie
aeree lo confermano - chiaramente visibile da ogni parte.
Keller prende un compasso, appoggia una delle estremit
nel punto dove sorge la caserma e con l'altra cerca
l'alberghetto solitario di Brigitte. Poi riporta la distanza
ottenuta sulla scala della carta topografica. Otto chilometri
in linea d'aria.
Ottimo, pensa Keller. A piedi una distanza di otto chilometri
la si copre in un'ora e mezzo di cammino. Se poi
si  costretti a camminare con prudenza, nascondendosi, evitando
le strade principali, si possono calcolare comodamente
due ore. Con l'automobile ci si arriva in quindici minuti.
Strappa alcuni fogli da un blocco. Vi traccia uno schizzo
sommario del terreno: la strada... la casa... il pendio che
monta subito dietro, con qualche ciuffo di alberi... un prato
attraversato da un ruscello. Poi ripiega il foglietto e se lo
mette nel taschino della giacca.
Infine richiude con un colpo secco il classificatore. Arrotola
la carta e ripone l'uno e l'altra nello scaffale.
Ancora una volta si guarda intorno nella stanza. No, non
ha dimenticato nulla. Dalla carta sulla parete il profilo
della torretta n 4 sembra fissarlo con insistenza.
Esce dal suo ufficio, percorre il corridoio e scende le
scale, fino ai locali del pianterreno.
Qui c' vita, animazione. Gli uffici sono ancora occupati.
Nei locali di guardia un altoparlante urla canzonette.
Keller si dirige verso la porta dietro la quale si trova il
servizio di emergenza.
Una invenzione sua, questo servizio di emergenza. Grosso
modo il servizio  diviso in tre gruppi: servizio di sorveglianza,
lavoro di pattuglia, lavoro amministrativo. A turni
alternati: guardia, servizio di emergenza, lavoro d'ufficio.
Il tempo libero  un lusso. Gli uomini imprecano in
segreto; e quando scorgono Keller, vedono rosso.
Di tutte le attivit del campo, il servizio di emergenza 
senz'altro la pi tranquilla e al tempo stesso la pi noiosa.
Diciotto uomini e due caporali aspettano per ventiquattro
ore nella stessa stanza, pronti a ogni evenienza, vale a dire
senza neppure la possibilit di spogliarsi o posare le armi.
Due camionette per il trasporto stazionano in cortile,
pronte a partire. Fucili, pistole mitragliatrici e due mitragliatrici
pesanti stanno in un angolo, gi pronte all'uso, e
riducono notevolmente lo spazio a disposizione nel locale.
In confronto a questa clausura, dicono i soldati, gli internati
si trovano come in villeggiatura. Ma gi, loro non
hanno vinto la guerra.
Quando Keller entra nel locale, nessuno se ne accorge,
sulle prime. Gli uomini stanno distesi sui materassi, sfogliano
riviste, viste e riviste fino alla nausea, si annoiano
da morire a leggere i giornaletti dell'esercito oppure pensano
ai casi loro, gli occhi fissi al muro.
Sulla parete c' appeso un manifesto - Stars and Stripes
- in cui sono proclamate le quattro libert.
Il caporale di turno al telefono si avvicina a Keller. 
Copland, Gerald Copland, uno dei pochi che di tanto in
tanto rifletta ancora sulla guerra. E tutte le sue riflessioni si
concludono in un modo solo: cio che  tutto una gran
merda, la politica, la religione, la giustizia. Ovunque regna
l'arbitrio. E ciascuno  dio per se stesso.
Il caporale Copland domanda: Capitano, lei  qui in
servizio o in privato?
Perch?
Se lei  qui per servizio, metto il plotone sull'attenti;
altrimenti mi chiedo perch viene a sabotare il nostro
riposo pomeridiano.
Copland, dice Keller, come andiamo con questo servizio
d'emergenza? Niente da fare? Quanto ci mettete ad
essere pronti?
Ma allora, capitano,  qui in servizio o no? Se  in
servizio le rispondo: tre minuti. Ma se me lo domanda come
privato le dico: prima devo andare alla toilette, sa, un
gesto per cos dire simbolico, poi gli uomini devono svegliarsi
del tutto, uno  sempre sotto la doccia, almeno tre
hanno qualcosa da sistemare, calzini, fotografie pornografiche
o bombe a mano, insomma, pu calcolare un buon
quarto d'ora.
Potrebbe sempre succedere qualcosa, dice Keller con
molta calma.
Che cosa, capitano? domanda Copland.
Lei ritiene che il campo sia sicuro, caporale?
Il campo no, ma gli internati certamente. Quelli hanno
la coda fra le gambe, a richiesta dichiarano a gran voce
che Adolf  un porco e tremano in tutto il corpo da buoni
sudditi fedeli.
Keller ribatte: Forse tremilacinquecentonovantanove.
Ma il tremilaseicentesimo, Copland?
Perch? Qualcuno ha forse tagliato la corda?
E se fosse?
Allora lo trasformiamo in un colabrodo. Un nastro
di munizioni  pi che sufficiente.
Sulla larga faccia da pugile di Copland compare un
sorriso fiducioso. Sa, capitano, dice in tono confidenziale,
a questo proposito le SS dovevano essere piene di idee
geniali. La trovata era questa: prima li lasciavano andare,
cinque o sei, diciamo. E poi una bella battuta. E quelli saltavano
e correvano come lepri. Cos almeno si resta in
esercizio.
Lei sarebbe l'uomo che ci vuole, dice il capitano soddisfatto
e sbatte gli occhi nel fumo fitto e dolciastro che
stagna nel locale. Dei venti uomini che occupano la stanza
almeno cinque fumano sempre contemporaneamente.
Ma, dice ancora Keller, di solito non  un ufficiale
che comanda la vostra pattuglia?
Dovrebbe, dichiara Copland. Ufficialmente ce n'
sempre uno di turno. Ma le  mai capitato di vedere che siano
al loro posto quando ce n' bisogno? Dipende dall'amor
di patria che va coltivato; e che sarebbe praticamente inesistente
se si facessero ammazzare. L'istinto di conservazione
 patriottismo puro.
Keller non risponde. Questo Copland, pensa,  un cannone a
tiro rapido. Gli hanno insegnato che la vita umana
 meno che niente. Sterco.
Se dovesse mandare fuori lui a caccia, pu star certo che
il ragazzo non mollerebbe finch non ha la preda. Keller,
per, farebbe volentieri a meno della preda morta; la paura
della morte, quella s che gli servirebbe.
Quindici minuti per prepararsi, dice infine, dovrebbe
essere un tempo normale. Se poi si riducessero a dieci,
meglio. Chi pu sapere cosa pu succedere? E se ne va.
Sulla porta del comando si ferma, immerso nelle sue riflessioni.
Guarda l'orologio. Sono le due meno un quarto.
Tredici e quarantacinque minuti esatti.
 tutto molto difficile, terribilmente difficile. Quel Copland
lo preoccupa.  un tipo che non ci pensa su due volte
a trasformare la battuta in un macello.
Bisognerebbe cercare di frenare l'attivit di Copland. Ma
come? Il servizio d'emergenza fa parte del suo piano,  una
delle pedine migliori del suo gioco. E d'altra parte Copland
gli complica le cose, non lo aveva messo in conto un uomo
come lui.
Attraversa il piazzale a passo deciso, esce dall'ingresso
principale e si avvia verso la strada che corre parallela al
campo, a una certa distanza.
Cammina a passi lunghi, veloci. Non avverte nemmeno
l'afa che vibra intorno a lui.
La torretta n 1  vicinissima all'ingresso; la n 2  quasi
alla stessa altezza del blocco A; il blocco B  sotto il controllo della torretta n 3; e la n 4 sorge proprio dove comincia
il blocco C.
Di giorno i compiti sono cos ripartiti: la torretta 1 sorveglia
il settore che si estende fino alla torretta 2, la torretta
2 la parte fino alla torretta 3 e cos via. Ma pu essere
anche l'inverso; e la notte di solito si raddoppiano le sentinelle
cos che ogni torretta controlla contemporaneamente
entrambi i lati.
Davanti alla sentinella della torretta n 4 si stende uno
spazio di una sessantina di metri fino alla torre d'angolo.
E proprio su questi sessanta metri il muro fa il gomito ad
angolo quasi retto descritto sulla carta.
Ora Keller, fermo sulla strada esterna, osserva con attenzione
la torretta n 4.
La sentinella lass sta appoggiata al parapetto e guarda
ininterrottamente, come  nel regolamento, il tratto di filo
spinato che inizia dal blocco C.
Keller torna a guardare le ore. Sono passate da poco le
due. Lascia ricadere il polsino sull'orologio e si guarda intorno.
Tutto il terreno  deserto, come abbandonato.
Poi, di scatto, abbandona la strada diritta, selciata e taglia
verso il campo, attraverso l'erba alta. Punta diritto
verso la torretta n 4.
L'internato Trost, l'ex meteorologo al Comando Supremo
della Wehrmacht, si sente prendere da un tremendo malessere.
Sta disteso sulla sua cuccetta, come se gli avessero falciato
le gambe. Un brusio intenso gli sale alle orecchie, diventa
uno stordimento, un fragore che gli toglie il respiro.
Ogni giorno peggiora, pensa Trost. Aumenta d'intensit
e di durata. Sono disturbi dell'equilibrio e un violento capogiro,
un frastornamento, come se sciami di api continuassero
a ruotargli intorno alla testa.
Terribile essere cos preda del male, senza possibilit di
aiuto. La solitudine in questo dolore che sale, sale... Nessuno
che si curi di lui, non una donna che voglia conservare
la persona che la nutre, non un medico che veda in pericolo
il nome e l'onorario. Solo quelli che si fanno chiamare
camerati, compagni di camerata. Tutti presi ciascuno dalle
proprie preoccupazioni.
Che ora pu essere? si domanda Trost. Le tre, le quattro
forse, le cinque? Ha l'impressione di stare male da molte
ore; ma interviene il ragionamento a convincerlo che devono
essere soltanto minuti; lunghissimi minuti.
Gira lentamente gli occhi, che ha tenuti fissi sull'assito
della cuccetta sopra la sua, e guarda nella stanza. Dormono
quasi tutti.
Le cuccette sono tutte occupate. Due si sono buttati di
traverso sul tavolo. Il barone siede sul suo sgabello, appoggiato
contro il muro e ha gli occhi chiusi. Probabilmente
dorme anche lui.
Secondo i calcoli di Trost, dovrebbe essere circa l'una, forse
anche le due. Di solito la camerata presenta questo aspetto
a quell'ora. Tutti i nostri gesti, le nostre azioni, pensa,
sono diventati parte di un meccanismo. Viviamo come degli
orologi.
Il brusio minaccioso che ha sentito venire, ora gli  addosso,
lo sopraff, lo stringe in una morsa. Come se il sangue
gli salisse alla testa da tutto il corpo. Scorre verso l'alto
e sbatte contro la scatola cranica e poi ricade, come le onde
che si frangono contro un molo. Sente il vomito che gli sale
dalle viscere.
Soffocando un gemito si solleva faticosamente. Le pareti
che lo circondano cominciano a girare. Gli svolazzano intorno,
come brandelli di stoffa sotto un vento impetuoso.
Con passi incerti cerca di avviarsi verso la porta. Una cosa
sola gli importa: arrivare fino al corridoio; non devo vomitare
qui, si dice. Non devo starmene disteso e vomitare in
cuccetta. Disturberei il loro riposo; e loro reagirebbero,
pi d'uno, certamente, troverebbe il modo di dirgli qualche
volgarit. E poi, se la cosa diventasse troppo grave, il barone
von Hagen gli lancerebbe uno sguardo pensoso, pieno
di compassione.
Trost, teso nello sforzo di non farsi sentire, riesce a richiudersi
alle spalle la porta della camerata. Poi si appoggia
alla parete, con le ginocchia molli, che non lo reggono. Si
puntella contro il muro nudo e scrostato, tasta la parete con
le mani prive di forza, come se volesse afferrarvisi; ma non
trova appigli; le mani scivolano gi inerti.
Davanti a lui il corridoio, lungo, deserto. In fondo, all'altro
capo, una finestra da cui viene una luce violenta. C'
un uomo laggi. Un uomo solo in tutto il corridoio.
Una fortuna, pochi testimoni per quel suo miserevole
stato. E si dirige verso quel punto; perch l in fondo ci
sono i gabinetti. L pu vomitare, c' l'acqua corrente sotto
cui mettere la testa.
Si stacca dalla parete dandosi una spinta, come fanno i
nuotatori alla partenza e avanza barcollando per il corridoio,
sempre puntando verso il riquadro luminoso della finestra.
Le piastrelle dure sembrano cedere sotto di lui. La sua
testa  come un immenso bacino pieno d'acqua e l'acqua
sbatte contro le pareti e lo fa vacillare.
Cammina pi in fretta che pu. Urta contro una parete,
vi si stacca, urta contro quella di fronte. E poi ha l'impressione
che il riquadro luminoso l in fondo gli si precipiti
incontro.
Non ode neppure il tonfo cupo del suo corpo che cade
sul pavimento.
L'uomo che sta alla finestra viene verso di lui, lo rimette
in piedi, lo trascina verso la toilette. Acqua, dell'acqua fredda
gli inonda la testa.
Il fragore tumultuoso che gli ribolliva dentro svanisce.
La nebbia che gli ha appannato gli occhi si dissolve, scompare.
Trost riconosce la parete consunta dalla ruggine di un
lavandino, vede una mano forte e ossuta che lo sostiene per
il braccio e, girando la testa, nota un viso familiare: Hauser.
Vomiti! gli dice l'altro. E poi rimetta la testa sotto
l'acqua fredda. Quando ha finito, vedremo che si pu fare.
La ringrazio, balbetta Trost a fatica. La ringrazio...
tanto.
Hauser guarda attentamente il volto bianco e inerte con
gli occhi giallastri, assenti, i capelli bianchi e sporchi scomposti.
Lo coglie un senso profondo di nausea, nausea della sofferenza,
di quel desolato vegetare nel nulla, di quel morire
giorno per giorno. No, lui non vuole marcire, non vuole
invecchiare, decomporsi cos. Non vuole finire tra i rifiuti
della vita.
Si mette alla finestra. Se Keller viene, pensa - ora  beh
deciso, sa che cosa vuole - deve per forza seguire la strada
che porta al campo. Quella strada larga e ben visibile, ora
chiusa dal filo spinato. Si diriger verso la sentinella della
torretta n 4 e gli parler. E dovr farlo in modo da costringere
il soldato a deviare lo sguardo. Quello sar il suo momento,
l'istante decisivo per lui, Hauser.
Qui, dalla finestra del primo piano pu vedere Keller
arrivare. Pu anche vederlo accostarsi alla sentinella e distrarla.
Tutto pu vedere, da qui per, dal primo piano.
Gi in cortile il muro gli toglie ogni visibilit. Ecco perch
 costretto a controllare la situazione da quass.
Venuto il momento, per, dovr percorrere di corsa tutto
il corridoio, scendere le scale, girare intorno all'edificio e
arrivare fino al muro. E perder dei minuti preziosi, forse
decisivi. Qui sta il pericolo, nel tempo.
In quel momento Trost esce dalla toilette e gli viene incontro
barcollando, i capelli bagnati, il viso di un pallore
verdastro. Si appoggia al telaio della finestra come in cerca
di un punto fermo, respira a fatica. La ringrazio tanto,
signor Hauser.
E come si sente ora?
Meglio, molto meglio. Le sono davvero molto grato, signor
Hauser.
L'altro si solleva un po' spiando fuori dalla finestra. Vede,
oltre il filo spinato, la lunga strada deserta. Ma non  del
tutto deserta. Laggi in fondo si muove un uomo, cammina
in direzione del campo, in direzione della torretta n 4.
 Keller!  senz'altro Keller, impossibile sbagliare.
Hauser  colto dall'agitazione e cerca di dominarla respirando
profondamente.
Studia ancora i punti obbligati che gli appaiono essenziali:
il muro, dove forma quel gomito quasi ad angolo
retto; poi circa quaranta metri di prato; la strada; in fondo
una fila di cespugli. Deve arrivare fin l.
Stia a sentire, dice d'un tratto a Trost. Lei pu aiutarmi.
Volentieri.
Vede quell'uomo che traversa la strada laggi?
Un americano.
Lei mi fa il piacere di non togliergli gli occhi di dosso.
Io ora scendo in cortile e mi metto in un punto dove lei mi
pu vedere da qui. L'importante  questo: quando l'americano
si dirige verso la torretta e si ferma a parlare con
il soldato di sentinella, lei mi fa un segno. Un segno ben
chiaro, con la testa.
Trost non ha capito bene che cosa gli chiede Hauser, ma
vuole essere cortese. E poi  completamente privo di forza,
di volont. E in certo modo si sente in obbligo verso di
lui che  stato cos gentile. Non riesce a immaginarsi le sue
intenzioni, non ha idea di che cosa significhi questa strana
storia. Ma non ha neppure voglia di sforzarsi a capire, tanto
si sente sfinito.
Va bene, lo far, dice.
Ma stia bene attento, signor Trost,  molto importante:
lei mi fa segno con la testa soltanto quando quel tizio si
mette a parlare con la sentinella. Il soldato, signor Trost,
deve essere girato. Deve guardare nella direzione opposta,
 chiaro?
S, risponde l'internato Trost. Lo far.
E Hauser si allontana.
Trost si appoggia al telaio della finestra. Si passa la
mano sul viso e lo sente bagnato. Bagnato di sudore.  la
sua malattia che lo fa sudare a quel modo. E anche il caldo.
Forse anche il caldo. Che testa pesante si sente! Pesante e
completamente vuota. Ma il rumore che lo frastornava 
cessato.
Ecco Hauser. Ha in mano una cassa vuota, una cassa alta
come un tavolo. Alza gli occhi verso Trost.
Ma Trost invece ha lo sguardo fisso sull'americano, e scuote
la testa. La stanchezza gli dilaga in tutto il corpo,  nella
testa, sulle spalle, nelle ossa; una stanchezza mortale.
In cortile ci sono pochissimi internati. Nessuno che gironzoli.
 l'ora della stanchezza pomeridiana. Tutti riposano
nelle loro cuccette oppure stanno seduti dove c' un
po' di ombra. Nessuno parla; guardano davanti a s, con
gli occhi semichiusi.
Hauser invece sta in piedi in pieno sole e guarda su
verso Trost.
Ubbidiente, Trost fissa quell'americano che si chiama Keller.
Il quale cammina lentamente per la strada deserta, tranquillo,
come uno che ha moltissimo tempo davanti. Quando
 all'altezza della torretta n 4 si ferma. Guarda l'orologio.
Poi si dirige verso la torretta, si ferma proprio l sotto.
Chiama la sentinella e quella si volta, abbandona con gli
occhi la zona che  sotto il suo controllo e si china in direzione
opposta, guardando gi verso l'ufficiale.
In quel momento Trost annuisce ripetutamente con vivacit.
E Hauser, che lo fissava con la immobilit di una statua,
si anima di colpo, diventa rapidissimo.
E allora Trost, la testa indolenzita che solo a fatica riesce
a seguire gli avvenimenti, vede Hauser correre verso il
muro, appoggiarvi contro la cassetta vuota, salirvi sopra,
afferrarsi con entrambe le mani al cornicione e lasciar
penzolare il corpo che oscilla violentemente.
E poi vede Hauser sollevarsi puntellandosi sulle braccia;
la sua gamba sinistra scavalca il cornicione mentre il piede
destro si appoggia contro la pietra. Tutto il corpo si alza
con uno slancio e sembra quasi librarsi sopra i fasci di filo
spinato che coronano il muro.
Poi il corpo si butta in avanti,  oltre il muro, scompare.
Trost ha la sensazione che tutto il sangue si precipiti gi
verso il basso lasciandogli la testa completamente svuotata.
Che cosa sta succedendo?
Smarrito, sgomento, guarda in cortile. I pochi internati
che sono stati testimoni di quella scena allucinante, abbandonano
di corsa il loro posto come in una fuga.
Nessuno vuole aver visto! Nessuno vuole esser stato presente!
Quando se ne rende conto Trost  preso dal panico.
Un'evasione!  stata un'evasione. E la fuga dal campo 
assai pi di una colpa, equivale a una condanna. Viene definita
prova di colpevolezza.
E chi  venuto a conoscenza di un'evasione o di un tentativo
di evasione e non lo comunica immediatamente, 
considerato a sua volta colpevole. Lui, Trost... si  reso colpevole.
E chi in modo diretto o indiretto ha partecipato all'azione,
ha protetto la fuga o l'ha comunque favorita, si rende
colpevole. Lui, Trost... si  reso colpevole anche in questo
caso, doppiamente colpevole.
E adesso che fare? Avvertire? Tacere? Mettersi al sicuro?
Far finta di non sapere nulla? Chiedere consiglio?
Oppure dirlo soltanto a Mangel, comunicarlo al capocamerata,
dirgli semplicemente quello che ha visto. Mangel
decider lui che farne di una notizia del genere.
Un colpo secco strappa Trost ai pensieri che si inseguono
tumultuosi nella sua mente. Hanno sparato, hanno sparato
ad Hauser, pensa tremando. E adesso che cosa deve fare?
Ma nessuno ha sparato. Sulle torre!:e di guardia regna la
calma pi assoluta. L'uomo di sentinella sta sempre parlando
con mister Keller che sta sotto di lui. Si ode un sordo
fragore che avanza; come un camion che passi rumorosamente
sopra un ponte.
Questo  il temporale, dice Trost. Il temporale che aspettavamo.
Ted Harte siede davanti al maggiore Forsell, il comandante
militare americano della citt. La faccia tonda del
maggiore, un po' spugnosa,  leggermente arrossata, non
tanto per il caldo quanto per i sei cognac che ha buttato gi
insieme a Harte in questa prolungata pausa pomeridiana.
Il maggiore Forsell  molto arrabbiato. Trasuda bile contro
la costituzione, contro la Germania e contro parecchi dei
suoi superiori. E poich anche Harte  pressappoco dello
stesso umore - anche se per motivi diversi - i due oggi si
trovano d'accordo, cosa che non era mai accaduta. Finora
si erano al massimo cortesemente rispettati, ma oggi sembrano
proprio intendersi.
Questo Forsell, pensa Harte,  un pallone gonfiato grasso
e arrogante, uno di quelli che sembrano aver mangiato i
regolamenti, ma suo fratello  generale e suo zio  giudice
supremo del tribunale militare di Dachau. Forse non sar
particolarmente simpatico, ma non  certo da sottovalutare.
 pieno fin sopra gli occhi di informazioni di ogni genere:
e si lascia mungere come una buona vacca paziente.
Questo Harte, pensa Forsell,  un ragazzo ambizioso, senza
scrupoli, ma maledettamente in gamba, ha molto successo
e gode di un'ottima reputazione. Persino suo zio, il colonnello
Cord, che di solito ama recitare la parte del duro,
quando parla di lui si esprime sempre con molta considerazione.
Le ho gi detto, Harte, che mio zio, il giudice Cord, le
manda i suoi saluti?
S, me lo ha detto ieri mattina, al telefono.
Ieri mattina? Forsell tenta vanamente di incidersi
rughe pensose nella fronte, cosa che fa sempre quando gioca
a fare l'uomo occupatissimo.
Ieri mattina ha detto? Ma no,  superato, Harte, superato.
Ho riparlato con lui ancora verso sera. Ora si trova
qui nei dintorni,  da mio fratello il generale.
 proprio un vero plumpudding questo tizio, dice Harte
fra s; presenta i parenti come cartelloni pubblicitari; mio
zio, il giudice supremo del tribunale militare; mio fratello,
il generale; mia zia, la vedova del segretario di stato.
Gi, riprende Forsell dopo aver riflettuto, mio zio, il
giudice Cord, le manda i migliori saluti.  veramente contento
dell'ottimo lavoro che pu fare insieme a lei. Quando
torner in America, deve andare senz'altro a trovarlo. E
soddisfatto rimesta il caff nero e denso che ha davanti.
Come sarebbe a dire, sir... andare a trovarlo in America?
Forsell sorride. La sua superiorit non ha limiti.  proprio
come se sapesse tutto. Come se nulla potesse rimanergli
nascosto. Lui, che ha il fratello generale...
Mio zio, il giudice, vuol lasciare il servizio. Probabilmente
partir in volo la settimana prossima per Breiner-
haven. La nave trasporto sulla quale pensa di imbarcarsi
salpa mercoled venturo. Ma prima di partire vuole aver
concluso tutti i casi ancora pendenti sui criminali di guerra
dell'est. Gli manca ancora soltanto il caso Hauser. Capisce?
La cosa mi giunge piuttosto inattesa. Ha molta premura,
quindi.
Forsell si massaggia pensosamente il doppio mento. Inattesa?
A lei forse. A me questo sviluppo della situazione 
sempre stato chiaro.
Quale sviluppo, sir?
Lei non pu vederla in questo modo, naturalmente. Le
mancano le relazioni necessarie. Ma noi stiamo - e qui cito
mio cugino, comandante di squadriglia - stiamo lasciandoci
strappare gli allori dalle mani. Ha detto proprio cos... o
qualcosa di simile.
E perch suo zio, il giudice supremo, deve andarsene?
Deve andarsene? corregge Forsell con benevola grazia,
senza lasciar trasparire nella voce la bench minima
traccia di rimprovero. Lui vuole andarsene. Su questa
strada non li segue pi.
Su quale strada?
Forsell rigira il cucchiaino nella tazza. Afferra il bicchiere
pieno di cognac e ne versa il contenuto nel caff. Annusa
la bevanda. Mi hanno raccontato che i proprietari terrieri
della Pomerania lo bevono cos al mattino, come prima
colazione.
Beve un robusto sorso, ne assapora il gusto schioccando la
lingua contro il palato e poi sputa sul tappeto quello che
gli  rimasto in bocca. Accidenti a loro! esclama. Questa
gente della Pomerania ha il palato di un cinghiale!
Dov', sir, che suo zio, il giudice, non vuol pi seguirli?
Il maggiore dice all'ordinanza di portargli dell'altro caff
e dell'altro cognac. Quando li ha davanti si guarda bene
intorno per vedere se anche le porte sono chiuse e se nessuno
guarda dalla finestra.
Infine dice: Ancora qualche settimana e ne vedr di
belle: le chiederanno di trattare la sua banda di criminali
che ha nel campo come se fossero cittadini degli Stati Uniti.
Ci che noi soldati abbiamo conquistato combattendo, dichiara
il maggiore, fra poco lo vedr ridotto ad acqua
sporca. Si versa nel caff interi cucchiai di zucchero. E
questo perch ai soldati seguono gli affaristi! Noi abbiamo
fatto una guerra, Harte, ma quelli vogliono fare degli affari.
Aspetti un paio d'anni, al massimo tre anni e rivedr gli
internati di oggi ai posti di comando, nostri soci dai quali
potr pitoccare una mancia.
E la denazificazione, sir? La ripulitura della Germania,
che molti tedeschi considerano la vera liberazione?
Tutte sciocchezze, dichiara il maggiore Forsell con
convinzione e sorseggia il suo caff. Suona bene, d'accordo,
 come una musica. Ma una musica che in realt  soltanto
baccano ben organizzato. E perch? Per distrarre la mente.
E distrarre da che? Dal fatto che noi abbiamo il mondo in
tasca. Il mondo  nostro. Ce lo offriamo da noi. Cio: potremmo
farlo se volessimo. Le premesse ci sono tutte. E invece
che si fa? Ritirata! Smantellamento! Abbandono! Confusione!
Competenti come Cord vengono messi in disparte.
La mediocrit in primo piano. Perch non si faccia troppo
chiasso. E io le domando, Harte, perch dobbiamo trattare
quando possiamo comandare? Perch dobbiamo chiedere per
favore quello che  nostro? La giustizia  come un mulino
a vento; chi soffia la mette in moto. Per ora siamo noi a
soffiare. Ma fin quando?
Tutto questo mi d la nausea, dice Harte.
Esattamente come la penso io, dice il maggiore e sorride
con compiaciuta cortesia.
Proveniente dalla torre di controllo n 4, il capitano Keller
entra nel campo.
La sentinella saluta sull'attenti. Keller non se n'accorge
nemmeno, cosa che stupisce non poco il soldato. Keller si
dirige a grandi passi verso la palazzina degli uffici.
Si sta preparando un gran temporale. L'afa pesante stagna
sul terreno, sembra di essere sotto una tenda, mentre si addensano
sulla citt grosse nubi bluastre orlate di un giallo
intenso e fiammeggiante.
Sulla porta c' il tenente Colman che fissa con occhi
annoiati il temporale che avanza.
Venga su immediatamente nel mio ufficio, Colman. Qui
si sta preparando un guaio colossale.
Burrasca? domanda il giovanotto con un lungo gesto
della mano, come se volesse respingere le nuvole.
Dell'altro, Colman, qualcosa di ben altro.
Che cosa?
Venga, dunque.
Va bene, dice Colman e si avvia con calma.
Keller corre su per la scala e spalanca con forza la porta
dell'anticamera.
Sylvia Meiners non c'. Irritato, esce in corridoio e grida
a tutta voce: Signorina Meiners!
La voce rimbomba nel corridoio deserto, che la luce bluastra
del temporale ha immerso in un grigio plumbeo. Signorina
Meiners!
Si apre una porta.  quella della stanza dove lavora
Gernsbach. Compare Sylvia. Il fatto di trovarla l lo irrita
ancora di pi. Ho bisogno di lei! grida.
Sylvia  subito da lui.
Intanto anche Colman ha domato le scale e avanza a
passi lunghissimi. Cos' che brucia? domanda.
Il capitano Keller dice intanto a Sylvia: Dia immediatamente
l'allarme al servizio di emergenza. Si tengano
pronti.
Ma che sta succedendo? vuol sapere Colman.
L'inferno sta succedendo!
Sylvia lo guarda con occhi dubbiosi. Ha bevuto, mister
Keller... forse con mister Harte?
Si occupi del lavoro che la riguarda, signorina Meiners.
Provveda a rinforzare di personale il centralino telefonico.
Gernsbach venga da me immediatamente. Il comandante
tedesco si tenga a mia disposizione.
Ma che cosa  successo? domanda Sylvia mentre prende
in fretta appunti sul suo blocco.
Keller interrompe il suo agitato avanti e indietro sulla
passatoia che traversa la stanza. Che cosa succede? Succede
che Hauser  fuggito. Evaso. Scomparso.
Colman emette un lungo fischio e si lascia cadere in una
poltrona, si dondola sulle molle e fa una faccia esterrefatta.
Ma come  possibile? domanda Sylvia.
Non lo chieda a me, ribatte secco Keller. Io non sono
l'ufficio informazioni. Rifletta piuttosto un attimo alle conseguenze
che pu avere. Il tribunale di Dachau far i salti
mortali.
Dachau? Dachau  lontano, risponde Sylvia. Se qualcuno
far dei salti mortali, quello  Hauser. Quello s che
salter come un matto. E tutto quello che si trover sulla
sua strada  praticamente in pericolo. E ce n' pi d'uno
che si meriterebbe proprio una bella spazzolata da Hauser.
Ma si pu sapere cos'ha da sorridere con quell'aria soddisfatta,
Colman? Keller si dirige verso il tenente che ritira
sotto la poltrona le gambe che aveva comodamente allungate.
Non capisco, capitano. Come ha potuto fuggire?
Avvertir immediatamente mister Harte, dice Sylvia.
Keller ha un gesto brusco di diniego. Non  necessario.
Non ho bisogno di lui.
Ma, capitano...
Faccia quello che le si dice. Per favore! Soltanto quello
che le si dice!
Continuo a non capire, capitano, ripete Colman con
calma. Come ha potuto fuggire?
Non se lo immagina? E va bene, dopotutto l'esercito non
lo paga per avere della fantasia. Venga nel mio ufficio.
Lo precede e Colman lo segue.
Colman resta in mezzo alla stanza, con le mani in tasca,
e fissa la carta del campo alla parete. Scuote lentamente la
testa. Ha tagliato la corda, insomma.
Gi, fa Keller.
Colpa della sentinella, afferma Colman.
Sciocchezze, Colman.  il sistema di sicurezza che non
funziona. Non butti la responsabilit addosso ai nostri soldati.
I ragazzi fanno bene il loro lavoro. Non sempre sono
istruiti a dovere, questo s. Merito degli ufficiali.
Colman si ostina. Quelli devono aver schiacciato un pisolino,
sostiene con convinzione.
Comunque sia, afferma Keller, dobbiamo fare di tutto
per riacchiapparlo.
Lo faccia, lo faccia, dice Colman. Dopotutto qui 
lei il comandante.
Keller vorrebbe scuotere Colman dalla sua inerzia, mettergli
addosso un po' di slancio. Non  poi cos difficile
come potrebbe sembrare.
Allora ha tutte le ragioni per essere contento, ribatte
Colman.
L'assoluta impossibilit di risvegliare in Colman un briciolo
di interesse irrita Keller enormemente.
E per di pi Colman ora domanda: Ma da chi l'ha saputo?
Cosa?
Quando e dove ha tagliato la corda,? Chi ha fatto rapporto?
Keller ne ha abbastanza. Deve sbarazzarsi di Colman e
impedire che faccia domande. Deve togliersi subito dai piedi
quest'individuo. Allontanarlo, perch non annusi troppo.
E in quel momento Keller ha un'idea geniale, almeno cos
gli sembra. Dice: Lei diriger la pattuglia del servizio
di emergenza, Colman.
L'altro lo guarda costernato. Grosse rughe gli si formano
sulla fronte. Io? esclama con un tono che dice chiaramente:
certo non ho capito bene.
Sicuro, fa Keller soddisfatto che gli sia venuta quella
idea. Lei, e nessun altro.
E si toglie di tasca lo schizzo che ha preparato poc'anzi.
Quello schizzo in cui  indicato l'albergo della signora
Hauser. L'albergo e i dintorni. Ecco qua, Colman. Adesso le
spiego come organizzare la battuta.
Be', se proprio ci tiene! esclama l'altro. Mi domando
soltanto che cosa ne avrebbe detto Shakespeare!
Non  un sonno profondo quello che coglie gli internati
dopo il pasto di mezzogiorno.  piuttosto un dormiveglia
pieno di incubi, in cui tutto ripassa nella mente: la brodaglia
che si chiama cibo; un sentore vago e penetrante di
esseri umani che marciscono lentamente; e i pensieri che
girano in cerchi sempre pi stretti, aggrappandosi alle creature
vicino alle quali si  passata quella che si chiamava
vita e alle quali allora si  badato troppo poco.
Tutto questo li stringe in un cerchio mentre giacciono
nell'afa opprimente del meriggio e aspettano, e non sanno
che ne sar di loro. E non vogliono pi neppure sapere
ci che  stato.  terribile come tutto ingigantisca, si gonfi
paurosamente, si tinga di colori foschi, tutto quello che non
avrebbe dovuto essere.
E poi tutto quel rivangare, quell'interminabile calcolare,
quel meditare e riflettere. Che cosa hai fatto? Come te lo
possono provare? Dove sono le fotografie, i documenti, le
prove?
Un ritaglio di giornale: festeggiamenti del 20 aprile, e
tu, idiota, sei sulla lista degli ospiti d'onore; in cima alla
lista c' un Gauleiter, poi un'alta autorit e poi ci sei tu;
tu e il Gauleiter legati alla stessa catena da un pezzo di
giornale.
Fotografia: hai ottenuto un premio. E chi ti ha dato il
premio? Il partito. Chi te lo consegna solennemente? Un
pezzo grosso del partito.
E il caldo striscia sempre pi vicino, ti si accuccia addosso
come una bestia che non puoi respingere, che minaccia
di soffocarti.
Che cosa posso negare? pensa l'internato. Avranno dei
testimoni contro di me? Forse quello che si professava tuo
amico, che beveva il tuo vino e fumava i tuoi sigari? Quella
ragazza che ti sei presa e poi hai piantato in asso? Un parroco
o un impiegato, tua moglie stessa, i tuoi figli?
Questi sono i pensieri che strisciano furtivi nel cervello
degli internati in quell'ora di riposo pomeridiano. Lembi
di immagini che ritornano davanti agli occhi chiusi, crampi
nello stomaco non sazio, odor di morte nell'aria che si respira.
Sospettare e sentirsi sospettati. E intanto pensare e
osservare e cercar di interpretare i segni che si presentano.
Meditare!
Che cosa significa sentire che verr tolta l'acqua?  un
caso o un'angheria? Un difetto di organizzazione o un ammonimento
intenzionale?
E che significa l'annuncio di una nuova distribuzione di
sapone? Perch? Si tendono a migliorare le condizioni della
vita quotidiana o  un segno che l'internamento si prolungher?
Chi  stato chiamato per l'interrogatorio? Quale categoria?
Criminali di guerra oppure gente arrestata soltanto per
il posto che occupava o altri ancora, prelevati per misura di
sicurezza?
Che cos'? La fine o il principio, il rallentamento o l'accelerazione,
 tattica o caso?  la morte o la libert? Che
cosa c' intorno?
Cos vagano incerti i loro pensieri. E intanto si spiano
l'un l'altro ad occhi semichiusi.
Mangel ha il respiro tranquillo; sta pensando. Il barone
von Hagen siede in silenzio sul suo sgabello, appoggiato al
muro; nessuno riesce mai a capire che cosa abbia di dentro.
Kurtz sbuffa pesantemente nella sua coperta da cavallo;
chiss perch lo fa?
Uno geme. Quello si dispera, sentilo.  disperato! Pi disperato
di me. Avr i suoi motivi; io non sono il peggiore
qui dentro, ci sono casi peggiori. Questa  la mia fortuna,
che ci siano dei casi peggiori.
Un colpo secco li fa sussultare. Un colpo che  come una
revolverata., E l'eco lo rimanda, altrettanto secco.
Kurtz  il primo a capire. Si strappa dalla sua coperta e
sta in ascolto con la bocca aperta. Un temporale, dice.
Nessuno risponde. Tutti restano in ascolto nel silenzio
minaccioso. Aspettano il secondo tuono. Ma il secondo tuono
non viene. L'afa che grava pesante sui loro corpi sembra
farsi ancora pi insopportabile.
In quel momento si spalanca la porta. Trost si appoggia
allo stipite, il volto di un pallore giallastro, cadaverico. La
porta va a sbattere contro l'assito di una cuccetta.
Ma le pare il modo di entrare! Un baccano del genere
a quest'ora! Lei  impazzito!  la voce di Kurtz, alta, vibrata.
Kurtz  sempre contento quando pu staccarsi un attimo
dai pensieri che lo tormentano. Ogni occasione  buona.
Signor Mangel, chiama Trost con voce soffocata, venga,
devo dirle una cosa, una cosa importante.
Ma non adesso, durante la siesta, grida Kurtz.
Dalla sua cuccetta Laffrentz grugnisce: Ma non potete
tener chiuso il becco mentre io dormo?
 questa osservazione di Laffrentz che spinge Mangel a
sollevarsi diritto sul suo giaciglio.  davvero importante?
Trost annuisce con forza. Tutta la camerata lo guarda.
L'uomo non  neppure in grado di mettere insieme due parole.
Agita le mani e poi se le preme sul petto, come per
calmare la sua agitazione.
Quello ha una crisi di pazzia, dichiara Laffrentz e si
lascia ricadere sul suo pagliericcio.
Dopo averlo guardato un attimo, il barone von Hagen
dice: Gli dia un po' d'acqua da bere.
Qualcuno porge a Trost una borraccia e lui l'afferra,
beve, e l'acqua gli gorgoglia intorno alle labbra, gli scorre
gi lungo il mento, sul collo, sul vestito.
Ma che cos'ha? domanda Mangel.
Trost muove le braccia nell'aria come se remasse. Chiude
un attimo gli occhi e apre la bocca. Poi, con voce strozzata,
dice: Hauser non c' pi.
Fissa le facce che lo attorniano. Nessuno capisce. Nessuno
afferra il significato di queste parole.
Che cosa intende dire? domanda Mangel. Che cosa
vuol dire: Hauser non c' pi?
Trost boccheggia in certa d'aria. Si preme una mano sul
petto, sulla sinistra. Poi a fatica balbetta: Il muro.  saltato
oltre il muro.
Nessuno dice una parola. Nessuno qui dentro  in grado
di dire una parola.
Ma le parole di Trost lavorano in tutti i cervelli, si fanno
strada: Hauser  saltato oltre il muro. Tutti guardano Mangel.
E Laffrentz si solleva repentinamente a sedere, come
se gli avessero infilzato una forchetta nel deretano.
Poi per il momento non accade pi nulla. Soltanto il
respiro di Trost si fa pi ansimante, pi affannoso.
Gli diano una sedia, dice il barone, e ancora un
po' d'acqua.
Kurtz salta gi dalla cuccetta, afferra una seggiola e la
posa dietro a Trost che vi cade a sedere. Poi riprende a
bere, avidamente.
E ora racconti, dice Mangel molto serio. Racconti
tutto per ordine, con tutti i particolari.
E Trost racconta che si  sentito male, che  uscito barcollando
in corridoio, che  caduto, forse svenuto, racconta
che  stato Hauser a sollevarlo, a portarlo sotto il getto
d'acqua del lavandino...
Racconti solo l'essenziale, fa Mangel impaziente.
E Trost riprende a raccontare: niente s'era immaginato,
lui, proprio niente. Gli devono credere. Lui era lontano le
mille miglia dal pensarlo. La testa gli doleva da spezzarsi,
tutto il corpo gli faceva male. Non riusciva neppure a pensare.
Ma Hauser lo aveva aiutato, e cos si era sentito in
obbligo nei suoi confronti, chiaro no?
Signor Trost, lo ammonisce di nuovo Mangel, vogliamo
sentire soltanto l'essenziale.
Allora l'americano si dirige verso la sentinella, si mette
a parlare con il soldato. E Hauser corre con una cassa in
mano verso il muro. Salta sulla cassa, si arrampica sul muro,
salta gi dall'altra parte.
E?
 saltato gi dall'altra parte.
E niente altro?
No!
E la sentinella?
Stava parlando con mister Keller.
Keller? E Keller?
Stava parlando con la sentinella.
Mangel ritorna in silenzio nel suo angolo. Ha un'aria pensosa
e anche un po' smarrita. Volge gli occhi verso il barone
von Hagen, che scuote lentamente la testa. Kurtz 
entusiasta. Laffrentz  immobile a bocca aperta. Gli altri
stanno intorno con facce vuote, interrogative.
Un bel colpo, esclama Kurtz, un maledetto colpo.
Trost sta ripiegato sulla sua seggiola come una fisarmonica
chiusa. Ma non  colpa mia, balbetta. Io non ce ne
posso nulla. Non potevo mica saperlo. Nessuno avrebbe potuto
immaginarlo.
Ma permetta un momento! esclama Laffrentz. Quando
uno corre verso il muro con una cassa in mano, la cosa
 lampante, no?
Ne dubito molto. Se lei prende una cassa e corre verso
il muro la cosa non  affatto lampante. Lei non  certo in
grado di saltare dall'altra parte. Forse con otto uomini che
la sollevano.
E ora che succeder? Qualcosa deve pur succedere, si
lamenta Trost. Ma che cosa?
Mangel siede al suo posto di capocamerata, a capotavola,
rigido, impettito. Nulla, dice.
Come nulla? Che cosa intende? rimbecca subito Laffrentz.
Lentamente, meditando bene le parole, Mangel dice:
Noi non sappiamo nulla. E aggiunge: Sar meglio per
tutti noi se non ne sappiamo nulla.
Il barone von Hagen annuisce meditabondo.
Ma nemmeno per idea, esclama Laffrentz. Dobbiamo
avvertire immediatamente. Se non lo facciamo, ci rendiamo
corresponsabili.
Io ho avvertito, dice Trost. Io l'ho detto al mio capocamerata.
Io non sono colpevole di nulla.
Mangel lo osserva con avversione. Dice asciutto: Non
dica assurdit. Lei non ha ha visto niente. Non sa niente.
Chiaro?
Crede che si possa farlo? domanda ancora Trost smarrito.
Si pu, conferma Mangel con fermezza. Non possiamo
assolutamente permetterci di saperne qualcosa. Dobbiamo
restare assolutamente fuori da ogni sospetto. Ci saranno
delle difficolt, ma non dobbiamo andarle noi a cercare.
Neppur per sogno! grida Laffrentz. Bisogna comunicarlo
immediatamente.
Cerchi di essere ragionevole, dice Mangel in tono
ammonitore.
La cosa verr subito comunicata! esclama nuovamente
Laffrentz. E precisamente da me. Sar io che lo dir a
mister Harte.
Mangel si alza deciso. Lei non uscir da questa stanza,
dice energicamente. Quello che  accaduto qui dentro non
 cosa che la riguardi personalmente.
Questo lo vedremo! E Laffrentz sospinge il suo pancione
massiccio verso la porta.
Kurtz  pronto a saltargli addosso. Gli altri allungano il
collo.
Mangel riflette rapidamente; sa che, in caso di necessit,
pu contare almeno su una parte dei suoi uomini. Prima
lei si prende una carica di botte, gli dice.
Laffrentz si irrigidisce. Gli occhietti da suino scintillano
malignamente. Queste sono minacce, constata, non pi
cos sicuro.
 soltanto la conseguenza del suo comportamento. Prima
di lasciarla andare dagli americani, preferiamo mandarla
all'ospedale.
E gli avanzi li spediamo per posta alla sua vedova,
aggiunge Kurtz di buon umore.
Quello che fa  punibile, ribatte ancora Laffrentz.
Lei  obbligato a denunciare il fatto. Se non lo fa, lo deve
fare un altro. Una mancata denuncia pu portare a gravi
conseguenze.
Trost ripete con voce soffocata: Io l'ho denunciato.
Mangel riflette affannosamente. Che cosa deve fare? Qualunque
decisione prenda, sa che  pericolosa. Nessuno pu
ancora dire che cosa potr avere importanza domani. Di una
cosa  certo: tipi come Laffrentz bisogna toglierli di mezzo,
tenerli alla larga. Se si troveranno nella necessit di denunciare
il fatto, non sar Laffrentz a doverlo fare.
E Trost ripete ancora una volta: Io l'ho denunciato.
In quel momento Mangel ha un'idea geniale, o almeno
cos gli sembra. Riferir l'accaduto, dice in tono deciso,
e un lieve sorriso gli increspa le labbra, gli rischiara il volto
rigido e teso. Il signor Trost ha dato a me la notizia, e
io la passo a chi di dovere. Seguendo la via gerarchica.
All'espressione via gerarchica, Kurtz scoppia in una
risata ironica. Laffrentz si guarda intorno come una possente
vacca ferita, il barone von Hagen ha sulle labbra il
suo distinto sorriso di sempre.
Mangel si guarda intorno soddisfatto e infine dice: Far
il mio rapporto al comandante tedesco del campo.
A quel colpo secco come una detonazione, che segna l'inizio
del temporale, Hauser si getta nei cespugli sull'altro lato
della strada.
Il sangue gli corre in tutto il corpo in grandi ondate
calde. Hauser preme il viso nell'erba secca. Sente nelle gambe,
nei fianchi una sensazione di stanchezza che lo paralizza.
Le mani si contraggono sul terreno.
Respira pesantemente, la bocca sull'erba. Ha gli occhi
chiusi. Tutte le sue energie si concentrano nell'udito. Che
cosa  stato? Hanno sparato un colpo?
Se hanno sparato nella sua direzione ora li sentir gridare,
chiamare. Le voci gutturali si passeranno gli ordini,
da torretta a torretta. Entreranno in azione i telefoni. Risuoner
un segnale di allarme. E poi comincer la caccia.
E quando comincer - se comincia fin d'ora - lui sar la
vittima certa. Pi che certa.
Ma prima - immediatamente dopo questo primo colpo -
punteranno le mitragliatrici contro questi cespugli e vi scaricheranno
dentro nastri interi di munizioni. Lentamente,
a ventaglio, da sinistra verso destra. E poi staranno in agguato,
all'erta come linci per vedere se qualcosa si muove,
un arbusto, un ramo, una foglia. E dove percepiranno un
movimento, concentreranno il fuoco. E le cartucce vuote
schizzeranno dal caricatore e il piombo gli piover addosso
come grandine.
Ma non era uno sparo! Quel colpo secco non aveva nulla
in comune con una detonazione. Sono i suoi nervi che gli
hanno giocato un brutto tiro. Era soltanto il temporale che
ora comincia a ruggire nella valle.
Alza gli occhi. Vede che il cielo ha preso un colore bluastro
quasi nero; come una vasca piena d'acqua in cui abbiano
versato una bottiglia di vecchio inchiostro.
Tutto teso Hauser pensa alla prossima mossa, a quello
che accadr. Fin qui, fino a questo cespuglio  stato tutto
chiaro. Ha avuto il tempo di calcolare ogni fase: la rincorsa
fino al muro, il salto, una pausa di qualche secondo
per riprendere fiato, subito su le mani se qualcuno grida
il suo nome; la corsa verso la strada attraverso l'erba alta,
un tuffo nel fossato al margine, altra brevissima pausa, un
respiro profondo e poi un balzo sopra l'asfalto, e via di
corsa, gi nel cespuglio.
Fin qui tutto bene. Ce l'ha fatta. Prova un senso fisico di
soddisfazione.  ancora in gamba. L'unico di tremilaseicento
uomini che abbia avuto tanto coraggio. E pensare che quelli
credevano di rappresentare una lite. lite! Si vede ora che
razza di pappemolli hanno governato la Germania. Proprio
la feccia. Un branco di porci ingrassati. Uno schifo. Ma
adesso tutto  schifo. Tutto. Anche sua moglie. Gi, anche
Brigitte. Anche lei. Quella...
Cerca di respingere quei pensieri. Che deve fare ora? Subito
dopo? Per prima cosa allontanarsi, allontanarsi il pi
possibile dal campo. Fuori dal tiro di quei cornuti. Lontano
da Keller. Cos quello ha mantenuto la parola. Stava l
come un pezzo di legno, e teneva a bada la sentinella. Gli
 parso addirittura che lo guardasse.  stato nell'attimo in
cui si  librato sopra gli spuntoni, sopra la matassa di filo
che inghirlanda il muro; in quel momento ha avuto la sensazione
che lo fissasse negli occhi, a una trentina di metri.
Basta, non deve pensare al perch lo ha fatto. Non deve
rimuginare su quello che  stato. Non ha importanza sapere
se Keller lo ha fatto per s o per Brigitte. O Dio solo
sa perch altro.  stato un vantaggio per lui, ecco quello
che conta. Ora si tratta di sfruttare questo vantaggio.
Striscia attraverso i cespugli. Il sudore lo inonda. Ha l'impressione
di sentirsi nel petto gli stantuffi di una locomotiva.
Ma non vuole badarci. Si costringe a guardare avanti.
Avanti! Non deve stare in ascolto di quello che  dentro
di lui. Solo quando il sudore comincia a piovergli negli occhi
e a offuscargli la vista, le ginocchia si piegano e lui
resta immobile.
Il sole  scomparso, come nascosto da una fitta cortina.
Ma l'aria, se possibile, si  fatta ancora pi afosa. Densa,
vischiosa. Non entra pi nei polmoni, rimane appiccicata
in bocca.
La giubba che indossa, la sua uniforme da SS senza ormai
distintivi, tutta abbottonata,  completamente fradicia.
La stoffa puzza di sudore.
Questa giacca  un impaccio e un pericolo. Chiunque la
riconoscerebbe per un'uniforme di SS. Non deve farsi vedere
cos. Desterebbe dei sospetti. E anche il pi lieve sospetto
pu trasformarsi in un pericolo per lui, un pericolo
mortale.
Si strappa di dosso la giacca e la getta in mezzo al cespuglio,
uno straccio bagnato.
Si guarda. Cos va bene. Una camicia quasi anonima, calzoni
che possono provenire dai fondi di magazzino della
Wehrmacht, scarpe alte con le stringhe.
Si alza e guarda attraverso i rami dei cespugli, in direzione
del campo. Ha gi alle sue spalle una distanza di mezzo
chilometro circa. Resta in ascolto, respirando affannosamente.
Nel campo silenzio. Niente sirene d'allarme, niente grida,
non una voce che dia ordini, non un motore che si metta
in moto, nessun movimento di uomini. Quiete assoluta. Allora
ce l'ha fatta!
La sua prossima meta? Brigitte? No. non Brigitte. Brigitte
no! Perch questo nome continua a insinuarsi nei suoi pensieri,
a mescolarsi a tutti i suoi progetti? No, niente Brigitte.
Brigitte  diventata un numero, una cifra in un conto.
Ha avuto fiducia in lei, pi che in chiunque altro al mondo;
 stato un errore. Non avrebbe mai dovuto fidarsi. 
stato un idiota a confidarle i suoi pensieri pi segreti. Un
errore, gi; ma un errore che avrebbe dovuto prevedere.
Gli esseri umani sono feccia, pensa correndo. Sterco, buono
soltanto per concimare. Tutti sono cos, tutti quelli che
ha incontrato nella vita. Suo padre, che lo picchiava per
plasmarlo, per trasformarlo in un buon impiego di capitale:
le donne che ha avuto e che ci hanno ricavato soltanto il
loro piacere; i subalterni, che con straordinaria, nauseante
prontezza diventavano al momento buono dei leccapiedi: i
superiori, che si sono arrampicati sulla pelle degli altri: questi
americani, che vengono tanto a cianciare di Dio e di giustizia
e pensano soltanto ai quattrini. Feccia! E non uno che
non abbia il suo prezzo.
Una vampata si accende nel cielo sopra di lui. Un tuono
secco, che sembra mandare il mondo in frantumi.
Hauser non ci bada. Va avanti, cammina in fretta. Ha la
camicia aperta sul petto. Corre per i campi, diagonalmente
in mezzo all'erba alta pronta per la seconda falciatura.
Non incontra nessuno.  come se fosse solo al mondo,
solo con se stesso e con il suo odio. Solo le montagne gli
stanno intorno, seguono mute e solenni la sua corsa affannosa.
Lontano, sotto un gruppo di alberi su un'altura, c' una
donna. Uno spaventapasseri, un fagotto di ossa e di stracci.
Una donna comunque che non  Brigitte.
Incespicando sul pietrisco si accorge con ira che Brigitte
 entrata di nuovo nei suoi pensieri.
No, basta Brigitte, ordina a se stesso. Non nominarla pi,
non pensare pi a lei. Non  lei la tua meta, ora; la sua
meta  un braccialetto. Nient'altro che un braccialetto che
deve essere suo, se vuol continuare a vivere. Quel braccialetto,
soltanto quel braccialetto. Possederlo significa per lui
la sicurezza.
Ma che cosa grida quella donna laggi, che si muove vicino
al cimitero? Chiama lui? Si ferma, rimane immobile.
Sta in ascolto, proteso in avanti. Ma nelle orecchie ha soltanto
il suo respiro affannoso.
Ora la voce riprende, acuta, strascicata, lamentosa. Fifi!
chiama. E un braccio si agita in alto e sembra rivolgersi a
lui. Ancora una volta chiama: Fifi!
Hauser sospira profondamente, con sollievo. Sta chiamando
un cane, pensa; non ce l'ha con me, chiama soltanto il
suo cane.
E si getta di nuovo in avanti; gli sembra di dover guadare
addirittura quell'aria cos pesante, vischiosa. Gli dolgono
le gambe; si sono fatte di piombo, si muovono con
fatica, legnose. E un peso tremendo gli preme la nuca.
Quasi barcollando, a passi frettolosi e incerti si dirige
verso il piccolo cimitero che a quell'ora appare abbandonato.
Isolato in mezzo alla campagna.
Hauser spinge il cancello. I cardini cigolano. Davanti a
lui il vialetto bianco di ghiaia. Ma non prosegue. Si ferma
e si guarda intorno. Si guarda intorno lentamente, attento
a ogni particolare, controllando ogni cosa quasi meccanicamente.
Non c' nessuno. Non anima viva. Soltanto in lontananza
quella donna che strilla con voce acuta e impaziente: Fifi!
Fifi!
Un raggio smorto di luce giallastra sfiora la terra. Improvvisamente
tutto  silenzio, come se il cielo aspettasse
risposta a una domanda. Poi, di colpo, un fragore pauroso,
come se tutto crollasse. Hauser crede di sentire la terra tremargli
sotto i piedi.
Si butta in avanti. La ghiaia scricchiola sotto le sue grosse
scarpe. Trova la strada con meccanica sicurezza, si dirige
verso una tomba.
La pietra tombale porta il suo nome. Il suo nome ch'era
anche quello di suo padre. Hauser, c' scritto. Otto Ernst
Hauser. Ma non guarda la scritta. Si getta sopra la cordonatura
di marmo che cinge la tomba. Sembra che vi si
inginocchi davanti, spezzato, finito. Sembra.
Ma le mani tastano il marmo, scorrono lungo la pietra,
frugano nella terra appena di sotto, la sollevano. Il suo volto
con la bocca aperta  contratto fino allo spasimo e poi si
irrigidisce, si fa anch'esso di pietra. Luccica, inondato di
sudore.
Le mani che frugano nella terra restano immobili, come
paralizzate. Vuote. Non hanno trovato quello che cercavano.
Il braccialetto non c' pi. Non c' pi! non c' pi!
Una fiammata, una luce sulfurea illumina la terra. Il riflesso
fa luccicare il volto madido di sudore. L'ira gli contrae
i lineamenti, un'ira cieca, spasmodica, che lo penetra tutto.
Quella donna, mormora con voce spenta. Quella maledetta
donna! Le parole gli escono sibilando fra i denti.
Si ode un fruscio lontano che si fa a poco a poco vicino.
Un fruscio al quale senza volerlo tende l'orecchio e che diventa
pian piano un fragore. Come se il cielo si spezzasse.
E poi la pioggia si abbatte su di lui.
Reiter, il comandante tedesco,  sulla soglia, con un viso
molto serio. Chiede a Sylvia Meiners di parlarle un momento.
Vuol parlare con me, signor Reiter? Lei vuol dire il
capitano Keller.
Reiter scuote la testa. No... Vorrei parlare proprio con
lei, signorina Meiners. Posso?
Ma certo, signor Reiter. Che cosa posso fare per lei?
Reiter le si fa pi vicino. C' una certa esitazione nel suo
modo di fare, quasi un tono leggermente solenne. Signorina
Meiners, dice. L'internato Hauser  evaso.
Questo lo so! esclama Sylvia Meiners.
E da chi lo sa, se posso permettermi di chiederglielo?
La faccia di Reiter rimane grave, i suoi occhi la fissano intensamente.
Sylvia Meiners non riesce bene a capire il perch del tono
solenne e scrutatore a un tempo del comandante tedesco.
Con una certa impazienza risponde: Ma dal comandante,
dal capitano Keller.
Reiter annuisce quietamente. E da chi l'ha saputo il
capitano Keller?
Sylvia si insospettisce. Guarda il comandante tedesco e i
suoi occhi si riempiono di stupore. Poi, continuando a fissare
Reiter, fa qualche passo indietro, si avvicina alla scrivania,
afferra il telefono e si fa dare la comunicazione con il
corpo di guardia. Qualcosa di nuovo? domanda. Ascolta
attentamente. Niente? dice poi. Proprio niente? Non
 stato dato l'allarme? Notizia di un'evasione? Niente?
Con molta lentezza depone il ricevitore sulla forcella. Il
servizio di guardia non sa nulla, dice a Reiter. Non ha
fatto rapporti.
Lo faccio io, allora, e nella mia veste di comandante
tedesco del campo denuncio la fuga d'un internato, dice
Reiter.
Sylvia  intenta a riflettere. Ma come poteva saperlo il
capitano Keller...
 appunto quello che mi chiedo, replica Reiter.
Lei ha una spiegazione?
Se lo volessi, potrei dare una spiegazione, credo. Ma non
voglio. E soggiunge, con molto rincrescimento nella voce:
Non me lo posso permettere.
Che fare ora? domanda Sylvia, pi che altro a se
stessa. E rivolta a Reiter, in tono quasi di rimprovero: Ma
perch  venuto proprio da me?
Perch lei deve comunicare la notizia, dice Reiter con
voce ferma. E deve decidere se dirlo al capitano Keller o
a mister Harte.
Improvvisamente Sylvia capisce quello che vuole da lei quest'uomo.
Una ruga profonda le si disegna sulla fronte. La sua
esitazione  brevissima. Keller, dice,  uscito un momento
fa con la macchina. Harte dev'essere ancora alla mensa.
Reiter aspetta in silenzio.
D'un tratto Sylvia Meiners  attivissima. Si fa mettere in
comunicazione con la mensa ufficiali, chiede di Harte, insiste
e pretende che interrompa il colloquio con il maggiore
Forsell.
Mister Harte, dice in fretta, venga immediatamente,
la prego. Hauser  fuggito. C' qualcosa di poco chiaro in
tutta la faccenda. Venga subito, per favore!
Resta in ascolto, il viso teso. Poi sorride lievemente e
dice a Reiter: Mister Harte viene subito.
Aspettano insieme. Sylvia cammina inquieta su e gi per
la stanza. Reiter si  appoggiato allo stipite della porta. Di
fuori viene il fruscio monotono della pioggia.
Dieci minuti dopo arriva Harte. Che cosa  successo?
domanda. Ha la faccia imperlata di sudore e i capelli bagnati.
Tiene le mani affondate nelle tasche. La voce  rauca.
Racconti, Sylvia.
Sylvia racconta quello che sa; con precisione, senza una
parola di troppo. Ma, con molta cautela, lascia intendere
ci che sospetta. Il viso di Harte  impenetrabile. Non manifesta
n sdegno, n ammirazione, approvazione o rimprovero,
e neppure sorpresa. Pone, freddo e preciso, alcune domande
per ottenere da Sylvia informazioni altrettanto precise
e circostanziate.
Una cosa sola mi interessa a questo punto, dice infine
e si volge a Reiter che si  tenuto finora in disparte, testimone
muto, in attesa. Immagino, Reiter, che lei mi potr
aiutare. Mi  tutto chiaro e afferro perfettamente la situazione;
una cosa sola non capisco: da chi Keller ha saputo
che Hauser  fuggito? Le sentinelle non hanno dato l'allarme;
il comandante tedesco  arrivato dopo. Chi dunque ha
denunciato a Keller la scomparsa di Hauser? Non era mica
l a vedere!
Reiter alza la testa stupito. Un sorrisetto impercettibile
gli sfiora gli angoli della bocca e nei suoi occhi passa un
lampo di ammirazione. Ma non dice parola.
Lei mi tace qualcosa, vero, Reiter?
Pu darsi, risponde tranquillamente Reiter.
Harte si ferma di botto, si irrigidisce. Non guarda Reiter.
Non guarda nessuno. Sembra quasi di sentire il ronzio del
suo cervello che pensa. Alla fine dice esitando: Cos, lei
non vuol parlare, Reiter...
Reiter tace.
La sua  una risposta molto chiara.
Posso andare? domanda Reiter.
Prego, vada pure.
Una porta si apre e si chiude molto piano. Harte sta in
ascolto, e ha l'impressione di udire, sopra il mormorio della
pioggia, il respiro di Sylvia che gli  accanto.
E adesso?
Harte non risponde. Va lentamente alla finestra e fissa la
pioggia. E di nuovo ha l'impressione di sentire accanto al
suo il respiro di Sylvia, vicinissimo.
Perch mi ha chiamato? domanda. E non aspetta risposta.
Perch non mi lascia in pace, Sylvia? Perch insiste
per trascinarmi in questa faccenda?
Questa non  pi una "faccenda", risponde Sylvia
Meiners. Questa  tutt'altra cosa... e richiede una decisione.
Lei ora non pu tenersi in disparte. Non ne ha il
diritto.
Harte continua a fissare la pioggia. Credo, Sylvia, dice
piano, che lei non si renda conto del significato che questo
pu avere. Io mi butto contro un muro e posso spaccarmi
la testa; oppure il muro  di gomma, e mi ritrovo in
un manicomio.
Ma lei non  un vigliacco! esclama Sylvia senza riflettere.
Harte scuote leggermente la testa, e non sorride nemmeno
di quelle parole impulsive. Ah, ragazza mia, dice soltanto,
non deve credere di prendermi al laccio con dei
mezzi cos primitivi. Con me non funzionavano neppure
quando andavo ancora a scuola.
Sylvia si fa di fiamma. Sono una stupida, dice, un
elefante.
Tutt'al pi una pecorella, risponde Harte con dolcezza.
Le pecorelle mi sono sempre piaciute moltissimo.
Sylvia, ancora terribilmente confusa, si china impulsivamente
verso di lui, posa la mano sulla sua. Che cosa dobbiamo
fare? domanda.
 semplice, risponde Harte. O non faccio nulla, e
sono con tutta probabilit un miserabile. Oppure faccio il
mio cosiddetto dovere, e allora sono - con tutta probabilit
- un uomo morto. Perdo il grado, il posto, mi buttano
fuori dall'esercito e dovr cercarmi in Germania un posto
dove piantar cavoli o lucidare stivali o vendere arance.
E io l'aiuter, Ted.
Harte toglie la mano di sotto a quella di Sylvia e la
posa leggera sulla spalla di lei. S, mormora e subito si
schiarisce imbarazzato la voce. Gi! Che cosa aspettiamo?
Ho bisogno di vederci chiaro. Devo sapere come sono andate
veramente le cose. Come ha potuto fuggire Hauser?
Il comandante tedesco molto probabilmente lo sa. Ma
non lo vuol dire.
Ma io conosco uno che certo parler.
Laffrentz insiste nel fare le previsioni pi catastrofiche. Si
gira e rigira per la camerata muovendo con incredibile destrezza
nel poco spazio libero la sua massa di grasso avvolta
nei panni che cominciano, anche per lui, a farsi un po'
troppo larghi e a cascargli da tutte le parti.
Quanto tempo  passato! grida. Un'ora? Pi di
un'ora? E che cosa fanno? Nulla!
Come nulla! fa Kurtz. Fra poco si metter a piovere.
Mangel, che non riesce pi a concentrarsi sulla sua rete
ferroviaria, dichiara: Quello che potevo fare l'ho fatto.
Ora la responsabilit  nelle mani di Reiter. Dopotutto 
lui il comandante tedesco. Le consiglio quindi di calmarsi,
signor Laffrentz.
Mangel tenta di pensare ai compassi con cui lavorava
quando era allo stato maggiore. Che strumenti meravigliosi!
Una cassetta laccata di nero, 25 per 60, foderata di velluto
verde. E come scintillavano, cos preziosi, 'perfetti!
Ma Laffrentz non si lascia smontare. Ora li ho in mano!
pensa. Volevano gettarmi ai porci e invece sono io ora che
li metto nella broda. Be', sicuro... lui avr anche fregato del
pane, quei miserabili centoquaranta grammi. Ma loro che
cosa combinano, questi pezzi da galera? Ci fanno finire tutti
a Dachau! E allora bisogna fargli capire una volta per tutte
che razza di puzzoni sono: ma con chiarezza, con tutti i particolari.
Ma non si  ancora reso conto, signor Mangel, dice con
tono volutamente aggressivo, che le sue cosiddette misure
sono assolutamente inadeguate? E, cio, volutamente inadeguate?
Le faccio espressamente presente che io l'ho fatto
notare.
Queste cariche provocatorie infastidiscono visibilmente
Mangel. Per di pi ha commesso un errore nel suo disegno.
La cabina di blocco n 4 non  alla stessa altezza della n 2;
 una particolarit del parco ferroviario di Scolpje e lui se
n' completamente dimenticato. Non riesce assolutamente
pi a concentrarsi. Getta la matita sul tavolo con un gesto
di stizza.
Non possiamo fare nulla, dichiara ancora una volta.
E aggiunge: Non possiamo fare pi di quanto  gi stato
fatto.
E come no! insiste Laffrentz.
Impossibile! ribatte Mangel. Che cosa vuol fare ancora?
Mi lasci parlare con mister Harte.
Mangel rif il bilancio della situazione. La faccenda  gi
abbastanza impasticciata... comunque sia. Il fatto che Reiter
non ritorni,  un brutto segno. Dio sa che cosa pu essere
accaduto. E Dio sa che cosa hanno in mente questi americani.
 gi passato un po' troppo tempo. Una specie di
voragine, in cui potrebbero precipitare tutti; e lui, Mangel,
prima degli altri. Ma appunto per questo non bisogna permettere
che un tipo come Laffrentz prenda in mano le redini
della situazione. E Mangel, esasperato, esclama: La
lasceremo andare, Laffrentz, ma non prima di ridurla in
poltiglia!.
Un'espressione cos forte e incurante della forma  del
tutto inconsueta in un uomo come Mangel. Persino Kurtz
ammutolisce.
Laffrentz, che stava giusto cercando di farsi strada fra i
castelletti delle cuccette, si ferma di colpo, come inchiodato
al pavimento. Queste parole me le ricorder, Mangel.
Ma si riprende subito. La sua fantasia lavora al galoppo.
 giunta la sua ora, lo sente! Reiter non ritorna.  perch
non potrebbe essere lui a fare un dettagliato rapporto agli
americani, al posto di Reiter? E non solo questa volta ma
sempre! Questa non  che una buona partenza.  l'occasione
che gli ha offerto il colloquio avuto con Harte.
Far in modo di consolidare le buone relazioni che ha instaurato
con l'americano. Sprofondato in audaci strategie,
si infila intanto la mano nell'apertura della camicia per
grattarsi il petto grasso e sudato.
Poi dice: Io constato semplicemente un preciso dato di
fatto: un internato si  dato alla fuga. Constato inoltre che
ciascuno degli internati di questa camerata ne  al corrente;
e ancora che il comandante tedesco del campo ne  stato informato.
Ora io domando: perch non si hanno reazioni?
Evidentemente c' qualcosa che non funziona. Ho bisogno
di una risposta, signori. Perch non succede niente?
E volge la faccia lucida di sudore verso i compagni, li
guarda uno per uno, li esamina alla ricerca dell'anello pi
debole della catena. I suoi occhi si fermano su Trost.
Signor Trost, dice appoggiandosi all'assito ruvido delle
cuccette, vuole assumersi lei questa responsabilit?
Perch proprio io? Perch? Io ho fatto il mio dovere. Io
ho dato la notizia.
Lei dunque, signor Trost, non vuole che qui venga taciuto
o tenuto nascosto qualcosa?
Ma no! No di certo!
Ne prendo nota, risponde Laffrentz soddisfatto.
Il bersaglio successivo di Laffrentz  il barone von Hagen.
Alla diretta richiesta di prendere partito, il barone si rivela
un vecchio volpone. Risponde: Io qui non ho un'opinione
personale. Sono un internato.
Allora le domander, insiste Laffrentz, se intende
rendersi complice di un intrigo contro gli americani.
Niente affatto, risponde in fretta il barone.
Devo quindi constatare che lei sostiene la mia proposta.
Non ho detto nulla di simile, dichiara von Hagen.
Allora lei  per un ammutinamento contro gli americani.
Ma no.
E lei, Kurtz?
Che cosa significa: e lei?
Lei  pr o contro?
Io per principio sono sempre contro.
Laffrentz respira pesantemente. Poi dice: Le faccio notare
che le ho fatto una domanda molto concreta. Se lei non
d una chiara risposta, non deve poi meravigliarsi se ritengo
ambigua la sua posizione.
Kurtz si diverte pazzamente a mandare in bestia Laffrentz
girando continuamente intorno allo stesso punto. Quale
posizione?
Laffrentz diventa pesante: In somma, s o no?
S e no, risponde l'altro, secondo i casi.
Con questo individuo non c' niente da fare, deve ammettere
Laffrentz. Ti sfugge come un'anguilla. Quello non
sa che cosa sia un discorso serio, decisivo. E lei, Mangel?
Ma insomma basta, Laffrentz! Io ho fatto quello che
era necessario. Di pi non posso fare!
Dica piuttosto che non vuole!
Mangel, che di solito  un uomo squisitamente controllato,
si volta e fa un gesto inconfondibile.
Questo  chiaro, fa Laffrentz, maledettamente
chiaro.
E cos infatti era inteso, replica Mangel con durezza.
In quel momento si apre la porta della camerata. Un
uomo della polizia interna sta sulla soglia e annuncia: L'internato
Laffrentz deve presentarsi subito al comando.
Da chi? chiede Laffrentz incuriosito.
Da mister Harte.
Laffrentz si appoggia contro la spondina della sua cuccetta
con un sospiro di soddisfazione.  visibilmente raggiante.
La faccia sudata brilla come quella di un trionfatore.
Vengo! esclama pieno di orgoglio.
Mangel tenta di riprendersi.  una brutta storia, ma deve
cercare di fare buon viso a cattivo gioco. Forse  davvero
la cosa migliore. Lei far certo di tutto per salvaguardare
i nostri interessi, signor Laffrentz. Ne sono convinto.
E come se lo far! esclama Laffrentz. Si stacca dalla
cuccetta e si avvia verso la porta.
Non dimentichi la responsabilit che pesa su di lei!
gli grida dietro Mangel. Lei  responsabile, diciamo cos,
per tutta la comunit. E questo le crea degli obblighi, signor
Laffrentz. Degli obblighi!
E come! esclama l'altro e lascia la camerata 29.
Scende le scale, oltrepassa la porta. La pioggia lo coglie
in pieno, quasi volesse rinfrescargli un po' le idee. Ma
Laffrentz non ci bada. Non si accorge di nulla in quel momento.
La pioggia gli batte sulla testa, filtra attraverso i radi
capelli e gli scorre, lungo la scaletta dei pidocchi, fin gi
nella nuca. Ma Laffrentz non la sente. Per lui non esiste.
Nulla esiste all'infuori di lui. Laffrentz.
Pensa soltanto a quello che accadr ora. Sta per scoccare,
lo sente, il suo grande momento.
Il fatto che il tenente Colman abbia assunto il comando
della pattuglia di emergenza, lascia del tutto indifferente
il caporale Copland. Per lui Colman  un culo con le orecchie,
in uniforme di ufficiale. Non gli d nessun fastidio.
Pu fare tutto il diavolo che vuole.
Copland sputa ordini con incredibile rapidit. Fiuta odor
di sangue e ha la precisa convinzione che questa volta occorreranno
munizioni pesanti. Fa caricare le mitragliatrici
come se trasportasse i gioielli della corona.
Colman gli trotta appresso a testa bassa, con le spalle
penzoloni. I suoi occhi avvertono appena quello che gli si
agita intorno. Lascia che il caporale Copland urli e si dia
da fare; la pattuglia  verde di rabbia, ma gli uomini sono
rassegnati e trottano con le armi dalla caserma alla camionetta
come se fossero inpegnati in una gara di resistenza.
In cortile Copland li prende moralmente a pedate nel sedere
con il suo robusto vocabolario. Colman scuote leggermente
la testa. Anche questo  un sistema come un altro!
Una specie di preparazione intensiva al suicidio. Ma questo
Copland rigurgita di disprezzo per l'intera umanit. Una
volta tanto tiene di nuovo in pugno quello che si chiama
destino o provvidenza o Dio sa cos'altro.
La jeep si  appena messa in moto, seguita dalla camionetta
del trasporto, che subito Copland attacca una robusta
lite. Quando Colman, che siede con il caporale nella jeep,
tira fuori il suo schizzo, dopo quindici secondi si sente dire
sulla faccia che quella  una porcheria. La strategia da tavolino
 tutta una gran merda.
La cosa lascia Colman perfettamente indifferente. Non
 farina del mio sacco.
Se anche lo fosse, ribatte Copland insolente. La cosa
 elementare. Noi andiamo a metterci in posizione di tiro
con le mitragliatrici, lasciamo che il nostro uomo si faccia
sotto e poi gli riempiamo la pancia di occhielli.
Gli occhi di Colman si fanno sempre pi piccoli. Si caccia
le mani in tasca, come se volesse impedire che gli scivolino
gi.
Copland invece trova che la sua idea  straordinaria;
perfettamente degna di questa feccia di umanit. Tenente,
dice, mi dia venticinque colpi. Ci scommetto che almeno
la met trovano il bersaglio.
 sleale, dice Colman di cattivo umore.
Allora mi dia una pistola e due caricatori. Il nostro
uomo pu avere al massimo un vantaggio di trecento
metri... parola mia: gli caccio almeno mezza dozzina di
pallottole nella trippa.
Basta, ordina Colman. Viene fatto prigioniero, esattamente
come da istruzioni.  un ordine del capitano Keller.
Copland tace infuriato. Maledetto idiota, questo tenente,
pensa. Quello sta ancora agli ordini dei superiori. Ma se
sono tutti dei coglioni! Quello che ti ordinano di fare sono
pure fesserie! Gli ordini sono tutt'al pi dei punti di riferimento;
soltanto i cretini ci badano. La situazione  quella
che decide. E se uno  un po' sveglio, la situazione se la
pilota come vuole.
Li investe una pioggia violenta e monotona, che batte
contro le lamiere della jeep e fa un baccano d'inferno sugli
elmetti. Il cervello che vuol pensare non ascolta pi altro
che la pioggia. L'uniforme si inzuppa d'acqua, come una
spugna.
Copland si sente avvolgere da una benefica frescura. Si
sente proprio bene, e nota con crescente soddisfazione che
Colman sta a disagio sotto quella doccia. La cosa gli fa
piacere.
Colman ha indosso una delle sue uniformi pi belle. Negli
ultimi tempi il suo servizio  stato una serie di passeggiate
cosiddette di lavoro. E il capitano Keller, come pure
il maggiore Forsell, comandante della zona, hanno sempre
insistito sulla necessit di un abbigliamento inappuntabile
per gli ufficiali e stupidaggini del genere. Cos ha dovuto
abituarsi a andare intorno come un figurino. E adesso, all'improvviso
questa specie di grandi manovre sotto la pioggia.
Prima tre chilometri sollevando nuvoloni di polvere,
adesso sotto il diluvio universale.
Copland invece, che nella sua sporca uniforme da campagna
si trova perfettamente a suo agio, ne deduce che non
appena saranno arrivati a destinazione, l'ufficiale si affretter
a mettersi al coperto. Sotto un albero, o dentro un
portone oppure sotto il tendone della camionetta che li
segue con le armi pesanti. Ci vada pure. Tanto meglio! Cos
lui almeno avr via libera. Via libera per far fuori il suo
bersaglio.
Colman fa fermare a circa due chilometri dal punto verso
cui sono diretti. Segue gli ordini di Keller con precisione.
Il tenente Colman raduna ancora una volta gli uomini e
ripete le istruzioni: formare una piccola sacca... creare uno
sbarramento... tutti dentro, nessuno deve uscire... sparare
soltanto nel caso in cui l'altro attacchi con arma da fuoco...
importante mimetizzarsi bene... l'azione comincia subito, finisce
a un mio ordine... il caporale Copland si tenga nelle
mie immediate vicinanze.
Gli uomini si sparpagliano sul terreno nei punti stabiliti
e giocano agli indiani sul pendio sopra la citt.
Il tenente Colman si mette con Copland, due uomini e
una mitragliatrice in buona copertura su un poggio che
Keller ha indicato nello schizzo con due crocette.
Il terreno che hanno davanti  uno splendido posto d'osservazione,
sembra fatto apposta per un'operazione del genere.
Mica poi cos stupido, quel Keller, pensa Colman;
la posizione che ha scelto farebbe onore a qualsiasi stratega.
Guarda un po' questo Keller, pensa Copland, proprio la
gallina cieca che una volta per sbaglio trova anche lei il
suo chicco di grano. Ma in guerra  sempre cos: anche i
dilettanti pi incredibili si trovano un giorno su un terreno
che gli permette di passare per geniali strateghi quando
sono soltanto degli idioti integrali.
La pioggia aumenta di intensit. Viene gi a dirotto come
se non avesse piovuto mai. La casa isolata a circa trecentocinquanta
metri da loro, pi in basso - dev'essere una locanda
di campagna - sembra avvolta in una cortina d'acqua.
Ma la pioggia non disturba il campo visivo della mitragliatrice.
Al contrario; le masse di aria calda si sono dissolte,
e insieme la foschia e quel tremulo scintillio che confonde
ogni cosa. Ora il mondo ha ripreso i suoi colori, la
sua fisionomia, ha ritrovato i suoi punti di riferimento.
Speriamo che questo Colman se ne vada alla svelta, pensa
Copland, disteso comodamente nel fango dietro il supporto
della sua mitragliatrice. Possibile che non ne abbia ancora
abbastanza! Gronda gi acqua da tutte le parti Fra un po'
la sua uniforme sar ridotta a uno straccio, pensa Copland
con un sorriso di soddisfazione; l'ovatta che gli imbottisce
le spalle della giubba si spappoler. Tutta ovatta. Quello che
rimane sotto  uno spaventapasseri in divisa.
Ma Colman sta in mezzo ai cespugli, niente affatto disturbato
dalla pioggia; come chi sta a un concerto, comodamente
appoggiato a una colonna a godersi la musica. Ormai
non gliene importa pi di essere bagnato; lo lascia indifferente
come tutto il resto.
Buffo, come l'acqua gli corre dal collo gi per tutto il
corpo. Si sente come una montagna percorsa da tanti torrentelli.
Fin nelle scarpe. Dove si forma una specie di diga.
Quando muove le dita dei piedi, l'acqua esce gorgogliando
dai buchi delle stringhe. Buffo davvero. Escono fontanine
minuscole che subito si spengono non appena tiene i piedi
fermi.
Copland gli d un'occhiata di sbieco. Questo bambinello
idiota sta giocando per conto suo. Tanto meglio. Continui
pure. Lui intanto si concentra a studiare il terreno. Ben
puntato sui gomiti, sta abbracciato alla mitragliatrice e
sposta lentamente la canna dell'arma verso destra e verso
sinistra.
Il mirino inquadra ora l'alberghetto che sta sotto di loro:
la siepe di cinta, il frutteto, lo spigolo della costruzione, la
facciata con le finestre, la porta d'ingresso, la veranda - che
bersaglio! l s che farebbe un bel baccano a spararci dentro!
- poi l'altro spigolo, il giardinetto, un piccolo viale. E
ora avanti, gi per quel vialetto. Questo s che mi piace,
questa  la mia maniera di giocare, pensa Copland.
E poi a un tratto, continuando a inquadrare il paesaggio
nel mirino, vede un uomo alto che corre verso la casa tutto
chino, cercando di tenersi il pi possibile in copertura. Eccolo,
 lui! pensa Copland.  lui il tipo che cerchiamo. Lo
conosco, me lo ricordo, l'ho visto tante volte durante gli
appelli o ai controlli. Una figura che mi  rimasta impressa.
Questo sarebbe dunque il delinquente per il quale ce ne
stiamo qui a bagno nel fango.
Ecco, qui sto io, Copland, pensa con disprezzo, caporale
dell'esercito americano e dio per grazia mia. E proprio davanti
alla canna della mia mitragliatrice sta un uomo. 
ancora vivo, respira, vede, sente. Ma basta che io - se lo voglio
- ripieghi l'indice della destra di cinque millimetri, e lo
spezzo in due; lo sego a met.
Se voglio. E se non voglio? Vediamo un po' che cosa possiamo
mettere nel conto del buon Dio.
Cos Laffrentz si  immaginato di essere accolto, proprio
cos: come un re! Questo Harte  un gentiluomo, non c'
che dire,  first class questo ragazzo. Chi ci pensa pi che
 anche ebreo. Non vuol dire proprio niente,  un puro
caso. L'uomo di classe questo se lo scorda.
Non  stato un bel colpo? Sicuro che  stato un bel colpo!
Quello della polizia interna lo viene a prendere: prego,
s'accomodi, mister Harte le vuole parlare. E tutta la camerata
resta di stucco. Mangel tenta di strusciarglisi addosso, diventa
gentile, vischioso addirittura. Ma niente da fare con
lui. Lui mantiene le distanze con uno sguardo. Gli altri
hanno capito. E poi lui si  avviato, accogliendo l'invito
dell'ufficiale inquirente.
Una bella passeggiata per tutta la caserma che adesso 
diventata il campo 7.  importante mantenere un certo stile,
malgrado la pioggia che lo riduce uno straccio. Come se
fosse lui a fare un'ispezione.
Poi quell'anticamera; la ragazza... non priva di una certa
classe, anche se un po' troppo poco tornita... Quando lo
vede arrivare si mette subito in moto, scompare nel sancta
sanctorum. Porte imbottite come negli uffici di una direzione
generale.
E, finalmente, il momento tanto atteso! La porta si apre...
e chi compare sulla soglia? Harte! Mantiene ancora le distanze,
resta nei limiti della cortesia formale, dal momento
che nella stanza c' del personale di grado inferiore. Per
dice: Ah eccola qui, caro Laffrentz. Venga, venga avanti.
Laffrentz sa come regolarsi in queste situazioni. Questo 
il cerimoniale, per cos dire. Esattamente come quando andava
dal Ministerialrat Loeffler. Anche lui diceva sempre:
La prego di accomodarsi, Herr Oberregierungsrat. E poi
appena la porta si richiudeva alle sue spalle, respingendo
anche fisicamente gli impiegati nei loro confini, Loeffler gli
dava del tu e lo chiamava Gustav e lui lo chiamava Eduard:
anche se poi i nomi non erano quelli giusti.
E qui con Harte  suppergi lo stesso. Non appena la
porta imbottita si  chiusa, Harte gli batte sulla spalla e
dice: Be', chi l'avrebbe detto che ci saremmo rivisti cos
presto!
Laffrentz annuisce con slancio: Davvero! Nessuno lo
avrebbe pensato, eh?
Una poltrona viene sospinta verso di lui. Dio, questa s
che  una poltrona! Quando sar un angelo in cielo non
star pi comodo mollemente adagiato sulle nuvole. Elegante,
questo ufficio, non c' che dire, proprio elegante! Sembra
di essere dal vecchio Rockefeller o da Morgan...
Qualcosa da bere? Laffrentz fa un gesto di debole diniego.
Sigari, sigarette? Tutti e due? Volentieri, tanto
per avere una piccola scorta. E che altro? Forse un ice
cream?
Che cosa sarebbe... un ice cream?
Harte prende da un armadietto un barattolo, un semplice
barattolo da conserva. Tira fuori di tasca un temperino
speciale - brevettato, sedici usi - e gira intorno al barattolo
con l'apriscatole. Parola d'onore! Laffrentz lo pu giurare;
in sua presenza, esclusivamente per lui. Harte apre la scatola e gliela presenta.
Ecco qui.  gelato, spiega Harte e gli tiene davanti
al naso il barattolo. Assaggi.
E Laffrentz aspira l'aroma dolce, infine allunga l'indice
della destra, lo immerge nel barattolo e se lo mette in
bocca. Delizioso.
Squisito, dice. Ottima qualit.
Harte va a prendere un piatto e un cucchiaino, rovescia
il contenuto del barattolo. Prenda, dice. E... buon appetito!
Oh, quello non manca! dichiara Laffrentz e comincia
tutto contento a leccarsi il suo gelato.
Niente male davvero, questa crema. E tutte sostanze nutrienti.
Molto zucchero... ottimo per il cervello... Molta panna...
i grassi sono necessari. Mangia sempre pi in fretta.
Sicuro, si sente proprio come un re. Ufficio di lusso, tappeti,
poltrone. E in una di quelle poltrone lui, Laffrentz.
affondato fra i cuscini con quei suoi cenci sporchi indosso.
Ma un uomo di mondo non bada a queste cose. Non  vero
che l'abito fa il monaco. Il fatto  che bisogna essere qualcuno.
E Harte glielo fa capire chiaramente di considerarlo
qualcuno.
Dunque, mio caro Laffrentz, riprende Harte, adesso
mi racconti. Ma per benino, con ordine. Una cosa dopo l'altra.
Bene, Laffrentz lo fa volentieri. Ripulisce con cura il
piatto ma non lo mette in disparte, lo posa sulle ginocchia.
, una sua tattica raffinata. Se lo mette lontano, Harte potrebbe
dimenticarsene e non vedere la possibilit di riempirlo
di nuovo.
Ma ora Laffrentz comincia a parlare. Srotola tutta la sua
storia come un carillon.
Prima cosa: il sincero desiderio di dare personalmente
notizia di quanto  accaduto.
Poi: un breve prologo con riepilogo del discorso fatto
quel mattino stesso.
In seguito: ricostruzione accurata dello svolgimento dei
fatti, con tutti i particolari.
Ora per: le reazioni degli ambienti pi o meno vicini.
Vale a dire: nella camerata, nel prato antistante, presso il
comando interno del campo.
Quindi: le conclusioni inevitabili che si ricavano dai fatti
medesimi.
Risultato: necessit di arginare certe tendenze. Possibilit
di mettere a tacere gli avvenimenti soltanto in uno spirito
nuovo con persone nuove, ecc. ecc.
Sylvia Meiners entra nella stanza. Il comandante tedesco
aspetta fuori, annuncia.
Lo faccia passare, dice Harte, esattamente fra cinque
minuti.
C' qualcos'altro di nuovo? vuol sapere Sylvia.
E se anche ci fosse, crede che glielo metterei sotto il suo
bel nasino?
Laffrentz sorride con aria confidenziale; ma n Sylvia n
Harte se ne accorgono. Sylvia sorride a Harte, poi se ne va.
Harte la segue con gli occhi, immerso nei suoi pensieri.
Graziosa bambolina, si permette di commentare Laffrentz.
Ah, fa Harte freddamente, lei trova?
Per quello che me ne intendo, mormora Laffrentz che
si  accorto di aver fatto un passo falso.
Senta un po', dice Harte riprendendo il discorso, non
c' davvero possibilit d'errore: il capitano Keller stava proprio
parlando con la sentinella mentre Hauser scavalcava
il muro?
Esattamente! Esattamente. Strano, per, a pensarci bene.
Come mai non lo ha visto?  miope?
Non parli tanto, Laffrentz, dice Harte in fretta. Mangi
piuttosto un altro gelato.
Con piacere! Con grande piacere! dice Laffrentz.
Keller controlla l'attivit della pattuglia di emergenza.
Porta la sua macchina silenziosamente oltre l'angolo della
strada, la stessa strada che ha percorso ieri sera, la strada
che porta a Brigitte.
La pioggia si rovescia sul parabrezza e scroscia sulla carrozzeria
con un fragore che copre il ronzio del motore.
Keller va lentamente, la macchina avanza quasi esitando.
Come se non avesse fretta di raggiungere la meta.
Tutto quello che vede davanti a s  confuso, sembra dissolversi
nella pioggia impetuosa. Ad ogni movimento del
tergicristallo le immagini si fanno nitide per un attimo e
poi si sfanno, si spengono di nuovo.
Sul sedile vuoto vicino a lui c' una cartella con i documenti
che riguardano il Cavallino Bianco. Guarda diritto
nella pioggia che sta inzuppando il mondo e leviga i contorni,
ma  come se guardasse la cartella che ha accanto.
Dentro, sopra gli altri fogli, ce n' uno che diventer un
documento operante dal momento in cui vi apporr la
propria firma.
E forse lo firmer l'istante in cui avr in mano il braccialetto.
Dare e avere. Ma pu anche darsi che si renda inevitabile
una soluzione diversa. Ad ogni modo  convinto che
avr il braccialetto. Il suo progetto  buono; potr essere
brutale, ma  ben studiato.
Il motore ronfa tranquillo. Keller lo sente dalle vibrazioni
del volante; non pu udirlo, coperto com' dal fragore
della pioggia.
Riduce ancora la velocit. Ora la macchina striscia lentamente.
Le ruote si trascinano nelle pozze fangose.
Forse dovrebbe fermarsi, ora. Voltare la macchina e tornare
indietro, dov'era ventiquattro ore prima. Come se non
fosse successo nulla. Nulla. Molte cose si potrebbero riportare
al punto di prima, come se non fossero accadute. Prendere
Hauser, richiamare la pattuglia con un semplice ordine...
e tutto  finito, concluso, dimenticato. Come se non
fosse mai successo. Per fortuna Harte  fuori giro. Cos
non dovrebbe essere difficile dare un bel colpo di spugna.
Tutto sarebbe chiaro allora, e lui potrebbe continuare
a comportarsi in conformit delle direttive militari.
Ma se raggiunge il poggio, potrebbe poi guardare gi
nella valle. Vedere la casa dove abita Brigitte, dove hanno
passato quell'ultima notte. E l decidere la situazione che
lui stesso ha creato. In un modo o nell'altro. Ormai gli 
quasi indifferente come andr a finire. Lui non pu perdere;
semmai pu soltanto guadagnare.
Dal folto di un cespuglio a circa centocinquanta metri
sorge d'improvviso una figura che si avvicina facendo dei
cenni. Frena. La macchina si arresta. La figura, che gli appariva
confusa dietro la cortina di pioggia, si precisa.
Colman fa un gesto vago di saluto, come per asciugarsi la
fronte bagnata. Poi si china, infila la testa nel finestrino e
dai suoi capelli l'acqua sgocciola sul sedile. Tutto in ordine,
comunica. Per ora nulla di nuovo. Abbiamo istallato
il contatto radio con il campo.
Non avevo dato questo ordine, dice Keller.
Colman si appoggia di peso alla portiera. La sua uniforme
 inzuppata come una spugna. Meno male che 
arrivato, capitano, esclama il tenente, cortese. Mister
Harte le vuol parlare con urgenza!
Dov' Harte? chiede Keller istintivamente.
Ma al campo, risponde Colman. Perch? Dove dovrebbe
essere?
Keller appare sgradevolmente sorpreso. Ma che cosa fa
al campo? Harte non era invitato dal maggiore Forsell?
Colman  d'opinione che qui qualcuno gioca a far fessi
gli altri. E ne  terribilmente scocciato. Questo Keller, maledetto
bellimbusto, viene qui a controllare il lavoro degli
altri. E va bene,  un suo diritto. Ma perch poi si comporta
in quel modo e gli fa domande cretine? Lo ha preso forse per
un imbecille?
Colman ad ogni modo ne ha abbastanza. Ed ecco che
Keller dice ancora: Non capisco!
Questo passa il segno. Lui  l sotto il diluvio, bagnato
fino al midollo, con le scarpe che sembrano due vasche da
bagno, e poi arriva Sua Altezza mister Keller nella sua
lussuosa automobile, asciutto e pulito e guarda il mondo
da dietro il finestrino. E gli fa fare la figura dell'idiota.
E se capita, dentro di s, ride del suo tenente che con indosso
la sua migliore uniforme cammina in un lago e ha perso
tutto il suo stile.
Colman si irrigidisce. Ritira il busto lunghissimo dalla
macchina e si stira un po'. Torna a fare un cenno di saluto,
appena pi militare di prima e comunica, con la voce
impersonale dell'ufficiale di servizio: Pattuglia di emergenza
disposta secondo gli ordini, capitano. Hauser  nella
sacca. E mister Harte fa sapere che telefona al colonnello
Cord e che lei pu immaginare perch.
Ma  impossibile, Colman!
Colman, che ha gli occhi pieni d'acqua per la pioggia che
gli sgocciola dai capelli, ritiene ogni risposta lesiva della sua
dignit. Altri ordini, capitano? domanda seccamente.
Lo grida addirittura, per coprire il rumore della pioggia.
Ma che cosa vuole questo Keller? Quanto tempo pensa
di tenerlo l a mollo? Lui deve tornare da Copland, perch
quel tizio  capace di tutto. Stava gi per far partire una
sventagliata dalla mitragliatrice e soltanto la macchina
di Keller lo ha fermato. Con un colpo secco e ben piazzato
 riuscito a metterlo fuori combattimento. Ma fino a quando?
Il ragazzo ha una pelle maledettamente dura; peggio di dodici
elefanti messi insieme.
Allora, capitano? Altri ordini?
Se non parla nemmeno ora, decide Colman, mi giro e
me ne vado. Se vuole, pu venire su a trovarmi sulla collina.
D'improvviso il motore, che fino allora bofonchiava tranquillo
in folle, si mette a urlare; Colman sente innestare la
marcia, la macchina scivola improvvisamente... all'indietro.
Il volante gira precipitosamente, la parte posteriore dell'auto
descrive un semicerchio, si blocca e infine la macchina
inverte la marcia e parte a precipizio, nella direzione da
cui  venuta. Avverta Harte per radio che arrivo subito!
grida il capitano prima di scomparire.  partito come un
razzo, la pioggia batte sulla carrozzeria come raffiche di pallottole
sulle lamiere di un carro armato.
Keller sta leggermente chino in avanti, le mani contratte
sul volante. Il tergicristallo sbatte nervosamente avanti
e indietro, avanti e indietro.
Le immagini si inseguono davanti agli occhi di Keller,
si dissolvono, si schiariscono, tornano a spegnersi...
Ted Harte lavora come un motore a pieno regime.
Adesso sa tutto quello che sapeva Laffrentz. E Reiter,
con molta cautela, glielo ha confermato. Me ne guarder
bene dal trarre delle conclusioni, dice Reiter. Che il capitano
Keller parlasse con la sentinella proprio nel momento
in cui Hauser scavalcava il muro,  la verit. Ma non ne deduco
assolutamente nulla.
Questo lo lasci fare a me, replica Harte. La capisco,
signor Reiter, e la ringrazio.
Ma Reiter non accenna ad andarsene. Gli internati,
dice, sono molto inquieti. Non si potrebbe calmarli
un po'?
Harte gli fa un cenno amichevole. Ci penser.
Ora gli preme soprattutto bloccare Keller. Il capitano
ha lasciato il campo, molto probabilmente  andato dalla
pattuglia di emergenza che ha mandato fuori. Dio solo sa
che cosa sta accadendo laggi.
Come faccio a far tornare Keller? domanda rivolto
a Sylvia.
La pattuglia di emergenza  equipaggiata con una
trasmittente a onde corte.
Sono gi in contatto radio?
Credo di s.
Faccia comunicare, dice Harte con occhi scintillanti,
che sono deciso a informare il colonnello Cord.
Sylvia ride brevemente, Lo colpisce a fondo, dice.
Questa non gliela perdoner mai.
Speriamo, risponde Harte.
Guarda l'orologio. Sono passate da poco le tre. Comincia
a essere impaziente; continua a percorrere la stanza avanti
e indietro. E intanto nella sua mente nasce un piano; lo
studia, lo elabora, lo completa. Butta gi alcuni nomi su
un foglietto di carta.
Poi torna a guardare l'orologio. Il tempo passa veloce.
Troppo veloce.
Sylvia torna e annuncia che la comunicazione via radio
 stata stabilita.
Bene, esclama Harte. E Keller?
Non lo si  ancora trovato.
Harte riprende a camminare su e gi. Controlla il foglietto,
si ferma, lo mette sulla scrivania, scrive altri due
nomi, ne cancella uno, ne collega altri tre con una freccia.
Sylvia annuncia che Keller sta probabilmente dirigendosi
verso il campo. Colman lo ha trasmesso in quel momento.
Hauser  in trappola, ma non  ancora stato preso. Secondo
gli ordini di Keller la cattura avverr soltanto quando
Hauser uscir dalla casa oppure trenta minuti dopo esservi
entrato.
Chiss che ha in mente, quel disgraziato! esclama Harte.
Un quarto d'ora dopo il capitano Keller  nella stanza.
Pallido come un morto. Le mani gli tremano.
Ci lasci soli, Sylvia, ordina Harte deciso.
Hai gi parlato con il colonnello Cord?
Non ancora.
Keller tira un sospiro di sollievo. Stringe i pugni. Che
cosa vuoi fare, si pu sapere?
 quello che domando a te.
Ne ho abbastanza, esclama Keller con fredda ira. Non
sopporto pi i tuoi abusi, le tue decisioni arbitrarie. Devi
lasciare immediatamente il campo.  un ordine. Da questo
momento sei esonerato da ogni servizio e resterai nel tuo
alloggio. Poi si vedr.
Sei impazzito, Keller?
Keller si irrigidisce. In questo momento ti ho dato un
ordine, dice con voce tagliente.
Te lo puoi mettere in culo.
Keller stringe i denti. Se non esci immediatamente,
dice con un sibilo, ti faccio arrestare.
Sei un porco, Keller.
Ripetilo e ti faccio sputare i denti. Keller aspira
profondamente e si avvicina minaccioso, con i pugni alzati.
Sei un gran porco. So benissimo che hai aiutato Hauser
a fuggire.
Keller allunga il destro e colpisce nel vuoto. Harte si
 chinato e ora passa all'attacco. Con il ginocchio lo colpisce
allo stomaco. Keller si piega e apre la bocca in cerca
d'aria, e in quel momento Harte lascia partire due pugni precisi
che colgono Keller al mento, il capitano barcolla un po',
sta per rialzarsi e Harte con la mano aperta lo colpisce alla
carotide. Keller cade di lato, contro la sua scrivania, trascina
con s nella caduta un fascio di carte e rimane sul pavimento
col sangue che gli cola dalla bocca.
Harte ha il respiro pesante. Ansima e i suoi occhi sono
stanchi. Alza le mani sporche di sangue e le lascia ricadere.
Sulla soglia c' Sylvia, con gli occhi sbarrati.
Lo lasci l, dice Harte con voce spenta. Pi tardi
riprende conoscenza, meglio  per tutti noi.
Mio Dio, esclama Sylvia, come hai potuto farlo!
Ho dovuto farlo! Harte si dirige lentamente verso
il telefono, alza il ricevitore e chiede la comunicazione
con la villa del generale comandante di zona. Il colonnello
Cord, per favore. Urgente. Molto urgente.
Sylvia va verso di lui e gli guarda le mani, tenta di asciugarne
il sangue con il suo fazzoletto. A un certo punto
Harte sussulta per il dolore.
Qui parla Ted Harte, dice. C' il colonnello Cord?
 lei, colonnello? Colonnello, in questo momento ho messo
k.o. il capitano Keller. S, s, ha capito perfettamente, k.o.
Venga.qui e le racconto perch... No, colonnello, non sono
impazzito. Venga a convincersene di persona... Va bene,
l'aspetto, sir.
E lentamente, molto lentamente Ted Harte riappende.
E adesso? domanda Sylvia.
Adesso continuiamo.
E Keller?
Harte la guarda fisso negli occhi. Vuoi fare qualcosa
per me, Sylvia?
Tutto quello che vuoi.
Anche mentire?
Anche mentire... se tu lo vuoi.
Bene, dice Harte. Fra qualche minuto Keller riprender
conoscenza. Perch io abbia modo di sistemare
le cose, bisogna che questo disgraziato resti fuori dal gioco.
Il sistema  relativamente facile.
Il colonnello, interrompe Sylvia.
Harte le sorride. Sei una ragazza intelligente.
Il colonnello, riprende Sylvia con slancio, pu essere
stato informato che il capitano Keller ha favorito la fuga
di un internato. Di conseguenza pu aver dato ordine che
Keller rimanga a disposizione, privato di ogni autorit.
Esattamente, Sylvia.
E se lo dico io al capitano Keller... ci crede. A te non
crederebbe, ma a me s.
Perfetto.
Credi che basti il tempo che ci rimane? Il colonnello
sar qui al massimo fra un'ora.
In sessanta minuti possono accadere molte cose! esclama
Harte, e ora  di nuovo pieno di energia.
Harte  in piena azione.
Nel frattempo la pattuglia di emergenza agli ordini di
Colman ha ricevuto nuove direttive.
Il capitano Keller si riprende a fatica e non  assolutamente
in grado di afferrare gli ordini che, a quanto gli riferiscono,
sono stati telefonicamente impartiti dal colonnello
Cord. Ha telefonato alla villa del generale comandante
di zona e ha appreso che il colonnello  gi partito, sta dirigendosi
al campo.  stato un colpo molto duro.
Ma intanto Harte  al lavoro, senza perdere un minuto.
Una donna ha telefonato; mentre cercava il suo cane ha
visto Hauser. Questo  molto importante; cos Harte ha non
solo un testimone importante, ma anche la conferma - la
localizzazione del punto lo dice - che i calcoli di Keller
erano esatti. Ora gli stanno portando la donna; le far un
interrogatorio a puntino.
Nel frattempo va a trovare Gernsbach nel suo ufficio.
Gernsbach non si accorge neppure del visitatore. Sta
facendo uno schizzo. Il suo volto  vuoto, privo di espressione.
Come se lo spirito gli si fosse concentrato tutto nelle dita.
Sul blocco nasce un ritratto, il ritratto di un soldato americano.
Sta appoggiato a un palo, le membra abbandonate,
in quella calma vigile che regna fra due attacchi. Il viso 
fatto di due occhi infantili, di una bocca contratta, e sopra
un elmetto che pare la corazza di una tartaruga.
La figura, in primo piano, sembra avvolta nel filo spinato;
nello sfondo, sopra di lui, le montagne. Alte, incombenti.
Un intrico di rocce, una sull'altra. Creature preistoriche
sopravvissute.
Harte lo guarda a lungo. Poi, per rompere il silenzio
dice: Cos lei sta disegnando.
Come vede.
Ha preparato i documenti per la signora Hauser?
S, risponde Gernsbach semplicemente.
Harte s'arrabbia. S! grida. Solo s! Nient'altro?
Gernsbach continua a lavorare senza aprir bocca.
Lo sa, Gernsbach, che Hauser ha preferito considerare
finito il suo internamento?
Gernsbach non lo sa. Si  accorto di una certa confusione,
ha visto partire la pattuglia di emergenza, ha capito che
Harte si sta dando disperatamente da fare... ma perch non
lo sa. Lui non appartiene al campo 7;  un caso che il suo
ufficio sia nello stesso fabbricato.
Si gira verso Harte e dice: La cosa non mi riguarda.
Mi stia a sentire, Gernsbach. Qui si sta cucinando una
grossa porcheria. E c' dentro anche lei, Gernsbach. Consideri
bene tutti gli avvenimenti delle ultime ventiquattro
ore. E arriver a concludere che le cose hanno potuto prendere
questo sviluppo fatale soltanto grazie alla sua collaborazione.
Ma insomma, che cosa vuole da me? Io mi sono pur
rifiutato! Lascia cadere il blocco sulle ginocchia e fissa
Harte con gli occhi pieni di amarezza.
Eh, no! grida Harte. Non si lavi anche lei le mani
proclamando la sua innocenza. L'Europa... tutta l'Europa
 diventata una gran lavanderia! Lei si  rifiutato, d'accordo.
Ma poi  venuto il momento in cui ha smesso di rifiutare.
Ho protestato!
Sicuro, dice Harte divertito. E allora il soldato
disse: Protesta contro l'incendio di questa casa, io ci ho
soltanto versato sopra qualche bidone di benzina! Basta
con le scuse a buon mercato, Gernsbach. Se lei si fosse
energicamente rifiutato di fornire a Keller i documenti richiesti,
tutta la faccenda avrebbe preso una piega diversa.
Ha il coraggio di negarlo?
Gernsbach  colpito. Distoglie gli occhi da quelli penetranti
di Harte e guarda pensoso fuori dalla finestra, nelle
nuvole nere. Lo ammetto,  colpa mia, dice poi, assente.
E la conseguenza qual , secondo lei?
Sono a sua disposizione, mister Harte.
Oh, Germania, Germania! grida Harte con occhi che
fanno scintille. "Eccomi qui, non posso fare altrimenti!
Disponga di me!" Andiamo, Gernsbach! Piantiamola di
chiudere gli occhi e di metterci sull'attenti. Cerchiamo piuttosto
di aprirli, gli occhi, di sputarci sulle mani e di metterci
al lavoro.
Gernsbach prende il suo blocco da disegno e lascia scorrere
i fogli sul pollice. Dove passa il dito, sul bianco della
carta resta una macchia di sudore; ma non  l'afa opprimente
che lo fa traspirare.
Mi mostri lei una strada, dice.
Harte gli si pianta davanti. Io le dar invece un ordine,
dice con un sogghigno. Molto semplice: io do degli ordini.
In Germania, evidentemente,  ancora il modo migliore,
l'unico per far camminare le cose. Da parecchi secoli
e per parecchi secoli ancora.
Ma lei non mi pu imporre niente! dice subito Gernsbach.
Il sogghigno sul volto di Harte diventa un sorriso affettuoso.
Tanto meglio, dice. Ma io le dar egualmente un
ordine. Soltanto... le lascer carta bianca, se eseguirlo o no.
Avanti allora! dice Gernsbach.
Annulli tutti gli atti che sono stati stilati a proposito
del "Cavallino Bianco". Tutti. Ma faccia sparire tutto, mi
raccomando. Copie, annotazioni, registrazioni, atti pubblici.
Cancelli questa disgraziata faccenda dalla faccia della
terra, come se non fosse mai esistita.
Lo far, dichiara Gernsbach con decisione. E tira
un sospiro di sollievo.
Poi guarda di nuovo verso la finestra, alle montagne che
si levano indifferenti dietro il velo di pioggia e dice: Lei
mi d nuovo coraggio, Harte.
Ah, storie! Cerco di far coraggio a me stesso!
Poi batte sulla spalla di Gernsbach, esce in fretta dalla
stanza e corre su per le scale, nel suo ufficio.
Reiter, il comandante tedesco del campo, lo sta aspettando.
Ora vorrei che chiarissimo tutta la faccenda, dice
Harte deciso.  pronto?
Che cosa vuole da me, mister Harte?
Un'informazione, risponde Harte semplicemente. Cercher
poi di mostrarle la mia gratitudine.
Reiter guarda Harte come si guarda un camerata, un
amico. Lei comprender quanto io la stimo.
Harte fa un gesto secco di diniego; non vuole intenerirsi.
Lasciamo stare, dice. Non sono qui per sentire complimenti.
Fatti voglio sentire.
Bene, fa Reiter. Credo di capire quello che lei vuol
sapere. Posso prima chiarire una cosa? Grazie. Quali saranno
le conseguenze di questa evasione? Irrigidimento dei
controlli? Taglio nelle razioni? Inasprimento delle misure-
attuali? Meno luce, meno acqua? Che cosa accadr?
Questo non lo so, risponde onestamente Harte. Da
parte mia posso prometterle una cosa sola: far tutto quello
che posso per impedire che le condizioni vengano inasprite.
Reiter accenna un rapido inchino. Grazie, dice. Mi
basta. E ora chieda quello che vuole... le risponder.
Harte tiene gli occhi fissi sul pavimento. Ora non voglio
appellarmi al suo onore e alla sua coscienza... anche
se dopotutto non sarebbe fuori luogo. Lei era un soldato...
non credo fosse un macellaio. Lei conosce la mia teoria:
gli internati sono per la maggior parte innocenti oppure
degli sciocchi. Lei per sa bene quanto me che fra loro ci
sono anche dei delinquenti. Criminali di guerra, assassini
di retrovia e tipi analoghi. Ora siete tutti insieme dietro
il filo spinato, diventato per cos dire un simbolo che
accomuna tutti. Ma non per questo siete dei camerati! Lei
capisce, vero, Reiter, dove voglio andare a parare? Voglio
che lei si liberi di questi pochi criminali. Voglio che si
distacchi dagli altri. Lei me li deve denunciare.
Reiter tace.
Per me si tratta del caso Hauser, spiega Harte. Soltanto
di questo. Ma lasci ora in disparte la sua coscienza.
So che lei mi crede. E deve credermi anche quando le dico
che qui non ci sar pace per nessuno finch il caso Hauser
non sar risolto. In tutta sincerit, anche la mia sorte dipende
dalla sua soluzione. A questo punto ogni decisione 
praticamente in mano sua. Pu dirmi qualcosa?
Reiter annuisce. E va bene, dice. Conosce quella che
pass sotto il nome di "operazione Bremse"?
No, che cos'era? Harte prende un blocco di appunti
e attende la risposta.
Reiter spiega senza fare commenti: L'operazione Bremse
ebbe luogo nelle retrovie della zona di operazioni sul
fronte orientale; era una serie di epurazioni speciali da condurre
tra i civili. Si informi dei risultati ottenuti nel settore
Bolchov-Orl-Briansk. E poi cerchi di sapere chi comand
l'operazione.
Harte butta gi in fretta pochi appunti sul suo taccuino.
La sua calligrafia di solito minuta  larga e scomposta.
La ringrazio, Reiter, dice e fa un cenno che  quasi
un inchino.
Poi si avvicina alla finestra, l'apre e respira l'aria pura
che vien dentro a folate. La pioggia batte con violenza contro
i vetri aperti e lo spruzza di goccioline minute. Non
se ne accorge neppure.
Fissa le grosse nuvole scure che respingono i riflessi di
un giallo zolfo. Un lampo squarcia il carosello delle nubi
come una pennellata candida, luminosa.
E poi i tuoni si mettono a esplodere nelle nuvole come se
volessero far saltare il cielo.
Il vento gli preme nella schiena, Hauser avanza a strappi,
barcollando, verso la casa dove abita Brigitte.
 la casa dove trover il braccialetto.
Il vento che si  levato all'improvviso lo sospinge. Strappa
le cortine fitte di pioggia e le disperde come veli di
polvere. E dalle nubi continuano a scendere i bagliori accecanti,
le fanno crepitare come vecchia pergamena. Tutto il
cielo trema.
Hauser impone alle gambe di non cedere alla stanchezza.
Deve arrivare fino alla casa, a qualunque costo! Traversare
quei campi frustati dal vento, raggiungere quella costruzione
flagellata dalla pioggia. L c' il braccialetto. Deve esserci
il braccialetto. E lui deve assolutamente entrarne in possesso.
Meccanicamente evita la strada principale. Il puro istinto
lo guida, perch la mente  annebbiata. Sceglie la strada
pi breve che taglia per un prato, passa oltre steccati, corre
lungo fitti cespugli.
I piedi si muovono uno dopo l'altro, automaticamente.
Portano il peso del corpo che vacilla e quando trovano un
ostacolo, un'asperit sembrano restarvi impigliati, trascinarlo
gi, verso terra.
Ma stringe i denti e va avanti. Tiene i pugni serrati e si
impone: corri! avanti, corri pi forte!
Eccola la casa. Se la trova davanti all'improvviso, come
un sipario improvvisamente levato. Grande, chiarissima,
afferrabile. Tutta lavata dalla pioggia. E, dietro, il cielo
tutto fiamme e bagliori.
Hauser si butta barcollando verso la porta, la spalanca.
Gli pare di guardare in una grotta. Irriconoscibile.
Fa due, tre passi a tentoni e poi si chiude la porta alle
spalle con un tonfo secco.
Si trascina avanti. Una figura gli taglia la strada. Aspira
profondamente, e con tutta l'energia di cui ancora dispone
la spinge da parte.
Poi va verso la scala. Su, verso la camera di lei. Cerca a
occhi chiusi il corrimano, le mani vi si atterrano, si contraggono
sul legno. E intanto sale, si spinge avanti.
Ha il respiro pesante, affannoso. Il petto possente sembra
scoppiargli sotto la camicia bagnata. I capelli gli piovono
sul viso in rivoli d'acqua, gli si appiccicano a ciocche sulla
fronte. Ha la bocca aperta.
Percorre a passi strascicati il corridoio, fino alla porta
dietro la quale deve trovarsi Brigitte. Dietro la quale deve
esserci il braccialetto.
Si lascia cadere con tutto il peso contro la porta, e la
porta cede, si spalanca. Davanti ha la stanza illuminata.
Ecco Brigitte! La donna scatta in piedi e lo fissa ad occhi
sbarrati. Incredulit, spavento sono sul suo viso. Resta l
in mezzo alla stanza come di pietra.
Lui allora avanza lentamente verso di lei.
Ha l'impressione che la donna retroceda. Non si muove,
non fa un passo, eppure lui la vede retrocedere. Il busto
si tira indietro; impercettibilmente, con incredibile lentezza.
Poi la donna dice: Che cosa vuoi qui?
Che cosa succede? A che gioco stai giocando?
E lei ripete: Come sei arrivato fin qui?
Non mi aspettavi?
Ma come mai sei qui! dice ancora lei e lo fissa come
se vedesse un fantasma.
Hauser non la lascia un momento con gli occhi. Spinge
indietro una mano e tocca la porta. La chiude. Il suo grosso
corpo barcolla, le spalle urtano contro il legno.
Dov' il braccialetto?
Lo dice a voce appena udibile, come se gli mancasse il
respiro. Ma il tono  minaccioso.
La rigidit di Brigitte si scioglie di colpo. Si dirige verso
di lui. Gli prende un braccio, ma egli le sfugge. Il sorriso
che le si  raggelato sulle labbra resta per fisso. Brigitte
dice: Sei tutto bagnato. Hai bisogno di abiti asciutti.
Devi mangiare qualcosa.
Dov' il braccialetto?
La voce  sorda, soffocata. Ora sente con straordinaria
chiarezza il dolore che gli sale dalle gambe e arriva al
cuore, su fino al cervello.
Brigitte sorride con il viso contratto, ma sorride. Dove
vuoi che sia il braccialetto? dice per guadagnare tempo.
Naturalmente dove lo hai nascosto.
E con mano leggera sfiora gli abiti di lui, fradici e imbrattati
di fango. Scuote la testa. Il sorriso gelido si accentua.
Davanti agli occhi di Hauser si leva come una fiammata.
Per lo spazio di pochi secondi la stanza ne  illuminata come
da un riflettore. Il telaio della finestra appare stretto,
incredibilmente sottile.
Fuori il braccialetto! dice Hauser. Fuori immediatamente
il braccialetto.
E non ricevendo risposta si dirige verso la donna.
Lei retrocede e lui la stringe dappresso.
Brigitte  ormai con le spalle al muro. Resta l immobile,
gli occhi sbarrati.
Il braccialetto!
Lo dice a voce molto bassa. E non riceve risposta. Soltanto
gli occhi della donna davanti a lui sono immensi.
E ora lei dice: Non ho il braccialetto.
Allora Hauser leva la mano, molto in alto, e la lascia
ricadere con forza sul volto bianco.
Ancora una volta.
E ancora. Ancora.
E poi vede quel volto coprirsi di un improvviso rossore,
lo vede contrarsi, scivolare gi seguendo il corpo che si
accascia.
Allora l'uomo si getta in ginocchio. Le sue mani afferrano
alle spalle la figura caduta, la sollevano. La testa della
donna gli  vicinissima. Scuote con forza quel corpo inerte,
accosta al suo quel volto contratto.
Il braccialetto! grida.
E la donna davanti a lui - un mucchietto di membra
brutalmente colpite - si trascina faticosamente verso un
tavolo, cerca a tentoni una borsetta.
Hauser gliela strappa di mano. Con dita tremanti l'apre,
vi fruga dentro.
Eccolo, il braccialetto!
E allora si precipita fuori, per portare il braccialetto al
sicuro.
In quel momento  la sola cosa a cui riesce a pensare.
Il braccialetto deve sparire. Sparire! Diventare introvabile.
Rappresenta la sicurezza. La sua sola salvezza.
Davvero strano il mondo degli uomini, pensa Sylvia.
Keller gioca ora al Titano abbattuto. Prima era pronto
a rompere le ossa a Harte senza misericordia, a far crollare
i muri. Ma  bastato un ordine - un presunto ordine - del
colonnello e la tigre inferocita sta accucciata in un angolo,
covando un'ira paurosa, ma assolutamente innocua.
E intanto Colman gioca alla guerra. Bene, ha detto,
vado a occupare la posizione. E ancora: Seguo esattamente
il piano di operazioni. E pi tardi, accomiatandosi:
Porto con me la trasmittente. Mantengo il contatto radio.
E se n' andato, serio, misurato, deciso. Dimostrando
che di lui ci si pu fidare.
E laggi Copland, il caporale, che sembra abbia un motore
in corpo. Impossibile tenerlo. Una lingua che  come
il fuoco di una mitragliatrice. Di solito sempre annoiato
a morte, pieno di'feroce ironia. Ma oggi tutto movimento:
come se fosse montato sulle molle.
E poi Gernsbach! Intagliato nella pietra. Dolente ma
incrollabile. Nobile rassegnazione avvolta nel manto del
dovere. Una faccia che sembra dire; ed ora succeda quello
che deve succedere!
Ma la vera, la grande scoperta  Ted Harte. Una vitalit
incredibile. Energico, attivo come non lo  mai stato. 
dappertutto: in soffitta dove  l'emittente; nei sotterranei
a dare istruzioni al centralino; in cortile a far partire nuove
macchine per la caccia.
E sempre di fretta, con un sorrisetto breve e contratto
sulle labbra.
Ma quando compare nella sua stanza, e d istruzioni,
riceve rapporti, fa venire gente, impartisce ordini, interroga,
telefona, urla comandi dalla finestra, firma documenti,
fischiettando maledettamente stonato... vi sono attimi in
cui le sorride, un sorriso timido, quasi tenero, come se tirasse
un respiro profondo, soddisfatto.
Ma sono secondi. E subito  di nuovo al lavoro, a caccia
di nuove idee, di nuove soluzioni.
Ha fatto venire la donna che ha telefonato al campo. Ha
mandato fuori una jeep a cercarla. La poveretta non riusciva
quasi a parlare dall'emozione. Ha detto tutto quello
che Harte voleva sentire. E poi ha anche firmato tutto
quello che le hanno messo davanti. Aveva cominciato con
grandi lamenti, perch il suo Fifi non era stato trovato; ed
 scivolata in una fossa che non aveva scavato. Lei pensava
di fare il suo dovere...
E Harte come l'aveva aggredita! Da far paura! Tutta la
sua cordialit se n'era andata. La poveretta se ne stava rannicchiata
sulla sedia mentre le domande le scrosciavano
addosso.
E allora la donna si era messa a raccontare. Lei stava
solo cercando il suo cane. Fin da mezzogiorno. E in giro
sempre facce sospette. Cosa? vuol sapere Harte. A
mezzogiorno? E le strappa una descrizione abbastanza
precisa.
Poi resta un attimo a riflettere. Sta l con gli occhi semichiusi
e medita. Infine ordina: Una foto di Slembeck.
Sylvia gli porge la cartella e lui mette una fotografia di
Slembeck sotto il naso della donna. S, dice quella, 
proprio lui!
Scrivere, Sylvia. Mettere tutto a verbale, subito battuto
a macchina! E detta. Rapidissimo, quasi impossibile
tenergli dietro. Sylvia deve fare uno sforzo per concentrarsi
sul testo. Eppure nota una cosa: il testo della deposizione
non corrisponde esattamente alle parole della donna.
Non che dica cose diverse. I fatti sono gli stessi, ma in
certo modo il testo  differente.
La donna ha firmato. Come se bruciasse dalla voglia di
farlo. Ma solo per liberarsi di lui. Aspetti da basso, dice
Harte. E la donna si butta a precipizio per le scale.
E ora Ted Harte  di nuovo l, nell'ufficio di lei, e
guarda dalla finestra. Fissa la pioggia che scorre lungo i
vetri. Tiene il verbale stretto in mano, distrattamente. In
quel momento  come se lei non esistesse neppure. Che
strano uomo!
Ma tu conosci Keller? le domanda all'improvviso.
Sylvia non risponde, ma lui non sembra aspettare risposta.
Poi, come se parlasse a se stesso, continua: Io non lo
conosco. Da qualche mese gli vivo accanto, ma che cosa significa!
Quando si mette a fare il leone riesce anche a essere
furbo come la volpe? Sa bluffare... questo s! Ma lavora con
i nervi saldi e un cervello ben sveglio, o  pura idiozia?
Harte ascolta la pioggia, come la risposta dovesse venirgli
di l.
Il telefono squilla brutalmente.
Sylvia stacca il ricevitore, sta a sentire e poi dice: Ted.
per te. La stazione radio.
Con due salti Harte  all'apparecchio. Finalmente.
esclama. Fuori, sputa tutto.
Sylvia guarda il volto teso, intento, vicinissimo al suo.
La mano sinistra corre nervosamente lungo il filo dell'apparecchio.
Leggermente feriti? ripete all'uomo che sta all'altro
capo del filo. Poi sorride brevemente: Tanto meglio.
Poi vuol sapere: E il braccialetto?
Sempre tenendo il ricevitore all'orecchio si lascia scivolare
in una poltrona. Gli occhi scintillano di maligna
soddisfazione. Posa il piede sinistro sul ginocchio destro.
Trasmetta questi ordini: Colman non si metta a fare
il macellaio. Mantenere la forma, per quanta fatica gli
possa costare. Si comporti da gentleman. Per ora trasporti
questi fiori di serra del Terzo Reich all'ospedale, pi tardi
li porter qui.
Sta per riattaccare, ma poi richiama: Dica a Colman
che sono molto contento.
Posa lentamente il ricevitore nella forcella, come se volesse
carezzarlo. Poi si lascia andare nella poltrona e respira
profondamente, come svuotato.
Ma d'improvviso  di nuovo pieno di vita. Per una mezz'ora
qui non succeder pi niente. Vado a sbrigare un'altra
faccenda.
Credi che andr tutto bene?
Pu darsi. E mi auguro che il colonnello Cord sia pi
intelligente di quanto lo facessi. Il resto lo risolveremo con
la forza.
Slembeck. l'aveva previsto che sarebbe andata cos! Esattamente
cos, come sta succedendo: una jeep che entra nel
campo dei profughi e dentro uno di quegli americani con
l'elmetto da tartaruga e la pistola mitragliatrice. E infine
Harte. Giusto Harte.
Non se l'era gi sognato a mezzogiorno quando russava
sotto quell'albero e quello spaventapasseri di donna gridava
continuamente: Fifi! Fifi!? E quando poi meditava, studiava,
rifletteva: devo o non devo? E quando? E qual  il
modo migliore? E sempre con quella casa davanti agli occhi,
dove abita quella donna. Quella lady che ha il braccialetto.
E poi si  riaddormentato. La nottata passata sulle carte
gli  andata nelle ossa e gli ha chiuso gli occhi. Poi  venuto
il temporale. Un cielo che sputava fuoco. E lui sempre l, intento
a riflettere: vado o non vado? E se vado, come, quando?
Infine si  messo a piovere, ma l'albero sopra di lui  come
un grande ombrello e lui resta quasi asciutto. Aspetta.
Poi all'improvviso l'ombrello si rompe, gli piove sulla testa,
l'acqua gli entra nel colletto. Allora si decide:  il momento
buono, vado in casa della Hauser.
E nello stesso istante il boschetto si anima. Americani.
Armati fino ai denti, pronti a far la guerra.
Quel bellimbusto di Colman in testa, come una cicogna,
con delle pale da mulino al posto delle braccia. Marciano
come se fossero in piazza d'armi. Roba da cinematografo.
D'un tratto per, come in un lampo, intravvede la verit.
Cielo, ma quelli ti cercano! Vogliono te! Tagliare la corda,
immediatamente.
Via, di corsa, attraverso i campi, attraverso la pioggia che
trasforma la terra in un campo molle di letame. Il fango
gli schizza fino al collo. E l'acqua che vien gi a dirotto
lava di nuovo tutto quanto.
Poi al campo profughi. La sua stanza. Madonna, come
trema! Strapparsi in fretta quei vestiti di dosso. Un accappatoio...
ricordo di un bottino. E poi alla finestra... in
ascolto. In attesa.
E ora eccolo qua, questo Ted Harte. Questa piccola volpe
sempre col sorrisetto sulla bocca. Entra. Si guarda intorno.
Dice: Adesso faremo un po' di conti, Slembeck. E
poi: Lei mi crede proprio un perfetto idiota, eh?
Slembeck si schermisce debolmente. Ma cosa dice!
E vuole sapere la mia opinione su di lei?
Be'...?
Lei rider, ma sono convinto che lei sia un assassino.
Slembeck non ride. Uno scherzo di cattivo genere, mister
Harte, dice.
Be', e le sue deposizioni, Slembeck? Non sono anche
quelle uno scherzo di cattivo genere?
Slembeck si guarda intorno smarrito. Il suo sguardo coglie
Harte che sta osservando il mucchio di abiti bagnati,
buttati su una sedia e sorride soddisfatto. Dai vestiti cadono
sul pavimento grosse gocce d'acqua, formando una piccola
pozza che va sempre pi ingrandendosi. E le gocce cadendo
fanno rumore, un rumore sempre pi forte.
Io... un assassino? fa Slembeck. Ma come pu sospettarmi
di... di una cosa simile, mister Harte?
Quello scosta col piede le scarpe fradice e piene di fango
buttate in un angolo. Lei  sospettato di omicidio, Slembeck.
Ma naturalmente lei  l'innocenza in persona. Non si,
immagina nemmeno perch sono qui, vero? Crede proprio
che mi abbia preso un desiderio irresistibile di guardare nei
suoi begli occhi sinceri?
La pianti con 'ste storie! sbotta allora Slembeck.
Harte  molto soddisfatto. Si frega le mani. Mi stia bene
a sentire, Slembeck. Poco fa abbiamo trovato la signora
Hauser tutta insanguinata, rantolante; impossibile per ora
interrogarla. C' da prevedere il peggio. La causa? Una
piccola aggressione a scopo di rapina, se proprio non vogliamo
chiamarlo un assassinio. E cosa crede che sia sparito
con l'occasione? Un braccialetto di platino. Fra l'altro..
La mascella di Slembeck ricade gi. La richiude lentamente
e poi dice, con aria assente: Un... che cosa?
S, s, ha capito benissimo. Un braccialetto di platino.
Il suo braccialetto di platino.
Slembeck boccheggia in cerca d'aria. Come il "mio"?
Comunque, Slembeck, tutta questa storia  successa a
tre minuti di distanza dal punto dov'era lei. Gi, secondo
le testimonianze. Sfortuna, eh? Be', amico si vesta e venga
con me. Ho pochissimo tempo.
Ma lei non creder per caso che io...
Io non credo assolutamente niente. Soprattutto mi guarder
dal credere quello che dice lei. Su, si infili i calzoni.
A me non ha bisogno di raccontare storie. La conosco. Lei
 un cliente maledettamente infido. Su! Andiamo!
Slembeck sente le gambe tremargli dentro i calzoni. Pieno
d'ira e di paura trotta dietro a Harte fino alla jeep.
Nella vettura lo fanno sedere su uno dei sedili metallici
laterali. Gli spigoli gli si incidono nel sedere. A ogni scossa
sente un bullone che gli entra nella schiena.
Ma Slembeck non se ne accorge nemmeno. Continua a
parlare rivolto a Harte. Dalle sue labbra escono i giuramenti
pi sacri.
Harte lo ascolta con perfetta indifferenza. Pi in fretta,
ordina al conducente, e quello fa ballare la jeep per le
strade, la trascina in curve urlanti a ogni svolta.
Slembeck ha l'impressione che gli si stia gonfiando il
sedere. Ma parla, parla.
Finalmente Harte dice: Pu girarsi quanto vuole, Slembeck, ma
il materiale a suo carico  pi che sufficiente per
metterla al fresco. Cerchi di figurarsi la scena: una donna
tutta insanguinata. Un braccialetto scomparso. E lei a
pochi metri di distanza. Proprio lei! Di cui immaginiamo
tutti - ma che dico immaginiamo! - di cui sappiamo tutti
benissimo l'interesse per quel braccialetto. Perch lei voleva
il braccialetto, Slembeck. Soltanto quello. Lo aveva
detto. E lo ha ampiamente dimostrato.
La jeep si arresta con uno scossone. Slembeck va a
battere con la testa contro uno spigolo. Sono davanti agli
uffici del campo 7.
Slembeck scivola gi dal sedile. Harte scende. Il soldato
con la pistola mitragliatrice si mette in posizione poco
lontano.
La pioggia batte furiosamente contro l'impermeabile di
Harte, gli scorre gi a rivoli.
Slembeck sente salirgli dentro un'ira fredda, rabbiosa.
Questo maledetto porco, pensa, questo  capace davvero
di portarmi su una forca. Un altro non ce l'avrebbe fatta,
ma questo s. Cane maledetto!
E adesso se ne sta l, quel porco, immobile sotto quel
diluvio universale che non gli fa niente perch  dentro un
cappotto di gomma. Ma lui  gi di nuovo completamente
a bagno; anche il suo secondo abito buono  ormai fradicio.
Dice: Ma perch non vuole credermi? Perch non ha
mai una parola buona per me? Soltanto incastrarmi, incolparmi
di tutto, vuole lei. Ma perch?
Harte gli strizza l'occhio: Andiamo, adesso non si metta
a fare anche il martire.
Io voglio soltanto...
... il braccialetto! Lo so. Che per lei vale anche un assassinio.
Per rapina.
Slembeck ha la sensazione di affogare. Gli abiti, zuppi di
pioggia, gli gravano addosso.
E Harte gli ride in faccia.
Ci sputo su quel braccialetto! grida Slembeck esasperato.
Tanto meglio! esclama Harte. Cos lei  deciso a evitare
l'arresto. Preferisce fare una deposizione?
Quale deposizione? domanda l'altro stupefatto.
S o no? O mi fa la deposizione o la ficco subito in cella.
La pioggia scorre sulla faccia di Slembeck. Ha le scarpe
piene d'acqua.
E se le faccio la deposizione?
Considero chiusa la faccenda.
Veramente?
Le do la mia parola.
E va bene.
Fuori allora! grida Harte e corre su per le scale con
Slembeck alle calcagna, fino all'ufficio di Sylvia.
L butta in disparte l'impermeabile, lascia Slembeck sgocciolante
d'acqua in mezzo alla stanza e esclama: Forza,
Sylvia! La deposizione di un testimone. La batta direttamente
a macchina.
Sylvia infila immediatamente un foglio nella macchina
da scrivere. Non c' pi nulla ormai che riesca a sorprenderla.
Dunque, spiega Harte andando su e gi per la stanza,
il signor Slembeck si  deciso a servire la giustizia. E
io non chiedo di meglio che di aiutarlo.
Slembeck fissa con occhi spenti il tappeto che si imbeve di
acqua ai suoi piedi. Per un momento gliene dispiace. Ma
poi sente la voce di Harte.
Il signor Slembeck, sta dicendo Harte,  l'uomo della
giustizia, cio voglio dire questo: egli afferma che Hauser
era presente quando furono commessi crimini di guerra.
 cos, Slembeck?
Sissignore, risponde l'altro con malagrazia.
Lo scriva, Sylvia. Lei dunque, caro Slembeck,  un testimone,
diciamo il principale teste d'accusa per quando riguarda la
parte avuta da Hauser?
S.
E in questa circostanza lei ebbe modo di vedere che
Hauser s'impossessava di un braccialetto di platino.  cos?
Sicuro. L'ho visto.
Questo braccialetto, riprende Harte, era della famiglia
Patocki, nella cui tenuta lei lavorava.
Slembeck  genuinamente sbalordito. Ma come? Sa anche
questo?  davvero un maledetto furbo questo Harte.
pensa. E poi si arrabbia e grida: Ma allora perch continua
a fare domande?
Dunque il bracciale apparteneva alla famiglia Patocki.
Sicuro. Era nel bagaglio. Dovettero mollare tutto.
Harte fa un mezzo giro e, cambiando di colpo registro, passa
di nuovo all'attacco. Ma guarda un po'. Hanno dovuto
mollare tutto. E lei non ha neppure avuto il tempo di farsi
nominare erede universale davanti a un notaio, eh?
Ma non c' pi nessuno vivo, di loro.
Come lo sa? Li ha ammazzati lei?
No, grida Slembeck spaventato. No, si ribella.
Ma lo si sentiva dire intorno.
Non stia a mangiarsi le mani, amico. Fatti, voglio,
soltanto fatti. Racconti solo quello che sa con sicurezza.
 tutto.
E va bene, dice Harte soddisfatto, e si mette davanti
a Slembeck. Basta cos. Lo sa, almeno, che cosa risulta
chiaramente dalla sua deposizione? Che lei a quel braccialetto
non ci tiene affatto. Non le appartiene, nulla dimostra
che lei possa vantare diritti sul gioiello, n - come
dice la sua deposizione - lei ha interesse a venirne in possesso.
Anzi. Quello che le importa soprattutto  di chiarire i
punti oscuri di una vicenda giudiziaria. Cosa di per s
molto simpatica. Non da ultimo per lei. Verr tenuta nella
debita considerazione.
Harte fa una piccola pausa e si butta indietro una ciocca
di capelli con gesto soddisfatto.
Sylvia toglie il foglio dalla macchina e lo porge per la
firma. Invano Slembeck cerca di seguire il turbine dei pensieri
di Harte. Alla fine vi rinuncia e si contenta di fissare
con malinconia le pozze d'acqua che si allargano ai suoi
piedi.
Harte non d tregua. Fin qui tutto chiaro. Slembeck.
Ne viene di conseguenza che non ho pi ragione di insistere
nell'assurdo sospetto che lei abbia assassinato per
rapina.
Slembeck sente aria di bonaccia. Resta ancora un momento
incerto e poi arrischia: Ma se il braccialetto non
appartiene pi a nessuno... a chi toccher?
A lei no di certo! Firmi!
Slembeck firma borbottando. E questa poi la chiamano
giustizia! dice. Ho sempre sentito che una testimonianza
cos viene compensata.
Slembeck, replica Harte, sa che cosa si meriterebbe
lei? Di essere preso a calci. Il fatto che io rinunci a questa
soddisfazione lo consideri la sua ricompensa. E adesso
fuori! Fuori dai piedi!
Il capitano Keller ha la sensazione di essere in fuga. E
se ne rende ben conto: fuga dalla necessit della decisione
finale. Fino a che punto potr sopportare il peso degli avvenimenti?
E continua a domandarsi che cosa deve fare.
Aspettare il colonnello Cord, oppure...?
E quando viene il colonnello? Che far allora?
Si accende una sigaretta. Con una certa fatica perch gli
trema la mano.
Come affrontare quella situazione cos piena di insidie?
Il fumo sale in spirali, si dissolve.
Ci sono cose che si possono cancellare. Come se non fossero
mai accadute. Si dissolvono come il fumo di una sigaretta:
le promesse, per esempio, o carte che si bruciano.
Ma gli uomini no. O almeno non  altrettanto facile.
Decide di vedere chiaro, per prima cosa, nella sua situazione.
Indagare con molta prudenza fino a che punto il
suo comportamento pu essere interpretato negativamente.
Poi, se la sua posizione pu ancora essere chiarita, riprendere
in mano le redini e salvare il salvabile. Ma il punto
nevralgico di tutta la faccenda  Harte.  l che deve
penetrare. Intuire che cosa sta accadendo e perch tutto si
 girato contro di lui.
getta via la quarta sigaretta, fumata solo a met. Il mozzicone,
prima di spegnersi, corrode il tappeto con un puzzo
leggero di bruciaticcio.
Il capitano Keller chiede di vedere Ted Harte. Evita per
di guardarlo. Vorresti spiegarmi che cosa  accaduto?
Ted Harte guarda il viso malconcio del capitano senza
ombra di compassione, quasi con indifferenza. L'essenziale
lo sai. Sai che Hauser  fuggito e sai anche chi l'ha aiutato
a fuggire.
E che cosa ha combinato il comando di emergenza agli
ordini di Colman? chiede Keller, che preferisce non approfondire
le parole di Harte.
Le notizie che ho ricevuto sono ancora incomplete. Ma
lo abbiamo in mano.
Davvero?
Gi. Hauser ha picchiato di santa ragione sua moglie.
Keller ha la netta sensazione di diventare bianco come
un cencio. L'ha picchiata?
Harte si avvede che Keller continua a perdere sempre
di pi la padronanza di s. L'ha picchiata. E come. Suppongo
che al suo posto avrei fatto lo stesso.
 ferita gravemente?
Spero che le abbia propinato soltanto la dose normale.
E adesso, Harte?
Probabilmente si esamineranno nei particolari gli avvenimenti
delle ultime ventiquattro ore.
Che cosa hai detto al colonnello Cord?
Tutto quello che doveva sapere, risponde Harte tranquillo.
Sa anche che ti ho messo a terra a pugni.
Keller sente che gli si gonfia lo stomaco; avverte una tremenda
pressione contro le costole. Siamo gi avanti, pensa.
Molto pi avanti di quanto pensassi. Non si tratta ormai
pi di un caso isolato, qui  in gioco tutto.  in gioco lui,
capitano Keller. E qualunque cosa avvenga,  contro di lui.
Come hai potuto farlo... dice con voce atona.
E Harte, che si eccita sempre pi: Che altro potevo
fare? Da ventiquattro ore questa baracca  diventata un
manicomio. In queste ventiquattro ore ti sei permesso una
decina di alzate d'ingegno, ciascuna delle quali basterebbe
a mandarti per direttissima davanti a una corte marziale.
Hai tentato di estorcere al comandante tedesco del campo
una deposizione a carico di un internato. Hai cercato di manipolare
a modo tuo la testimonianza di Slembeck. Hai
imposto a membri del tuo ufficio di non vedere o sentire le
scorrettezze che andavi combinando. Hai minacciato di privare
della sua libert personale il direttore del servizio di
denazificazione perch si rifiutava di intestare propriet
tedesche a persone gravemente indiziate. E infine, per dirla
in breve, ti sei lasciato corrompere da qualche notte d'amore
e da un braccialetto di platino. E come coronamento tu, capitano
dell'esercito americano, hai favorito la fuga di un
criminale di guerra. Ti sei lasciato corrompere e hai cercato
di corrompere gli altri. Pi di cos, veramente, non
saprei.
Keller  livido di paura. Le parole di Harte lo colpiscono
come tante mazzate. Ma non  giusto! Il suo comportamento
 stato male interpretato. Non lo hanno capito. E ora
lo fanno passare per un gangster. Scambiano la sottigliezza
delle sue manovre per mancanza di scrupoli, per disonest.
Si sente prendere da una violenta agitazione. E tu osi
dirmi sulla faccia cose di questo genere? grida.
E dove te le dovrei dire?
Non me lo sarei mai aspettato da te, Harte. Mai!
Harte lo attacca nuovamente, con la stessa implacabile
chiarezza. Come se avesse davanti una fortezza da espugnare
a tutti i costi. Non te lo saresti aspettato? E che cosa ti aspettavi?
Che venissi da te a elemosinare una percentuale del
venti per cento? O che ti facessi dei bei discorsi per illustrarti
l'onest del tuo comportamento? Per me, Keller, tu sei un...
E pensare che credevo sinceramente di poter lavorare con
te... invece ho dovuto constatare che pensi soltanto al tuo
interesse.
Tu non mi capisci, esclama Keller amareggiato. Non
puoi capirmi. Tu non sei un americano! E le sue parole
suonano come un rimprovero. Come se avesse detto: tu
appartieni a un altro mondo!
 vero, risponde Harte secco.
Tu sei e rimani un tedesco. Un inguaribile tedesco!
Harte sorride, esasperando al massimo Keller. Se ti vuoi
togliere di dosso dei complessi, Keller, bisogna che ti cerchi
qualcun altro. Che cos' poi questa Germania? Una
graziosa provincia. E l'America? Un bel terreno per costruirci
stabilimenti. Ma dappertutto ci sono errori e abusi. Dove
pi, dove meno. Cercare di ricavare il meglio qui e l... dovrebbe
valere la pena di tentare.
Che cosa sa il colonnello Cord? domanda ancora Keller.
Fino a che punto sa? E si passa una mano sul viso,
tastando cautamente i punti su cui il sangue si sta raggrumando.
Questo lo vedremo, dice Harte. Ma io al tuo posto
mi aspetterei di tutto. Proprio di tutto!
L'internato Laffrentz  rientrato nella sua camerata come
una sfinge trionfante. Ora  seduto su uno sgabello e davanti
a lui siede l'architetto Kurtz e disegna. Gli fa il ritratto.
Laffrentz  arrivato, si  guardato intorno, non ha aperto
bocca. Tutti i presenti gli tenevano gli occhi addosso. Ma
lui ha sollevato i sopraccigli, li ha lasciati ricadere e poi
ha detto soltanto: Bene, anche questa  fatta.
Tutto a posto? ha domandato Mangel.
Laffrentz gli ha dato in silenzio una lunga occhiata, con
un certo interesse ma non con simpatia.
Allora Mangel ha ripetuto la domanda, un tantino pi
cortese: Allora, signor Laffrentz,  andato tutto a posto?
Pu dirlo, ha risposto l'altro con tono sprezzante e
l'aria di sottintendere chiss che cosa.
Poi ha spinto da parte alcuni internati che lo guardavano
come un oracolo, ha preteso che spostassero il tavolo di
cinque centimetri perch gli impediva il passaggio e infine
si  messo a raccogliere le sue cose, a riordinarle: come
se stesse per fare il bagaglio.
Allora Kurtz gli si  avvicinato e gli ha chiesto se sarebbe
stato disposto a posare per un ritratto. Disegno a matita, formato
quaranta per sessanta.
Bene, dice Laffrentz, d'accordo.
E ora siede l immobile, muto, pieno d'importanza. E
davanti a lui sta seduto Kurtz e aguzza la matita. Tutt'intorno
si forma un capannello di internati che fingono interesse
per l'arte; pescecani che seguono una nave in attesa di
rifiuti.
Laffrentz tace come una sfinge, il volto solcato da rughe
che dovrebbero conferirgli maggior dignit. Il grosso mento
sembra scivolare fino al petto in onde morbide. Sta l
impettito come fosse di bronzo. Soltanto gli occhietti tastano
le facce intorno con piccoli sguardi furtivi.
Di tanto in tanto esclama in tono soddisfatto: Gi,
signori miei... quel mister Harte! Non dice di pi, e questo,
naturalmente, fa molta impressione.
Sono l tutti con tanto d'occhi questi cretini, tutti, anche
quello spilungone degenerato che si porta in giro gli antenati
come etichette, appesi a quella faccia di cavallo.
Cos deve essere. E Mangel, guardalo l, sembra davanti al
suo generale comandante, pronto a ricevere ordini. Impettito.
Sottomesso a Dio e ai superiori. Trost invece alza su
di lui uno sguardo umile e devoto, lo sguardo di un cane
che sente la voce del padrone.
Li far aspettare, li terr sulla corda. Tutti. Lo hanno
trattato come se fosse una pezza da piedi e non glielo perdoner.
No di certo. Se dipendesse da loro lui sarebbe uno
zero, un numero, un niente. E invece si prepara a diventare
- e presto, anche - il comandante tedesco di questa baracca.
Allora s che li far filare! Grazie alla sua personalit. Sicuro,
personalit!
Santo cielo, esclama Kurtz e lascia cadere la matita.
Lei mi fa una faccia talmente idiota. Come un porcellino
premiato al concorso e travestito da internato. Impossibile
disegnare questa roba. Diventa una vignetta da
giornale umoristico.
Laffrentz boccheggia in cerca d'aria. Ma come si permette!
dice.
E Mangel subito interviene per togliere la brutalit
alle parole: Ma  uno scherzo, signor Laffrentz! Queste
cose non si dicono sul serio.
Lei mi far immediatamente le scuse, pretende Laffrentz
rivolto a Kurtz.
Kurtz strappa il disegno in due pezzi, li accartoccia e li
butta a Laffrentz dicendo: Ecco! Con questi si pu pulire
la faccia.
Ma signor Kurtz! interviene ancora Mangel preoccupato
di evitare litigi. Che cos'ha? Perch si innervosisce
cos?
Io non mi innervosisco.  quell'individuo che mi
innervosisce. Ma lo guardi! Guardi meglio da vicino quel
muso. Sembra fatto per essere preso a pugni!
Ma allora gliene dia! grida uno dal fondo della stanza.
Ma Kurtz dichiara freddamente: Io sono un pacifista,
e va a sedersi in un angolo.
Mangel vuol salvare la situazione a tutti i costi.  l'umore
degli artisti! Non bisogna prenderli sul serio!
Si guarda intorno in cerca di approvazione, ma nessuno
appoggia i suoi sforzi di pacificazione. Che sciocchi, pensa.
Che mancanza di diplomazia! Persino von Hagen, il diplomatico
di carriera, non sa farne uso quando sarebbe necessaria.
Nessuno l dentro ha voluto ancora capire che questo
odioso Laffrentz ha delle possibilit di ottenere una situazione
di privilegio; il che significa che, se vuole, pu
metterseli tutti in tasca.
Naturale che gli farebbe bene una buona scarica di pugni.
Nessuno se la meriterebbe pi di lui. Ma chi si permetterebbe
di prendere a botte un probabile superiore? Prendiamo
la Wehrmacht: Habler, il capo di stato maggiore, era
un cretino, lo sapevano tutti, ma quanto pi uno di questi
personaggi  idiota, e tanto meno ci si arrischia a contraddirlo.
E tutti gli stavano intorno e dicevano: s, signor generale,
certamente, signor generale! E intanto pensavano:
ma vai all'inferno! Tutti, fino ai gradi pi alti dello stato
maggiore. E i gradi inferiori pensavano: ma va' un po' a
farti fottere.
Caro signor Laffrentz, dice Mangel, su, un po' di
spirito! Queste cose non si prendono sul serio.  l'umore
degli internati. Cattiva alimentazione, cattive prospettive.
Tutto ci non va solo nello stomaco, va anche alla testa.
Laffrentz brontola astiosamente. Sulle prime non reagisce
neppure agli sforzi pacificatori di Mangel. Sbuffa e freme,
eccitato e furioso, e infine dice in tono profetico: Ma
anche per questi farabutti verr la resa dei conti.
In quello stesso istante si spalanca violentemente la porta.
Sulla soglia c' Reiter, il comandante tedesco del campo.
Ha un viso duro, che non promette nulla di buono. La sua
voce, di solito calma e gentile,  tesa, strozzata quasi dall'eccitazione.
Dov' quel porco di Laffrentz! grida.
La camerata si trasforma in un attimo in un'arnia ronzante.
Esclamazioni, brandelli di parole. Laffrentz crede di
avere delle allucinazioni. Nella testa di Mangel i pensieri
saltano come palle di gomma.
Forza! grida Kurtz. Avanti, al truogolo!
Reiter si fa strada, le braccia leggermente alzate, i gomiti
in avanti, punta verso Laffrentz attraversando tutta la
camerata.
Maledetto porco! grida. Volevi portarmi via il posto,
eh? Volevi venderci tutti quanti come un mercante di
stracci! E andarci in culo agli americani, volevi, eh? Vieni
qui adesso, gioco io alla Kommandantur con te e ti rompo
la faccia!
Vai, Laffrentz! grida Kurtz eccitato. Corri subito
da lui, prima che cambi idea.
Un momento, interviene Mangel che vuol vederci
chiaro. Lei  sempre il nostro comandante, signor Reiter?
Non  cambiato nulla?
E come se lo sono! Sono e resto.  una comunicazione
ufficiale!
Allora d'accordo, dice Mangel profondamente sollevato,
e si tira da parte.
I due sono di fronte. Fra loro un metro di quell'aria ammuffita
della camerata. Fuori ha smesso di piovere. Un raggio
di sole occhieggia nella stanza e illumina debolmente
la polvere. Gli occhi si incontrano, ma nessuno dei due
vuole cominciare per primo.
Allora Kurtz, che sta dietro al grassone, gli d una spinta
e Laffrentz va a cadere addosso a Reiter. Reiter perde l'equilibrio
e barcolla all'indietro, si riprende e afferra Laffrentz
con entrambe le braccia. Anche l'altro gli si aggancia addosso.
Qualcuno dei presenti mette un piede nel mezzo e
i due cadono pesantemente a terra, si rotolano sul pavimento.
Via le sedie! grida Kurtz eccitato. Tirate in disparte
il tavolo! Fate posto! Lasciate libero il ring per la prima
ripresa!
Bella porcheria, dice Colman entrando nell'ufficio di
Harte. Finch ero fuori diluviava. Adesso non piove pi.
Si toglie la giacca senza tanti complimenti e ne strizza
fuori l'acqua.
Harte lo guarda molto teso. E allora?
Come ho detto, adesso non piove pi.
Sylvia nasconde un sorriso dietro un foglio. Ma ha le
orecchie tese. Sente le dita di Harte che tamburellano nervosamente
sul piano della scrivania.
Harte gira intorno a Colman, ostinato e paziente. E
quei due, Colman? Li avete presi?
Sissignore, risponde l'altro.
E poi?
Anche, fa Colman e gli porge un pacchettino grande
come una busta, spesso sui quattro centimetri.
Harte lo afferra come se fosse un'ancora di salvezza.
Palpa la carta leggera e sente l'oggetto. Lacera la busta con
gesto impaziente.
Il braccialetto, dice soddisfatto. E dove sono ora
quei due?
All'ospedale.
Tutti e due?
Tutti e due.
Ma non  soltanto lei che le ha prese?
Colman si accinge a togliersi anche i calzini. Lei da lui
e lui da noi.
Lo ha fatto lei personalmente, Colman?
Copland, spiega l'altro laconico e si toglie davvero
i calzini molli di pioggia.
Ma non vorr mica spogliarsi qui dentro? esclama
Harte. Dimentica che c' una signora.
O pardon, fa Colman e mormora: Davvero non ci
avevo pensato. E fra s pensa: chiss se questa figliola
ha gi visto un uomo nudo.
E questo secondo pestaggio non era evitabile, Colman?
Difficile, risponde l'altro. Si rif faticosamente il nodo
alle stringhe, dopo averle asciugate nella tenda della
finestra.
Difficile, ripete. Poi aggiunge: Da noi non  come
nel vecchio Shakespeare! E ride.
Ma le cose sono andate cos: Copland se ne stava sdraiato
dietro la sua mitragliatrice e giocherellava con le dita intorno
alla sicura. Gli prudevano le mani dalla voglia di lasciar
partire una bella sventagliata. Cos Colman lo ha
dovuto cacciar via, come un cagnaccio fastidioso. Copland
per si era staccato molto malvolentieri dalla sua arma, e
era restato l accanto nell'erba, brontolando e guardando la
mitragliatrice come un cane che vede una salsiccia. Copland,
gli ha detto Colman, niente guai, intesi? Tenente,
ha risposto l'altro, parla per s?
Poi Hauser si butt fuori dalla casa come una tigre infuriata.
Proprio diretto verso di loro. Le narici di Copland
si dilatarono, gli occhi scintillarono. Finalmente! Niente
sparatorie, Copland! gli ha gridato Colman sperando di
calmarlo. Allora cos! ha esclamato il ragazzo,  scattato
su come una molla e si  messo a correre incontro a Hauser.
A corsa pazza, come uno che scappa. Correva come se ne
andasse della sua vita. Gran sportivo, quel ragazzo, un
fuori classe.
Da principio Hauser non lo vide neppure. E Copland
correva come un canguro. Poi tutto and come doveva andare.
Stop, grid Copland. Hauser naturalmente non si
ferm. Allora Copland gli salt addosso e gli moll un violento
sinistro, proprio sotto il mento. Hauser barcoll,
cadde. Copland ci rimase male, maledettamente male. Poveretto,
se ne rest l immobile senza sapere che cosa fare,
in mezzo al campo, con l'altro lungo disteso davanti come
un albero caduto.
Fortunatamente Hauser si riebbe abbastanza in fretta. Si
alz. Scroll un momento la testa e poi sollev le braccia.
Copland era tutto contento, onestamente. Vieni qui!
gli grid. Vieni qui, ragazzo! Qua da bravo, ragazzo mio!
E Hauser venne e gli lasci andare un colpo violento. E
un secondo. E un altro ancora. Picchiava come se si esercitasse
in palestra; si udivano i colpi secchi, precisi. Per lo
meno a noi faceva questo effetto, bench piovesse a catinelle.
E il buon Copland, quel coglione, diventa molle come
il burro, si piega sulle ginocchia, ondeggia come un ubriaco.
Davvero; proprio groggy. I suoi soldati ridevano tutti
contenti; ci avevano gusto che le prendesse il loro caporale,
ci avevano proprio gusto.
Ma poi Copland si riprese, dopo aver allungato un paio
di volte la testa come un cavallo. I due si accostarono di
nuovo, come attirati da una calamita, le braccia tese. Finalmente
Hauser cominci a ciondolare come un ubriaco, poi
le gambe gli si piegarono e con un tonfo cadde gi nel
fango. Non ero molto in forma, spieg Copland con sincero
rincrescimento e col respiro un po' pi ansante del solito.
Sicuro, cos sono dunque andate le cose.
Bene, dice Harte. Allora andiamo all'ospedale. Lei,
Colman, ha fatto un ottimo lavoro, a quanto pare.
Tutto per l'esercito, fa Colman generosamente, e con
un ampio gesto si butta sulle spalle la giacca fradicia di
pioggia.
Andiamo, allora, tutti all'ospedale, grida Harte. E aggiunge:
Dica al capitano Keller che lo pregherei di accompagnarci.
L'ospedale cittadino prima si chiamava ospedale militare
della riserva n 748; e prima ancora era l'ospedale provinciale.
Nel complesso in tutti questi anni la clientela  rimasta
immutata. Oltre alla solita gamma di incidenti stradali e
le solite malattie che si riscontrano in tutti gli ospedali, ci
sono casi che hanno radici nel patriottismo o in un'eccessiva
fedelt alle convinzioni. Prima del 1933 erano le vittime
di partiti diversi; dopo il 1933 di un partito solo; dopo il
1939 gli eroi, chiamati dopo il 1945 invalidi di guerra. E
ora ci sono gli americani: vale a dire gli americani che
soffrono di stomaco.
In un baleno Harte fa trasformare l'accettazione in un
ufficio militare pronto per un interrogatorio. Il locale 
candido e fresco. E puzza di lisoformio, come tutti gli ospedali
del mondo.
Keller spalanca una finestra e si sporge. Sylvia prepara
tutto l'occorrente per scrivere. Copland sta nel vano della
porta e grida ordini ai soldati che trasportano panche
e tavoli.
Fate entrare Hauser. Anche sua moglie. Harte scandisce
gli ordini e poi si siede.
Tutti e due? Contemporaneamente? vuol sapere Copland.
Qui laviamo i piatti tutti insieme. Una bella rigovernatura,
dice Harte.
Non si potrebbe sentire prima la signora Hauser...
propone Keller dal vano della finestra.
Harte si gira verso di lui. Ha il viso scuro. Keller,
dice, non mi pare giusto che tu...
Va bene, risponde subito Keller, va bene.
Allora! esclama Harte. I due contemporaneamente!
Keller gli si avvicina. Senti, Harte, dice, non sarebbe
meglio che io prima spiegassi a Brigitte...
Chi  Brigitte?
La signora Hauser. Se le parlo io...
Niente da fare, Keller. Ormai  stabilito. Eravamo d'accordo
cos. Ci teniamo formalmente al rituale di un'inchiesta.
Il resto lo vedremo dopo.
Hauser entra nella stanza, accompagnato da Copland. Il
caporale gli batte su una spalla e gli fa: Forza, vecchio
mio.
La faccia di Hauser - come del resto quella di Copland -
 costellata di chiazze rosse e bluastre. Un gran cerotto gli
traversa il mento. Hauser si dirige verso Keller. Gli soffia
sul viso: Lei  il pi sporco delinquente che io abbia
mai incontrato in vita mia!
Keller indietreggia. Ma Harte gli sorride incoraggiante.
Sta sbagliando indirizzo, Hauser. E quanto ai complimenti,
ce li pu risparmiare. Per quanto lusinghiera possa essere
la sua opinione, sono costretto a limitarla. Qui si fa del
lavoro casalingo, niente di pi.
La porta si apre e Colman fa passare Brigitte. La donna
ha una fasciatura sulla fronte che le raccoglie i capelli come
in un turbante, Si ferma, incerta, si guarda intorno.
Harte aspira profondamente. Keller vuol andare incontro
alla donna, ma Harte lo afferra energicamente per un
braccio e lo ferma. Sylvia abbassa gli occhi sulle carte che
ha davanti. Copland si stacca finalmente dalla parete.
Ma perch mi trattano come una detenuta? dice Brigitte
Hauser con voce vibrata rivolgendosi a Keller. Mi
devono proteggere, se mai, e non arrestare.
 appunto quello che stiamo facendo, signora, risponde
Ted Harte. Lei  sottoposta a un fermo come misura
di protezione. Si accomodi, prego. Mister Keller non ha pi
nulla a che vedere con tutto ci che riguarda il caso Hauser.
Ordine superiore.
Brigitte si siede. Con una certa titubanza ma in maniera
molto decorativa.
Che donna! pensa tra s Harte. Se ne sta l seduta come
una madonna, dolente, bellissima, destando una compassione
che non ci mette niente a trasformarsi in amore:
una tentazione vivente. E sente che tutti gli uomini nella
stanza pensano la stessa cosa. Ad eccezione di Hauser.
Hauser invece si rivolge a Harte e dice: Avanti, scopra
le carte, rettile che non  altro. Ma non creda che io
mi faccia abbindolare da lei una seconda volta.
L'attacco frontale  molto gradito a Harte. Signor Hauser,
risponde, nulla in questo momento  pi chiaro del
suo caso. Abbiamo la deposizione di Slembeck. nero sul
bianco. Abbiamo il braccialetto di platino come prova concreta
e decisiva. E non si morda le mani per avercelo offerto
lei su un vassoio d'argento. Prima o poi ci saremmo
arrivati ugualmente. Ne eravamo pi che sicuri.
E intanto osserva Brigitte Hauser con uno sguardo di
profondo e riconoscente interesse.
Hauser si volta verso la moglie con occhi minacciosi.
Copland avanza di un passo verso di lui. Colman si mette
a fianco della donna. Un po' troppo vicino, pensa Keller.
Non facciamo sciocchezze, Hauser! esclama Harte.
Siamo tutti qui, quattro contro uno. Ma se proprio ci tiene
a buscarne una seconda razione... prego, si accomodi, dia
libero sfogo ai suoi sentimenti.
Me ne incarico io, si offre Copland premuroso.
Hauser china leggermente la testa, e la linea poderosa
delle spalle prende ancora pi rilievo. Regoleremo i conti
pi tardi. Sicuro, anche se dovessimo aspettare degli anni.
Lentamente gli occhi di Hauser lasciano Brigitte e si
posano di nuovo su Harte. Che cosa pensa che diranno i
suoi superiori, gli dice, quando verranno a sapere come
sono riuscito a uscire dal campo?
Harte si sforza di sembrare sereno e disinvolto e ride, ma
il suo riso suona forzato. Poi appoggia i pugni sul tavolo
e si spinge indietro sulla seggiola.
Be', ora non mi venga a raccontare che io o addirittura
il capitano Keller le abbiamo dato una mano. Magari portato
l la scala e abbassato il filo spinato perch lei non si
rompesse gli abiti! Quando il giudice la sentir dire queste
panzane, si piegher in due dal ridere.
Harte sente di aver colto Hauser di sorpresa. Togliere
immediatamente il vantaggio all'avversario  sempre stata
la sua tattica. Ma Hauser non  tipo da incassare senza
reagire. Bisogna colpire subito e pi a fondo, finch l'avversario
 ancora stordito. Attaccarlo di nuovo finch la ferita
 ancora aperta e non si  ancora messo in copertura.
E Harte dice con voce secca, tagliente: Lei conosce
l'operazione Bremse?
Hauser chiude un attimo gli occhi. Poi li riapre e guarda
Harte. Lo fissa intensamente. Senza una parola. Lo guarda
soltanto. E intanto sposta un piede di lato, come per reggersi
meglio. Lo guarda.
Sente salirgli dentro un'ira incontenibile, ira, furore, disperazione.
Vorrebbe urlare, piangere, gridare tutto quello
che ha dentro! Ma non  possibile. Non pu permetterselo.
Harte sta soltanto bluffando, oppure conosce realmente
tutto, i fatti, i particolari?
Harte non gli d tregua: Abbiamo del materiale molto
esauriente e preciso in proposito. Certo, questo  puro
bluff, ma Harte avverte quasi fisicamente l'impatto delle
sue parole sull'avversario.
Ricorda, Hauser? Bolchov-Orl-Briansk! Un bel movimento
nelle retrovie del fronte, Herr Standartenfhrer. Un
grosso lavoro. Qualche fossa comune, un po' di cantine
piene di cadaveri... insomma: un'operazione condotta con
tutte le regole! Comunque del materiale sufficiente non per
uno ma per cinque processi davanti al tribunale militare!
E, sapendo di averlo ormai toccato, si permette di aggiungere:
Vuole altri particolari?
Hauser non parla. Sta l immobile. Come un albero tagliato,
prima di abbattersi.
Poi improvvisamente si riscuote, si volta bruscamente
verso Copland: Via! urla, via di qui! Voglio andar
via. Voglio tornare fra esseri umani.
Harte di buon umore gli grida dietro: Non si preoccupi.
Dachau l'aspetta a braccia aperte.
Ecco come stanno le cose, signora Hauser, dice rincresciuto.
Come ha visto,  quello che noi chiamiamo un
caso elementare.
E io che cosa c'entro?
Praticamente nulla, risponde Harte. C' per una
cosa che mi auguro nel frattempo avr capito. Lei si ritrova
esattamente al punto di partenza. Dov'era ieri, insomma.
E ricominciare una seconda volta non avrebbe
senso. Ecco tutto.
Brigitte guarda Harte come se fosse trasparente. Sarebbe
meglio per lei che quell'uomo non fosse mai esistito. Cercando
di ignorarlo si rivolge direttamente a Keller, soltanto
a Keller.
Dice: Frank, mi puoi spiegare che cosa significa questa
storia?
Sylvia Meiners alza gli occhi stupita. Colman per poco
non esce in un fischio. Frank, semplicemente, e il tu
confidenziale, davanti a tutti, in una seduta quasi ufficiale.
Santo Dio, questo s che sembra proprio Shakespeare!
Keller si schiarisce la gola. Certo, dice, cercher di
spiegartelo.
Ma pi tardi, per favore! interviene Harte.
Brigitte solleva sbalordita le sopracciglia ben disegnate.
Keller preferisce tacere.
E Harte riprende: Ci rimane soltanto da chiarire, signora
Hauser, che la sua posizione  ora un po' diversa.
In che senso?
Harte cerca di essere impersonale al massimo. Se sono
bene informato, lei aveva fatto richiesta di ottenere la
propriet dell'albergo "Cavallino Bianco". O mi sbaglio?
Ero gi in possesso di un preciso impegno.
Lo so, replica Harte, saltando a pi pari, con molto
stile, il punto cruciale della faccenda. Lo so! Ma questo
impegno  stato disgraziatamente preso in base a false
premesse. Anzi, secondo il codice penale, si  sorpresa la
buona fede del venditore. Il "Cavallino Bianco" non doveva
essere una donazione, ma rendere del denaro. Inoltre, come
lei ha capito, suo marito  un criminale di guerra, e questo
impedisce il trasferimento alla sua persona della propriet
sunnominata.
Brigitte Hauser stringe i pugni e. le unghie ben curate
le si conficcano nel palmo. Avverte un dolore acuto, che
per le fa bene. I suoi occhi sono fissi, immobili, su Keller
che continua a tacere.
Il controvalore pattuito, dice ora la donna tralasciando
ogni traccia anche solo formale di cortesia, anzi, con
voluta durezza, era il braccialetto di platino. Ora il
braccialetto  in vostre mani. Quindi io ho mantenuto la mia
parola.
Harte tiene l'orecchio teso in direzione di Keller. Non
lo guarda. Lo sente muoversi nervosamente, ma non una
parola viene pronunciata. Nulla.  un buon segno. Quel
silenzio equivale a una decisione.
Harte per crede di capire anche Brigitte che si aspetta
una reazione, un gesto qualunque, da quell'uomo. Capisce
questa donna che evidentemente non pu essere che cos,
non pu vivere diversamente da come vive. Lei ha parlato
chiaro, fin troppo chiaro, al punto da essere offensiva. Ma
che altro pu fare? Deve pur pensare a difendere la sua
pelle, deve cercare di salvare - sia pure con la forza! - quel
poco che ancora  salvabile.
Gli dispiace quasi di diventare cos brutale, ora. Ma non
pu fare diversamente, non fosse che per Keller.
Signora, io apprezzo moltissimo gli sforzi che lei ha
fatto per servire la giustizia. Trovo persino ammirevole
che lei non abbia esitato a offrire il suo aiuto per assicurare
alla giustizia un criminale di guerra, incurante del fatto che
fosse suo marito.  stata coraggiosa e devo farle i miei complimenti,
signora. Ma purtroppo i suoi sforzi sono stati
inutili. Il bracciale non lo abbiamo avuto da lei, lo abbiamo
sequestrato a suo marito. Con questo decade - se mai fosse
esistito - ogni obbligo da parte nostra nei suoi riguardi.
Frank, dice ora Brigitte con voce imperiosa, 
vero?  vero quello che dice quest'uomo?
Harte si volta verso Keller e lo fissa negli occhi.
E finalmente Keller risponde: Per il momento non
vedo la possibilit di modificare la situazione!
Brigitte sta davanti alla porta bianca e davanti a lei c'
Keller che l'ha seguita.
Intanto  ritornato il sole e ora scivola nella stanza, corre
lungo le pareti e Si posa sulla laccatura immacolata e scintillante
del legno e sulla fasciatura che copre la fronte di
Brigitte, e i raggi sembrano frugare nel rosso ramato dei
capelli e trarne riflessi luminosi.
Mi hai ingannata, dice Brigitte a voce bassa, aprendo
appena la bella bocca ch'egli fissa come ipnotizzato.
Ti prego, Brigitte! Tu non ti rendi conto della situazione.
 colpa tua. Perch non mi hai dato il braccialetto?
Sarebbe andato tutto diversamente! Perch non vuoi capirlo?
Non vuoi vedere le cose come sono. Sei eccitata.
E tu sei un bugiardo, ribatte lei soltanto. E ancora
una volta lui ripete: Ti sbagli, non  cos!
Non pu pi guardare quella bella bocca che gli appare
ancora cos ricca di promesse, anche se le labbra sono chiuse,
strette in una smorfia di rabbia e di dolore. Il suo
sguardo scivola oltre e si ferma su un punto della porta
dove la lacca  scrostata e ha perso ogni lucentezza, consunta
dalle troppe mani che vi sono passate sopra.
Sente Brigitte dire come fra s: Tutto quello che  accaduto...
per te era soltanto un calcolo. Hai sfruttato indegnamente
i miei sentimenti. Hai continuato a parlare di
me, e invece pensavi soltanto al braccialetto. Dicevi di amarmi
e invece pensavi soltanto a strumentalizzarmi.
Pensi cos di me?
Non vedo che altro dovrei pensare.
E a voce appena udibile aggiunge: Dovresti vergognarti.
Poi si riprende, si rivolge a Harte che sta in fondo alla
stanza e dice a voce alta e chiara: Posso andare, ora?
Prego, signora!
La donna esce e poi sbatte con violenza la porta davanti
alla quale Keller  ancora immobile. Quella porta bianca
e lucida che ora brilla nel sole.
Tornando dall'ospedale, decidono di rientrare al campo
a piedi. La macchina la mandano avanti con Colman e Sylvia
Meiners.
Sul viale ancora bagnato batte un debole sole pomeridiano.
Si  levato un vento leggero.
Saltando per evitare una pozzanghera, Harte dice: Sai,
Keller, che cosa pensa Brigitte di te? Esattamente quello di
cui  capace lei. Dovunque guardi, quella donna vede in
uno specchio.
Che cosa ti aspetti ora da me, Harte? Complesso di colpa?
Giuramenti? Gratitudine per la lezione che mi hai dato?
Maledizione! Ne ho piene le tasche di tutto quanto.
Be',  gi qualcosa. Un risultato. Per il resto posso
consigliar "White Horse" - "Cavallino Bianco" - il miglior
whisky che possa offrire quel nostro squallido bar. Vedrai
che ti aiuter.
Non sono mica uno scolaretto, Harte.
Purtroppo. Altrimenti ti si potrebbe sculacciare di santa
ragione, e cos la faccenda sarebbe chiusa una volta per
tutte.
Chiusa? Tu dimentichi il colonnello Cord.
Il colonnello Cord li sta gi aspettando.  molto nervoso
e preparato al peggio.
Ha passato un'ora sgradevole, da quando si  visto costretto
a lasciare in fretta e furia l'amico generale. La telefonata
di Harte era molto allarmante. La giornata era
stata piacevole, e pregustava una serata ancora migliore,
con tacchino arrosto per cena.
E invece  qui e aspetta, impaziente, preoccupato, pieno
di oscuri presentimenti. Era convinto che il caso Hauser fosse
chiuso, concluso nel migliore dei modi: si sarebbe
messo il fascicolo sotto il braccio, lo avrebbe portato con
s a Dachau e finalmente avrebbe potuto tornare in America
con la coscienza tranquilla di aver assolto egregiamente
il suo compito. E invece che cosa capita? Al campo 7
un ufficiale inquirente impazzisce e prende a pugni il suo
diretto superiore.
Che cos' successo? domanda severamente quando vede
comparire sulla porta Harte e Keller insieme.
Il capitano si mette sull'attenti e saluta. Harte si porta
svogliatamente due dita al berretto.
Il colonnello Cord  un uomo di mondo, con vasti interessi;
pu vantarsi di possedere una grande esperienza della
vita.  stato uomo politico, giurista, e ora soldato. Insomma,
che diavolo  successo? domanda.
Niente, dice Ted Harte e trattiene Keller per la
manica. Suppongo, infatti, sir, che lei preferisca pensare
che non  successo nulla.
Che cosa significa? domanda il colonnello e raddrizza
le spalle.
Dipende da lei, dice Ted Harte. Dipende appunto
da lei se qui c' stata soltanto una partita di boxe oppure...
Oppure che cosa?...
Oh, di tutto, dice Ted Harte e guarda il colonnello
strizzando l'occhio. Corruzione, minacce, maltrattamenti,
aggressione a un diretto superiore, sabotaggio, non so, persino
alto tradimento.
Ah, dice il colonnello Cord seccato. La smetta di
raccontare sciocchezze.
Per me... se lei crede, sir!
Il colonnello sa che grosse gocce di sudore gli imperlano
la fronte. Gli succede sempre cos quando si arrabbia.
E intanto fa lavorare la mente. Non ha proprio bisogno di
uno scandalo, maledizione! Vuole tornare a casa. Vuole che
gli dicano: grazie, ha fatto un buon lavoro. Sentiremo
molto la sua mancanza. E ora vada a casa e che Dio la benedica!
Questo vuol sentire,  il suo unico desiderio.
E a che punto  il caso Hauser? domanda cautamente.
Chiuso, dice Harte. Completamente chiuso. Pu
portare via il dossier e, se vuole, pu portarsi via anche
Hauser. E il capitano Keller ha preparato personalmente
una prova di eccezionale importanza.
Hmm, fa Cord. Una buona notizia. E i suoi occhi
acuti passano da Harte a Keller, da Keller a Harte. Infine
dice: Allora  tutto a posto, capitano?
Tutto a posto, sir! risponde questi a fatica.
E se invece scopro che niente  a posto? dice dolcemente
il colonnello, ma proprio niente! Allora?
Allora, dice Ted Harte con chiarezza, allora, colonnello,
ci sar un baccano d'inferno. Potrebbe diventare uno
di quei casi da far saltare sulle poltrone anche i senatori
a Washington. Com' vero che mi chiamo Harte!
Il colonnello ride un po' verde. Lei  un gran burlone,
ragazzo mio. Ma apprezzo il suo senso dell'humour. Su, mi
dia l'incartamento. Ho premura. Devo proprio andare.
Reiter, il comandante tedesco, sta presso il portone. 
stato chiamato a ricevere gli ordini. Il suo contegno  perfetto,
impeccabile.
Harte dice: Sono molto lieto di comunicarle, Reiter,
che gli inasprimenti delle misure di sicurezza non sono
pi considerati necessari e verranno annullati.
Reiter tiene un atteggiamento molto riservato. La ringrazio
molto, mister Harte. Ma, lei mi capir, molto contento
non posso essere.
Non la prenda sul tragico. Reiter. Ritengo naturalissimo
il suo comportamento. Lei mi ha solo dato una indicazione.
Non ha motivo di sentirsi un martire. Non ha sacrificato
la sua coscienza per rendere la vita pi sopportabile a
tremilaseicento persone. Non mi fraintenda, Reiter... ma credo
che lei abbia fatto unicamente quello che si usa chiamare
il proprio dovere.
Il filo spinato scintilla dietro le spalle di Reiter nel
caldo sole del tardo pomeriggio, come se la pioggia lo
avesse lucidato. Mi creda, mister Harte, non mi  stato
facile darle quelle indicazioni su Hauser!
Questo me lo immagino. Ma cerchi di non persarci.
Lei dovrebbe smetterla di ragionare sempre in uniforme.
Dobbiamo pensare da uomini, non da soldati! Lei ha ai
suoi ordini un'intera scuderia di internati. Forse che quegli
uomini sono tutti uguali? Lei afferma di avere personalmente
la coscienza immacolata. Io le credo, ne sono, anzi,
convinto. E sono convinto che in questo campo molti sono
come lei. Ottimamente. Per c' anche una ventina buona di
autentici delinquenti. E lei li considera al suo stesso livello
soltanto perch sono internati nel suo stesso campo?
 forse questa l'unit di misura? Tutti quelli che indossano
una divisa da ufficiale sono uomini onorati! Tutti quelli
che stanno in una prigione sono degli assassini! Tutti gli
inglesi sono dei mercanti, tutti i russi si ubriacano di vodka
e di ideologie, tutti i francesi sono soltanto capaci di fare
l'amore e tutti gli americani masticano gomma e mettono
i piedi sul tavolo. Mio Dio, che massa di fesserie!
Io ho sempre creduto di essere un buon tedesco, dice
a questo punto Reiter.
Un buon tedesco? E perch no una brava persona...
 molto di pi. Forse essere buoni significa soltanto essere
puliti. E anche questo pu significare che  necessario rimestare
nel letame. E come!
La capisco. D'accordo, dice Reiter.
Harte gli porge la mano.
L'aria si  fatta limpida e pura. La stanza  tutta dorata
dal sole al tramonto.
Allora, Gernsbach, dice Harte. Ci siamo capiti?
Gernsbach guarda Harte, poi, per un attimo, Sylvia, poi
Keller e il suo sguardo si ferma a lungo, penetrante. Sul
suo viso c' un'espressione di profondo sollievo.
Gernsbach risponde: Credo di s, mister Harte. Poco
fa qualcuno  venuto da me a informarsi se esiste un incartamento
"Signora Hauser - Cavallino Bianco". Questo
incartamento non esiste. Mai esistito. Nessuna licenza, nessun
atto notarile, niente fogli, annotazioni, appunti. Nulla.
N ora n mai.
Benissimo. Allora ci siamo capiti, dice Keller. E Sylvia
sorride raggiante.
Questa Germania, confessa Harte,  un paese pieno
di sorprese. Capitano persino delle sorprese piacevoli. Basta
saperle vedere.
Affonda la mano in tasca e ne trae il pacchettino con il
braccialetto di platino. Un oggettino cos piccolo, cos poco
vistoso... eppure che pandemonio ha scatenato.
Lo tiene nella mano aperta: pesante, opaco, quasi grigio,
con alcune pietre preziose. Nel complesso un bel
patrimonio.
Guardatelo. Vieni, Keller. Conceda ai suoi occhi di
artista una piccola gioia, Gernsbach. Avanti, Sylvia, niente
paura, si avvicini. L'interesse delle donne per i gioielli 
antico quanto il mondo. Chi pu pretendere di cambiare
le donne... e con le donne il mondo!?
La morbida luce dell'ultimo sole si concentra sul braccialetto.
Come se il sole brillasse soltanto per far rilucere
quel pezzetto di metallo. Ora sembra di vederlo mandare
faville, come se fosse illuminato da una luce interna.
Ecco dunque il braccialetto, dice il capitano Keller.
E cos hai raggiunto l'ultimo punto del tuo programma.
 tutta questione di invidia! dice Harte allegramente.
Credi che ti avrei lasciato volentieri cinquantamila dollari?
Ridono tutti.
E Sylvia commenta: A questo punto Colman direbbe:
proprio come nel vecchio Shakespeare!
La maniglia viene abbassata da una mano cauta. La porta
si apre lentamente, ma solo di poco. Compare una testa.
 Slembeck.
Le quattro persone raccolte nella stanza smettono di
parlare, gli occhi fissi sulla porta. Slembeck apre la bocca
in un largo sorriso e subito dopo  nel mezzo della stanza,
piuttosto malconcio.
Poich nessuno dice una parola, Slembeck azzarda un
imbarazzato Buongiorno!. Ma nessuno gli risponde.
Muove un po' le mani come a farsi largo e infine apre
la bocca: Volevo dire una cosa. Quella faccenda della mia
deposizione... ci ho ripensato, ho riflettuto molto. Sa com',
bisogna tener conto di tante cose, e cos, quando ci si
ripensa poi con calma, vengono in mente...
Fuori! grida Harte.
E Slembeck, dopo un attimo di terrore, sguscia via e
scompare.
Quello Slembeck, dice Harte,  un essere davvero
ripugnante. Tra i profughi rappresenta quello che  Hauser tra
gli internati.  una fortuna che tipi del genere siano
abbastanza rari, e che non si debba aver pi bisogno di lui.
La sua deposizione ora possiamo metterla nel frigo.
Sei un gran dritto, dice Keller e nella sua voce c'
autentica ammirazione.
Anch'io ti volevo bene, dice Harte. Ma tu hai dimenticato
la giustizia. E questo rende disumani.
Gernsbach si avvia verso il cancello del campo.
Tiene il busto leggermente piegato in avanti, la testa
china. Lo sguardo corre distratto sulla ghiaia che scricchiola
sotto i suoi piedi.
Hallo, fa Colman. L'automobile personale del comandante
 ferma al cancello. Il tenente  al volante, sprofondato
nel sedile. Apre la portiera con un gesto di invito.
Grazie, risponde Gernsbach, ma preferisco andare a
piedi.
 un simbolo, vero? Colman ride. Ma  soltanto un
attimo. Ritorna subito serio e si china verso Gernsbach.
Gernsbach, dice e tira un profondo respiro. Poi richiude
la bocca. Sorride imbarazzato e si passa una mano
fra i capelli.
Finalmente dice: Non  facile essere tedesco, eh? Ma
tedesco e antifascista poi! Mamma mia! Non ci arriva neppure
il vecchio Shakespeare!
E torna a ridere, preme l'acceleratore finch il motore si
mette a urlare. Prendila come viene, grida, innesta la
marcia e parte, sollevando una nuvola di polvere.
Gernsbach lo segue con gli occhi. Sorride. Il suo sorriso
 stanco, forzato. Prenderla come viene? No, noi non possiamo.
Noi in Germania non possiamo farlo.
E lascia il recinto chiamato campo numero 7.
L'internato Laffrentz sta disteso nella sua cuccetta e geme.
Per i suoi compagni di camerata  una musica celeste. Kurtz
lo ascolta con un sorriso estasiato.
 l'ora in cui si aspetta il pasto serale, quella broda rada
e vischiosa che  poco pi di una risciacquatura. E Laffrentz
sta l immobile, fissando l'assito, e riflette se gli convenga
infittire la zuppa con un pezzetto del pane rubato. E riflette
anche sui grandi problemi del mondo. E continua
a gemere.
Il barone von Hagen siede alla finestra, al suo solito posto,
e aspira profondamente l'aria profumata della sera,
dopo la pioggia. Ecco, poter passeggiare dopo la pioggia
d'estate in un bel parco, quando il verde umido si fa luminoso
e brillante. Camminare sulla ghiaia che scricchiola
leggermente, poi sedere su una panchina e lasciar vagare
lo sguardo su tutto quel mondo verde, lungo i sentieri, sulle
aiuole dove fioriscono le dalie.
Per Mangel il progetto ferroviario di Scolpje  concluso.
Il disegno  finito, perfetto, la rete  completata in ogni
particolare. Chiude gli occhi: gli sembra di vedersela davanti.
In una cabina di blocco viene alzata una leva, uno
scambio scatta di lato, e l'ago si inserisce sotto il fungo della
rotaia. Precisione! Domani inizier il progetto della rete
ferroviaria di Belgrado.
Trost sta chino sul tavolo, gli occhi perduti sulle venature
del legno. Vi ha disteso le braccia e sopra le braccia posa
il viso, un viso grigio, rugoso. Le rughe sono fonde e di
giorno vi si raccoglie la polvere, di notte vi si fermano le
lacrime. Un viso come il suo: il viso di tutti gli internati.
E Laffrentz geme e si lamenta. Poi si volta e dice: 
tutta una gran merda!
L'hai detto! esclama Kurtz. E se lo dici tu, deve
proprio essere vero!
Sono soli. Harte guarda Sylvia con un sorriso. Si  chinato
sopra il piano della scrivania. Il suo volto  vicinissimo
a quello di lei. La luce del tramonto le si  impigliata nei
capelli.
Bene... e noi, Sylvia?
Dovrei elogiarti?
Non hai niente altro da dirmi?
Che cosa vuoi sentire? Ora la luce le si raccoglie tutta
negli occhi, che sembrano farsi ancora pi grandi e pi
limpidi.
Gli sorride. S, dice, qualcosa da dirti ce l'ho. Non
bere whisky per oggi. Non mi piacciono gli uomini ubriachi.
Allora va bene, dice Harte.
E subito pensa: scommettiamo che sono raggiante come
la luna piena? Come un ragazzino che ha avuto in dono
un cavalluccio a dondolo? Tanto peggio, non me ne importa
niente.  bello che sia cos.
E cosa faremo dopo? domanda Sylvia perduta nei sogni.
Pianteremo cavoli, risponde Harte. Oppure lucideremo
scarpe. O porteremo valige. Qualche cosa faremo.
Purch non sia qualcosa che serva a riempire le prigioni del
mondo.
Ti capisco, dice Sylvia Meiners.
E io ti voglio anche bene.
...
.
...
FINE.